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Le curve di Seb

È l'unico pluricampione a cui non è stata riconosciuta la grandezza che merita. È il pilota più sensibile e profondo degli ultimi anni. Uno che studia, conosce la storia delle corse e degli uomini di corsa. Il nuovo Vettel, in formato Ferrari.

Di Benny Casadei Lucchi

La Formula Uno dimentica i suoi morti. Non i suoi campioni. Nel cuore inevitabilmente freddo di uno sport schiavo del rischio c’è sempre spazio per chi l’ha reso più grande. Meno, molto meno spazio per coloro che sono tragicamente inciampati. È nelle corse. Nella vita. Il dramma si affronta e si archivia, dopo di che, possibilmente, si dimentica. Gioia, vittorie e felicità invece restano. Devono restare. Sebastian Vettel ha invece l’involontaria colpa di essere riuscito a scardinare quest’ordine costituito in oltre sessant’anni di imprese e tragedie e che aveva sempre celebrato i propri campioni, grandi o piccini che fossero. Per cui era campione Keke Rosberg che vinse il titolo 1982 conquistando una e una sola vittoria quell’anno; e campioni erano Jim Clark e Mika Hakkinen con due titoli; campioni Jackie Stewart, Niki Lauda, Nelson Piquet e Ayrton Senna con tre; e campione Alain Prost con quattro; campionissimi, infine, Juan Manuel Fangio con cinque e Michael Schumacher con sette titoli. Fateci caso, però: a questo frettoloso appello manca un pluricampione. Manca lui. Vettel. Tanto vincente quanto spontaneo per tutti, se non dimenticarlo, sottovalutarne la grandezza. Perché? Lo sai mai il perché? Succede e basta.

Vettel detiene tutti i record che contano. Il più giovane vincitore di un Gran Premio, il più giovane pilota in pole position, il più giovane Campione del mondo.

Eppure Vettel detiene tutti i record che contano. Il più giovane vincitore di un Gran Premio, il più giovane pilota in pole position, il più giovane Campione del mondo. Una pagella da primo della classe, la sua. Un curriculum da top in tutto, un destino da predestinato. Anno 2006, è piena estate quando debutta nel Circus nelle libere del Gran Premio di Turchia e sono subito record: l’età, 19 anni e rotti, il miglior tempo davanti a tutti, compreso re Schumi e, soprattutto, la multa per eccesso di velocità nella pitlane entrando in pista. Altro primato: dal debutto alla penalità sono trascorsi 6 secondi. Un’impresa che nessuno gli toglierà mai. Il resto è storia a trecento all’ora fatta di 39 vittorie in sei anni, 45 pole position e quattro mondiali di fila: dal 2010 al 2013. Eppure, ora, adesso, Vettel resta sottovalutato agli occhi dei più, quasi un pilota da ricostruire. Tu lo sai mai il perché? Succede e basta.

Così come succede spesso di leggere o sentire decantare le doti di un paio di piloti che in dieci anni hanno vinto, sommati in due, tanti Mondiali quanti quelli conquistati di fila da Vettel. Però “che diamine, come sono bravi Fernando Alonso (due titoli), e Lewis Hamilton (due titoli). Sono veri talenti cristallini, loro” si legge e dice spesso, “uno di caparbietà e grinta in gara e l’altro di velocità pura…”. Seb, invece, si legge e dice altrettanto spesso, “quattro titoli li ha vinti, eccome, ed è bravo, ci mancherebbe, però quanto i meriti della macchina? Della Red Bull? E di quel mago del capo progettista Adrian Newey?”. Questo il pensiero comune.

Sebastian campione ingiustamente sottovalutato, persino campione umiliato. Dal pubblico e dalla gente con cui ha lavorato. Macché, non è possibile, direte voi, Vettel è il nuovo vate della Ferrari, è l’erede di Schumi, chi oserebbe mai trattarlo così? Invece osano, osano. Basta andare con ordine, riavvolgendo il nastro degli ultimi due anni, partendo proprio dagli appassionati di F1. In particolare quelli di fede ferrarista che adesso, proprio in queste settimane, sono alle prese con un’impegnativa retromarcia e una frettolosa conversione. Perché Sebastian è stato sonoramente fischiato a Monza, nel 2013, dopo aver vinto il Gp d’Italia a scapito di Alonso e la Ferrari. Ci rimase male, Seb. Anche perché i fischi si ripeterono inaspettatamente la gara dopo che non si disputava né a Imola, né al Mugello o a Fiorano, bensì a Singapore. Non propriamente una culla del ferrarismo. Tempo dopo il campione tedesco ricorderà quei momenti, rivelando, nella profondità della riflessione fatta, il proprio grande spessore umano. Una delicatezza dell’animo che lo contraddistingue da tutti i suoi colleghi. Compreso l’enorme totem con cui è da sempre costretto a confrontarsi: Michael Schumacher. Seb dirà infatti: «Lo ammetto, quei fischi a Monza e Singapore mi fecero male, perché in fondo ti aspetti sempre di essere accolto in modo diverso. Però li capisco. Sono abbastanza intelligente per riuscirci. È come nel calcio: fischi chi fa gol alla tua squadra e magari quel giocatore è fantastico». Ancora: «Li comprendo perché hanno il diritto di tifare per la loro squadra… la verità è che la cosa più importante per me è ottenere il rispetto della gente che conosco direttamente e le persone contro cui corro. E quello ce l’ho».

O ce l’aveva. Perché a umiliarlo e destabilizzarlo veramente è stata proprio una parte di quella gente che aveva più vicina: i capi del team Red Bull. Che dopo il quarto Mondiale consecutivo gli hanno messo accanto in squadra Daniel Ricciardo, promettente giovane australiano che, pronti e via, ha subito preso ad andare sempre più veloce di lui. E, quel che è peggio, più simpatico, più istintivamente telegenico, più mediatico, più brand, più bibita, più Red Bull. Nella storia recente era già capitato ad altri campioni di ritrovarsi un tipo scomodo accanto. A Prost, ad esempio, con l’arrivo di Senna. Ma nonostante il francese fosse già due volte iridato e l’altro solo un talento emergente, i due piloti McLaren se l’erano poi giocata sul filo fino all’ultimo. Nel 2014, tra Vettel e Ricciardo, non c’è invece stata storia: tre vittorie a zero per l’ultimo arrivato, quasi sempre davanti anche in qualifica, quasi sempre meglio, quasi sempre più divertente negli spot, nei video, nelle interviste. Un divario così evidente da far pensare che la squadra avesse deciso di privilegiare l’australiano. Zero prove, ovviamente, solo sensazioni, sospetti. Ma poi, a fine anno, una grande certezza: il modo arrendevole e disinteressato in cui l’hanno lasciato andar via. Quasi la Ferrari facesse loro un favore, quasi Seb non rientrasse più nei loro piani, quasi lo ritenessero a fine corsa.

Un trattamento mai visto. A cui seguirà il commento del team principal Red Bull, Christian Horner. «Nel 2014 Sebastian era deluso dalle nuove regole: i nuovi motori, le sensazioni di guida, il sistema di frenata, la riduzione del carico aerodinamico, no, non era felice. In più le vittorie di Ricciardo lo stavano preoccupando, non si divertiva più, era diventato come un bambino a cui avevano tolto il giocattolo… e c’è stato un momento in cui ha realmente pensato se valesse la pena continuare o no».

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Succede e basta. Sgradevole, indelicato, platealmente ingiusto. Nessun boss di un team si era mai sognato di dare del bambino a un pluricampione del mondo di 27 anni. Pensate questa frase rivolta a un Lauda, un Senna, un Prost o a Schumi… due sberle avrebbero subito rifilato al boss. Ecco perché recentemente Jacques Villeneuve, uno che in carriera ha vinto tutto ciò che c’era da vincere nei motori, dal Mondiale F1 alla 500 Miglia di Indianapolis, ha detto sicuro: «Sebastian ha dimostrato di essere un ragazzo intelligente. L’anno scorso in Red Bull aveva patito soprattutto a livello psicologico. Abituato da anni ad avere il team tutto per sé, ha incassato male tutte quelle improvvise attenzioni per Ricciardo. Però è anche vero che la Red Bull, nei suoi confronti, ha davvero mancato nel rispetto dovuto a un quattro volte Campione del mondo. Per cui sì, Sebastian ben ha fatto ad andare alla Ferrari: fra l’altro, una squadra famosa anche per il modo in cui sa proteggere i propri piloti…».

Dice ciò che Schumacher in quindici anni non aveva mai detto: «Avrei voluto conoscere Enzo Ferrari»

Dunque, quasi dimenticato, ridimensionato, bistrattato, addirittura dato per demotivato, in crisi psicologica, in procinto di ritirarsi. Questo è il bagaglio di rivincite ma anche di pensieri e sensazioni e dicerie con cui il pilota Sebastian Vettel è arrivato a Maranello. Un talento da rimettere in condizione di poter dare il massimo. E vien da sé che la Ferrari rappresenti per lui molto più di ciò che, ora, lui stesso rappresenta per la Ferrari. In quest’ottica, l’approccio iper protettivo della scuderia italiana a cui accennava Villeneuve potrà rivelarsi decisivo. Perché avvolgerà Vettel dell’humus necessario per riemergere e perché gli darà il tempo di rinsaldarsi a livello morale. La Ferrari dovrà però fare attenzione. Perché fra le mani ha il pilota più profondo e sensibile degli ultimi anni. Uno che legge, che studia, che conosce la storia delle corse e degli uomini di corsa. Uno che dice ciò che Schumacher in quindici anni non aveva mai detto: «Avrei voluto conoscere Enzo Ferrari». Ma uno che in Ferrari cerca protezione, non la santificazione.

E qui veniamo proprio al capitolo Schumacher. L’aspetto più affascinante dell’intera operazione Vettel. Per lui e per la Ferrari. Inevitabile, prevedibile il paragone fra i due. Entrambi tedeschi, entrambi Campioni del mondo, entrambi arrivati a Maranello con le stigmate del salvatore di un Cavallino finito a terra azzoppato. Così lo stanno vivendo i tifosi più appassionati e di pancia, quelli che non l’hanno mai fischiato e però neppure amato perché preferivano gli Alonso e gli Hamilton. Forse lo vive così anche la Ferrari, affascinata com’è dalla sua semplicità opposta ai pensieri cavillosi di Fernando. Una Rossa però fortissimamente convinta in questo dalla scaramanzia, dai precedenti, da quanto fatto ormai vent’anni fa da Schumi. Solo che Seb non è Michael e l’ha puntualizzato non appena si è accorto che a Maranello iniziavano a premere sul pedale dei paragoni. «Ma no, è quasi impossibile confrontare qualsiasi pilota con Michael» ha detto. «È stato unico, per cui è sempre speciale essere paragonato a lui». E quasi imbarazzato: «Sono felice di come sono stato calorosamente accolto alla Ferrari… ma in ogni caso io sono Sebastian e non Michael. E devo andare per la mia strada». Ed è una strada diversa. Perché Schumi arrivò come salvatore della patria e da Campione del mondo in carica e invincibile agli occhi dei più. Seb arriva per salvare anche se stesso. E la differenza c’è tutta. Lo sa lui. Dobbiamo saperlo anche noi.

Dal numero 4 di Undici