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Editoriale
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Il magico mondo dei media sportivi

 di Simon Kuper

Match day magazine sono venduti fuori dallo stadio di Sunderland prima della partita contro il Southampton, febbraio 2014. Paul Thomas/Getty Images

Match day magazine sono venduti fuori dallo stadio di Sunderland prima della partita contro il Southampton, febbraio 2014. Paul Thomas/Getty Images

Avevo otto o nove anni e vivevo in Olanda quando cominciai a leggere Voetbal International. È un magazine settimanale (credo la rivista settimanale di calcio più venduta al mondo) non solo per tifosi ma anche una specie di magazine specializzato nel calcio olandese letto da giocatori, tecnici e anche presidenti. È il posto in cui il calcio d’Olanda discute di se stesso – e se conoscete gli olandesi sapete che c’è sempre molto di cui discutere.

Trentacinque anni dopo, VI finisce ancora nella mia cassetta della posta a Parigi ogni giovedì. Il magazine mi riporta alla mia infanzia: tutte le notizie sciocche su chi sta per ingaggiare l’Heracles Almelo, o il terzino del Groningen che racconta la sua ascesa e di come debba tutto alla sua mamma. Nella vita cambiano tantissime cose – traslochi, fai figli, la gente muore, non sei più la stessa persona che eri da bambino – ma, per un’ora o giù di lì, una rivista sportiva può farti tornare un bimbo di otto anni.

Molti conoscono questa sensazione. Gli editori si lamentano sempre del fatto che gli uomini non leggano abbastanza, ma una cosa che leggiamo per certo sono le indiscrezioni sportive quotidiane. In tutto il mondo le pagine sportive di ogni tipo continuano a tirare avanti allegramente, nemmeno troppo ostacolate dall’ascesa dei siti per malati di sport, dal calo dei lettori dei quotidiani o dal fatto che la carta non è in grado di mostrare nessuna vera azione sportiva. Perché? Probabilmente la stampa sportiva divenne un fenomeno di massa qui a Parigi nell’ultimo decennio dell’Ottocento. La città aveva diversi quotidiani sportivi in competizione fra loro, perlopiù ossessionati dal ciclismo (uno dei quali, precursore dell’attuale L’Equipe, si inventò il Tour de France).  Il genere si espanse gradualmente a livello mondiale. Oggi dozzine e dozzine di paesi hanno quotidiani sportivi. In Corea del Sud questi giornali fanno il doppio lavoro, diventando editori occasionali di oscenità. In Italia l’inconfondibile rosa La Gazzetta dello Sport è il quotidiano più venduto in assoluto. In Spagna è Marca. Durante la recente crisi spagnola, mentre i giornali dai toni più seri si indebolivano, i quattro principali quotidiani sportivi conquistavano nuovi lettori. A dire il vero sono più o meno gli unici giornali del mondo occidentale a essere in espansione. L’anno scorso sia Marca che il suo rivale, As, hanno lanciato una versione per il mercato colombiano.

Fino al 1990 i quotidiani credevano che i loro lettori fossero troppo intelligenti per voler leggere di partite

Nella loro mancanza di quotidiani sportivi, i paesi anglofoni sono un caso raro unico. Ma è così soprattutto perché i giornali generalisti coprono così tanto sport da non lasciare spazio a testate specialistiche. Molti giornali britannici oggi praticamente sono quotidiani sportivi guarniti da un po’ di notizie, vip e sesso, e spesso con mix di tutte queste categorie, come nel caso del resoconto della storia di David Beckham con Rebecca Loos su News of The World, votato Scoop dell’anno ai British Press Awards del 2004.

A dire il vero, nella maggior parte dei paesi occidentali anche i quotidiani più autorevoli sono arrivati a coprire sempre di più lo sport. Fino più o meno al 1990 tendevano a credere che i loro lettori fossero troppo intelligenti per voler leggere di partite. Nei quotidiani americani la sezione sportiva era tradizionalmente nota come “reparto giocattoli”. Ma negli anni Ottanta e Novanta magnati come Silvio Berlusconi, Rupert Murdoch e negli Stati Uniti l’onnipotente ESPN iniziarono a invadere le frequenze con eventi sportivi in diretta. La gente li guardava. E maturava interesse nelle notizie sportive. La carta stampata doveva andare dove portava la Tv. Ecco perché lo sprezzante quotidiano francese Le Monde, che fino al 1998 quasi non menzionava del tutto lo sport, oggi ha una pagina sportiva quotidiana. Nel Regno Unito, The Times è spesso uscito con più pagine di sport che di cronaca. Il ‟reparto giocattoli” si sta prendendo i giornali.

La copertura televisiva ha anche generato un nuovo mostro: le radio di discussione sportiva. La cosa all’inizio prese piede negli Stati Uniti. Nel 1987 un’emittente radiofonica di New York fece l’ardito tentativo di sostentarsi soltanto grazie alle trasmissioni sportive. Nemmeno dieci anni dopo WFAN addebitava agli inserzionisti  oltre 50 milioni di dollari l’anno, la somma più alta mai incassata da una radio americana. Nel 2000 in America c’erano già 600 stazioni sportive. Programmi come “The Total Dominance Hour” a Oklahoma City risposero a una necessità maschile. Fecero diventare eroi gli ascoltatori. Gli abitanti dell’Oklahoma adoravano sentire il novantenne Effie Heil chiamare per attaccare le squadre della Oklahoma University. Un altro ascoltatore, “James The Marvel”, era solito discutere il suo ultimo soggiorno su Marte, o cantare una canzone da lui composta. Va ammesso che spesso i dibattiti su queste stazioni sono patetici. Un mio amico patito di quei programmi britannici in cui i tifosi di calcio chiamano per sostenere la tesi di un complotto globale contro la loro squadra, dice sempre di volere telefonare lui stesso per dire: «Vi siete mai accorti che non è per nulla rilevante?». Lo scrittore Garrison Keillor dice: «La radio di discussione sportiva ti presenta una serie di persone il cui assorbimento di un mondo di fantasia è, per me, ai confini del folle… eppure ascoltare dieci minuti delle loro invettive e del loro ansimare è un tonico che in qualche modo fa vibrare questo mondo, un mondo di alberi, bambini, libri e viaggi, di positività».

Come tutte le altre forme di media sportivi, la radio è diventata un genere globale. In Olanda adesso è anche trasmesso in Tv: in una serata standard centinaia di migliaia di persone si sdraiano sui divani per guardare un gruppetto di signori di mezza età che parla di calcio attorno a un tavolo. Ma ogni nazione ha ancora un rapporto giornalista-atleta leggermente diverso dagli altri. In Gran Bretagna la stampa ha un accesso limitato ai giocatori, perciò fa ricorso alle intercettazioni dei loro telefoni o a pettegolezzi sul loro conto. In Spagna l’accesso ai giocatori è semplice – l’allenatore del Barcellona tiene tradizionalmente una conferenza stampa al giorno, con centinaia di giornalisti – ma non ti è permesso torchiarli troppo. Un collega di Barcellona una volta mi spiegò i codici di comportamento: puoi chiedere ai giocatori «Il tuo dito del piede sta guarendo?» ma non puoi chiedergli «come ti sei sentito quando la palla è entrata in rete?», perché le sue emozioni e i pensieri più profondi non sono considerati di pubblico dominio. In Italia, dove i giornalisti di calcio sono ossessionati dalla tattica, le conferenze stampa del postpartita possono assomigliare a seminari per allenatori.

Gli atleti stanno tagliando fuori l’intermediario per parlare direttamente al loro pubblico

Il passaggio globale dalla carta all’online ha inevitabilmente colpito la stampa sportiva. Le riviste, in particolare, hanno sofferto. In Argentina il leggendario settimanale El Grafico scomparve brevemente nel 2002 prima di rinascere sotto forma di mensile con un modesto bacino di lettura. In Francia lo storico France Football, che era sempre uscito due volte a settimana, l’anno scorso è diventato un settimanale. E negli Stati Uniti il mitico settimanale Sports Illustrated, che cinquanta e qualcosa anni fa poteva offrire a Ernest Hemingway 30 mila dollari per un pezzo di 2000 parole sulla corrida, ha visto le sue vendite quasi dimezzate dal 2007. È pur vero che vende ancora più di tre milioni di copie. Ma i fanatici americani dello sport si stanno spostando inesorabilmente ai siti irriverenti che fanno propria la prospettiva del tifoso.

Non sono solo blogger e affini a intromettersi nel sacro rapporto tra il giornalista sportivo e la sua preda. Sempre più spesso gli atleti stanno tagliando fuori l’intermediario per parlare direttamente al loro pubblico. Nel basket Deron Williams dei Brooklyn Nets ha assunto il suo reporter specializzato che va alle partite e scrive di lui per il suo sito, deronwilliams.com. Nel calcio, Rio Ferdinand del Manchester United pubblica il suo magazine digitale, #5. I giocatori meno ambiziosi parlano ai loro tifosi tramite Facebook e Twitter. In questo modo nessun giornalista fastidioso può attribuirgli cose che non hanno detto.

Ma anche se i ricavi della stampa sportiva tradizionale sono sotto pressione, la passione per le voci sportive cresce. Uno studio degli appassionati di sport americani commissionato da ESPN nel 2008 ha rivelato che i tifosi consumano giornalmente il doppio dei media rispetto agli altri giovani. I fan seguivano costantemente le notizie in Tv, alla radio, sui loro telefoni e anche sui giornali. E i potenti non sono immuni da tutto ciò. Quando George W. Bush era Presidente, il suo capo di gabinetto Andrew Card disse: «Non dedica molto tempo ai giornali sportivi, ma legge la pagina di sport tutti i giorni». Leggere le notizie sportive è ben lontano da guardare lo sport vero. A dire il vero, sostiene Umberto Eco nel suo saggio Chiacchiera sportiva, il dibattito sportivo è diventato praticamente indipendente dallo sport di per sé stesso. Lo sport oggi, scrive Eco, «consiste di una discussione della stampa sportiva, che genera a sua volta il discorso sulla stampa sportiva, e dunque uno sport elevato alla potenza n». Eco intende che le persone sprecano le loro vite a discutere di cosa José Mourinho ha detto ad Arsène Wenger o di chi si porta a letto Balotelli. Invece di consumare gli sport consumano noi, i media sportivi. Mi ricordo una volta in cui stavo raccontando a una bella ragazza del giornale di calcio che stavo curando. Lei mi chiese: «Qualcuno legge queste cose? », e scoppiò in risate fragorose. «Perché ridi?» domandai affranto. «Gli uomini sono così stupidi», mi spiegò.

Il dibattito sportivo è un’occasione per gli uomini di tornare bambini

Perché gli uomini consumano questa roba? Sia Eco che l’intellettuale di sinistra americano Noam Chomsky notano che i tifosi dedicano al dibattito sportivo energie che potrebbero impiegare in questioni più serie. I tifosi analizzano lo sport in maniera molto simile a quella in cui pochi eletti discutono di politica. Per esempio, scrive Eco: «Invece di giudicare il lavoro svolto dal ministro delle Finanze (per cui, tra le altre cose, devi intenderti di economia), discuti l’opera dell’allenatore». Chomsky sostiene che l’analisi sportiva è l’unica attività intellettuale rimasta a molte persone. Spiega: «Sei allenato a essere ubbidiente, non hai un lavoro interessante, non svolgi attività creative; in ambito culturale sei un osservatore passivo di roba solitamente abbastanza dozzinale, la vita politica e sociale sono al di fuori dei tuoi interessi, sono roba da ricchi. Perciò cosa rimane? Beh, una cosa che rimane è lo sport – perciò metti molta intelligenza e riflessione e fiducia in quello».

Chomsky sostiene che ascoltando i programmi sportivi nella sua auto si trova spesso sbalordito a sentire tifosi esporre «informazioni e una comprensione di ogni tipo di questione arcana del tutto insoliti». E sono precisamente queste qualità che non vede nel dibattito pubblico americano. A dire la verità, le radio sportive – e le discussioni di sport più in generale – sono diventate una parodia della democrazia ateniese. Come nell’antica Atene, gli uomini più ricchi si riuniscono nell’agorà per discutere. La differenza è che nel dibattito sportivo a venire discusse sono solo le questioni prive di importanza. Come suggerisce Chomsky, si tratta di una fuga dalla complessità della politica, dell’economia e persino della vita stessa. Il dibattito sportivo è un’occasione per gli uomini di tornare bambini – creando una zona che è praticamente priva di presenza femminile dove riscoprire il ragazzino di otto anni che è dentro di loro. Il fine di riferirsi alle stazioni radio con espressioni come “di discussione sportiva” è innanzitutto quello di tenere lontane le donne. Poi la conversazione può virare dallo sport vero e proprio. In un classico redatto da John Mark Dempsey, Sports-Talk Radio in America: Its Context and Culture, c’è la storia di Sherman, l’ascoltatore di Dallas che scrisse una mail alla sua “radio sportiva” locale per descrivere un esperimento che aveva condotto. Sherman non aveva mangiato bagel per quattro giorni, totalizzando una media di 12.25 scoregge giornaliere. In quattro giorni di bagel, la media scendeva a 10.5. «Analisi statistiche approfondite mostrano un decremento del 14.3% del numero di strombazzate», concludeva Sherman. Questa cosa non ha molto a che vedere con lo sport, ma talvolta nemmeno essere un tifoso ce l’ha. Dove, se non in un programma di discussione sportiva, Sherman poteva parlare di peti a un grande pubblico di anime gemelle? La vita è complicata, adulta e importante. Il dibattito sportivo dà agli uomini un posto che, grazie al Cielo, non è nulla di tutto ciò.

Dal numero 3 di Undici

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