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Bauscia nonostante

Arrivano da lontano nausea e fatica. Diciotto anni senza vincere ma con la certezza di competere hanno costruito un interismo a due facce.

Di Michele Dalai

Arrivano da lontano nausea e fatica. Diciotto anni senza vincere ma con la certezza di competere hanno costruito un interismo a due facce. Quello ridanciano e a fini di lucro che ha fatto la gioia anche e soprattutto degli altri (gli altri, loro, quelli che non ci amano), e quello irredentista e fiducioso ma allo stesso tempo cupamente complottista. Un universo equamente ripartito tra nuovi umili e bauscia nonostante (la squadra). Sembrano tempi belli visti da quaggiù, dalla voragine di depressione scavata da quattro anni goffi, inspiegabili, stupidi.

Il mecenatismo è morto e i suoi parenti non stanno benissimo, facciamocene una ragione. Abbiamo perso il Presidente più munifico e meno lucido della storia del calcio moderno, un uomo talmente innamorato della sua creatura da farne una pulsione assoluta e fuori dal contesto, a lungo incapace di accettare compromessi e calarsi in un mondo muscolare e gretto come quello del calcio italiano. Ora siamo tutti uguali, prima cauti, poi attoniti e infine annoiati.

Cos’è l’Inter, oggi? Mettiamo per un attimo da parte fanatismi e fideistica convinzione che comunque andrà noi ci saremo sempre, eternamente in lotta per il Bene. L’amore per la maglia e la meravigliosa storia dell’Internazionale non sono in discussione e la discussione non cadrà mai troppo lontana dal pero. Siamo interisti, tutti. Manciniani convinti, mazzarriani rancorosi, orfani di Moratti, millenaristi del fair play finanziario, amanti di Fassone (pochi a dire il vero), siamo tutti sulla stessa barca e sì, tutti uguali. Vaccinati al grottesco del primo decennio morattiano, derubati e poi indignati, sfiancati da campagne acquisti faraoniche che han prodotto topolini e arricchito alcuni astuti ex amici, oggi più che mai ce ne stiamo seduti in un San Siro dello spirito a guardare che succede laggiù, sotto il campo, nel cuore stesso della gioiosa macchina da guerra nerazzurra.

Erik Thohir nel febbraio 2014, da poco presidente dell'Inter. Claudio Villa/Getty Images

Erik Thohir nel febbraio 2014, da poco presidente dell’Inter. Claudio Villa/Getty Images

Siamo in buone mani? Potrebbe anche essere, la ricostruzione dell’assetto societario è stata imperiosa, violenta e inesorabile. Fuori alcuni pugili suonati, alla porta le vestali del Presidente che fu, pare che si faccia sul serio almeno dal punto di vista imprenditoriale. Piani di rientro, progetti di monetizzazione di un marketing che non è mai stato davvero all’altezza, opzioni di internazionalizzazione del marchio e dei profitti, l’Internazionale FC mai come oggi rischia di tener fede a quel nome glorioso e debordare dai patri confini. Saranno analisti e fondi a stabilire quanto legittima sia l’ambizione del nuovo Presidente. Quel che resta a noi è la definizione di quell’unico, enorme dettaglio stonato: la gestione sportiva.

Ne abbiamo vissute di stagioni difficili. Ben prima del Moratti figlio, gli anni della subalternità di Pellegrini rispetto al sogno berlusconiano, quelli della coppola di Bagnoli come unico scudo contro valchirie ed elicotteri. Gli anni di Fraizzoli. Eppure anche in quei momenti più neri e depressivi che non azzurri c’era qualcosa, una fiammella che all’improvviso si accendeva e diventava incendio. Bersellini, l’Inter dei record di Trapattoni, un imponente lavoro identitario sul campo. Difesa, contropiede, arroganza bauscia. Grandissimi difensori, portieri fatti in casa e destinati alla gloria, un vivaio su cui si montavano solo alcuni pezzi pregiati cercati qua e là. Vero, quella era l’Inter che si poteva permettere di maltrattare Bergkamp e dimenticarlo in fretta, di cedere Roberto Carlos perché non faceva bene la fase difensiva e di commettere altri incredibili errori di valutazione in nome di qualcosa. La propria identità.

Passibile di mutazioni genetiche, modellabile per carità, ma quasi sempre dotata di unità di senso. Chi siamo ora, invece? Spenti, senza entusiasmo, apatici e scossi da quel piccolo dettaglio che giorno dopo giorno si fa enorme. Cosa vendi, come vendi se il prodotto è così terribile e scadente?

Azzardiamo un’analisi tecnica. Negli ultimi quattro anni l’Inter ha cambiato 7 allenatori. Un numero impressionante, tuttavia meno spaventoso della distanza tattica tra i 7 in questione. Difensivisti, offensivisti, aggressivi, spaventati e perplessi. Ognuno di questi 7 signori ha stilato liste della spesa diverse, più o meno concretizzabili. Raramente sono arrivati i giocatori richiesti, molto più spesso si è lavorato affannosamente sull’idea di una stagionalità degli umori societari che alla lunga ha prodotto un disastro. Prima una squadra troppo vecchia e appagata, in affanno ma comunque formata da campioni e giocatori maturi, poi qualche innesto drammatico e mai all’altezza, per finire con una formazione senza memoria vincente e mal assortita, tra talenti eccezionali (Icardi) e giovani di una mediocrità disarmante.

Senza menzionarli uno per uno, che sarebbe impietoso e goffo perché il calcio resta un combinato disposto di qualità e difetti collettivi, il dato di fatto è che per la prima volta negli ultimi 20 anni l’Inter è una squadra mediocre. Ecco il dettaglio, la nota dolente su cui si sfracellano i nostri sogni e le velleità.

Quella che scende in campo nella stagione 2014/15 in maglia nerazzurra (e per cortesia torniamo a giocare con una divisa dignitosa, c’è un limite anche all’eclettismo dei designer), è una rosa senza qualità, con tre o quattro ottimi giocatori su cui impostare un sano lavoro di ricostruzione, ma mediocre. Dopo alcuni episodi recenti, snodi di una stagione apatica e disgraziata, qualcuno ha gridato al miracolo di una Pazza Inter di ritorno, resuscitata all’improvviso da quel grandissimo maestro di calcio che è Roberto Mancini.

Intendiamoci bene, Mancini è il meglio che potesse capitare all’Inter dopo l’esonero di un onesto e solido lavoratore come Mazzarri. San Roberto da Jesi è l’unico in grado di sistemare le cose e svelare alcuni bluff per quello che sono, se lo sono. Ha un prestigio internazionale che si sposa alla perfezione con i progetti e le visioni della società e nel lungo non può che fare bene (ricordiamo tutti quando portò la rivoluzione in una versione dell’Inter ormai nevrotica e chiese ai terzini di fare i terzini, garbatamente e senza fantasie strane.Acqua calda, acqua santa).

Ma non è Pazza Inter quella che si infila in porta tre palloni contro un modestissimo Celtic e nemmeno quella che (non paga) se ne schiaffa nel sacco altri tre a Wolfsburg. Questa è una squadra che stupisce solo nel male, i cui errori grossolani (così li chiama Mancini), sono disarmanti sintomi di una capacità di apprendimento che rasenta lo zero. Una tendenza a ripetere l’errore così spiccata è quasi commuovente, in natura una rarità assoluta. Perché a farsi male qualcosa si impara, la specie evolve sempre. Quasi.

Il calcio non è scienza esatta ma esistono fondate certezze su cui allenatori e tattici costruiscono le loro professionalità. Alla fine di Sassuolo – Inter (anche lì la regola del 3 suicida), Mancini disse che c’era qualcosa che non andava, perché l’analisi statistica della partita diceva che con quei numeri la sua squadra normalmente avrebbe vinto. E invece no.

Roberto Mancini durante Inter-Celtic 3-3. Jamie McDonald/Getty Images

Roberto Mancini durante Inter-Celtic 3-3. Jamie McDonald/Getty Images

C’è nell’Inter di questi anni una terrificante abitudine di giocare al ribasso, il linguaggio del corpo di alcuni giocatori (nazionali, addirittura), è il barometro di una pressione che non salirà mai, non finché saranno in campo. Quindi liberiamoci. So che siamo scottati da esperienze ormai lontane in cui i talenti (i succitati Bergkamp, Carlos, Pirlo e Seedorf), sbocciavano o continuavano a fiorire lontano da noi, ma qui non se ne esce vivi. Arrendiamoci all’evidenza che questi, che alcuni di questi non sono e non saranno mai campioni, sempre che sia il livello del campione quello che cerchiamo ancora. Perché, ad anello, torniamo lì: chi siamo, cosa cerca questa società che fonda sogni di gloria su gambe d’argilla?

Scrivo tutto ciò a pochi giorni dal ritorno degli ottavi di Europa League. Una delle doti più straordinarie dell’interismo, di tutti gli interismi, è quella capacità di derealizzazione del contesto che alcuni scambiano per resilienza: ne vinci una, magari con quella foga scellerata che alcuni scambiano per qualità, e ricominci a bausciare fino alla prossima smentita. Mi piacerebbe molto passare il turno e avere una notte di gloria, se lo meritano i tedeschi che hanno osato additare il Re Nudo e pesarci per quel che siamo oggi. Il calcio è sbilenco e in quello dobbiamo sperare nel breve, che la palla rotoli solo in un senso e che stia lontana dalla nostra trequarti, a costo di soffiare tutti insieme. Ma se passassimo il turno, se anche ne passassimo un altro la domanda resterebbe identica: chi siamo, oggi?

In attesa che qualcuno ce lo spieghi e che le alzate d’ingegno dei nostri uomini mercato si plachino o almeno assumano uno standard accettabile, aggrappiamoci a Roberto Mancini e godiamo in silenzio del silenzio di quegli altri, degli interisti divertenti e autoironici. Finché non escono libri intrisi d’autocommiserazione c’è speranza.

Forza Inter.