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Editoriale
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La vittoria di Andrea

 di Giuseppe De Bellis

UEFA Conference 'Respect Diversity'

Agnelli alla conferenza Uefa “Respect diversity” del 2014. Paolo Bruno/Getty Images

Bisogna partire da dove è cominciato tutto per capire. 29 agosto 2010, prima giornata del primo campionato di Andrea Agnelli alla presidenza della Juventus. La stagione precedente la Juve era finita settima, a 27 punti dall’Inter campione d’Italia e a 12 punti dalla Sampdoria quarta e qualificata per la Champions. Il 29 agosto 2010 la Juve perse a Bari 1-0, contro una squadra che avrebbe finito ultimissima. Andrea Agnelli era in tribuna, accanto a Beppe Marotta. Si parte da lì, perché è troppo facile la memoria breve: quattro scudetti consecutivi, la qualificazione alla finale di Champions League. Se cominci dal 29 agosto 2010 capisci il valore di quello che è accaduto ieri al Santiago Bernabeu, capisci che cosa deve significare per lui, per Agnelli.

Ha costruito la nuova Juventus, azienda prima che squadra. Un’azienda traumatizzata da Calciopoli e dalle sue conseguenze sportive ed economiche, messa male finanziariamente, improvvisata dal punto di vista gestionale, travolta da scelte di mercato folli, come gli acquisti di Felipe Melo e Diego. Andrea Agnelli aveva 35 anni, un cognome complicato. Nella storia della Juve soltanto quattro Agnelli hanno avuto la carica di presidente: il nonno Edoardo, il padre Umberto, lo zio Gianni e lui. Nella prima intervista da numero uno si presentò così: «Quando ero più giovane ho lavorato in questi uffici per una serie di mesi e molte di queste persone sono ancora qua, quindi il rapporto sicuramente con alcuni è molto amichevole. C’è chi mi chiama solo Andrea, è vero, però è chiaro a tutti che io oggi sono il presidente della Juventus».

La prima decisione importante è stata scegliersi i collaboratori. Senza quella non ci sarebbero stati né Conte né Allegri

Concetto oggi chiaro a chiunque, nonostante siano ancora in molti a continuare a chiamarlo Andrea. Il che lo rafforza, lo fissa alla certezza di essere una persona prima che quel cognome pesante. Sceglie, il presidente. Ha scelto i collaboratori: Beppe Marotta, Fabio Paratici, Pavel Nedved, Claudio Albanese. Questo è il team, ciascuno con ruolo, competenze, compiti precisi. Si riporta a lui e lui decide. E la prima decisione importante è stata proprio scegliersi i collaboratori. Senza quella non ci sarebbe stata la scelta di Conte (voluto fortissimamente da Agnelli) e senza quella non ci sarebbe stata quella di Allegri.

La forza di scegliere nonostante le critiche preventive all’ex allenatore del Milan sembra scontata solo ora. Non lo era per niente il 16 luglio del 2014. Qui sta la forza di Agnelli, l’identificazione di se stesso con ciò che rappresenta, come una forza di garanzia: l’ho scelto io, fidatevi. Tutta roba non facile, in un anno in cui la Juventus sta facendo cose che raramente ha fatto: il quarto scudetto consecutivo, la finale di Coppa Italia, la finale di Champions. I risultati alimentano la simbologia di una famiglia, ma anche e soprattutto di un presidente che pur appartenendo a una storia è nuovissimo. Perché l’organizzazione, lo sviluppo, la strategia, l’idea di riportare la Juventus dentro i primi otto club per giro d’affari. Oggi il fatturato della società sta per superare i 300 milioni di euro, i risultati sportivi spingono quelli economici e viceversa. Le prospettive sono rassicuranti, comprese quelle che oggi sul mercato possono spaventare. Agnelli non dirà mai che questa è una sua vittoria. Lo dicono gli altri, lo dicono i numeri.

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