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Kun

Sergio Agüero è uno dei pochi giocatori nella storia del calcio a non avere punti deboli. Si è trasformato ma non snaturato, è diventato più astuto, più intelligente, più forte.

Di Francesco Paolo Giordano

L’interminabile indecisione su quale dei suoi 271 gol raccontasse meglio Sergio Agüero mi è sembrata per ore l’intralcio maggiore del pezzo. Poi ho capito non solo che era un falso problema, ma addirittura la chiave dell’intero discorso: Agüero non lo definisci con un gol o con una giocata qualsiasi, sarebbe riduttivo. È il calciatore dal multiforme ingegno: riesce a rendere bene in qualsiasi ruolo dell’attacco. Ha un’ottima velocità per partire da dietro; un impressionante cambio di direzione per dribblare l’avversario; una fisicità tale da far sì che sia difficile spostarlo; una discreta elevazione perché sia il punto di riferimento in area di rigore; un’abilità nel fare sponda, nel vedere la porta, la capacità di leggere i movimenti degli altri 21 in campo. Ha fantasia e potenza, tecnica e sostanza, eleganza e rabbia: tutto contemporaneamente, nello stesso calciatore, nella stessa giocata. A 27 anni, El Kun può considerarsi tra i 5 migliori calciatori del pianeta. Di più: lo considero il mix più riuscito tra talento e intelligenza nel panorama mondiale.

Nell’ultima stagione di Premier League ha vinto il titolo capocannonieri con 26 gol, a cui se ne aggiungono altri sei messi a segno in Champions League. È diventato il calciatore ad aver segnato di più in Premier nella storia del Manchester City. Lo era già, per i Citizens e prima ancora per l’Atletico Madrid, nelle competizioni europee. È il giocatore con il più alto rapporto gol/minuti giocati nella storia della Premier League: una rete ogni 110’, davanti a Thierry Henry fermo a 121’. Con la partenza di Suárez, non c’è dubbio che El Kun sia il giocatore più forte del campionato inglese.

Ad ogni modo, mi piace l’idea di presentarlo con questo suo gol del settembre 2013 al Manchester United. Il City è schierato con un 4-4-2: Agüero in coppia con Negredo, partendo leggermente più indietro rispetto allo spagnolo. Due delle reti del 4-1 con cui i Citizens liquidano i rivali le segna l’argentino. Questa è la prima, che sblocca il risultato. El Kun ha sviluppato un senso particolare quando galleggia in area di rigore: una rapidissima perlustrazione, mente e istinto, questo è il posto giusto. Sfrutta lo spazio vitale nella morsa fra i tre centrali dello United in linea e Fellaini. Attacca lo spazio, ma il pallone di Kolarov è leggermente arretrato. Adesso succede. La frazione di secondo in cui si mescolano tecnica, istinto, intuito. È un gol difficile da pensare, figuriamoci da realizzare. Spalle alla porta, apre la gamba sinistra come per arpionare il pallone, ma il tutto segue un movimento sinuoso, delicato. L’equivalente calcistico di una volée complicata, in allungo, che muore subito al di là della rete, che solo a pochissimi tennisti è concesso fare.

Come Maradona

C’è stato un tempo in cui il mondo cercava il nuovo Maradona. Rievocare il proprio passato, la propria mitologia, per copiarla e applicarla al presente, anche se non ugualmente esaltante. La ricerca di un nuovo Diego è partita immediatamente dopo il suo ritiro: si era creato un vuoto troppo devastante per non pensare, almeno in parte, di colmarlo. La lista è lunga, pacchiana, per una buona percentuale assolutamente strampalata. In origine fu Diego Latorre: a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta giocava nel Boca, segnava gol a raffica, aveva quel nome magico, e cosa gli potevi dire. Poi andò in Italia, alla Fiorentina, e non lasciò tracce. Tenerife, Salamanca, e di nuovo in patria, là dove qualcuno che potesse ricordarsi di lui sopravviveva ancora.

Poi è arrivato Ariel Ortega, sponda River Plate, colori marchiati pure sulla pelle di Marcelo Gallardo. Erano giovani, bravini e capelluti; bassini, perlopiù, come il Divino, Gallardo si faceva chiamare El Muñeco, la bambolina, senza che soffrisse di particolari disturbi di personalità, paragoni fuori luogo esclusi.

Più il tempo passava, più la voragine si allargava. Boca e River ne fecero una questione di Stato, vantando chissà quali diritti di primigenia sul nuovo Diez del pueblo. A metà anni Novanta era una corsa a due Riquelme-Aimar, replicata qualche anno dopo con Tévez e D’Alessandro. La realtà si è poi divertita nel far ricadere quel ruolo su un ragazzino che avrebbe affinato il proprio talento calcistico in Europa, lontano da certe dinamiche ultra-identitarie da fútbol argentino. Ma questa è un’altra storia.

A metà anni Novanta era una corsa a due Riquelme-Aimar, replicata qualche anno dopo con Tévez e D’Alessandro

Nell’estate del 2006 la ricerca si era ristretta a due giocatori: Lionel Messi e Sergio Agüero. La Pulce era nel giro della prima squadra del Barcellona da un paio di anni, ma fino a quel momento era il ragazzino che faceva capolino, con deferenza, nelle partite dei grandi. Aveva giocato 19 partite da titolare nel Barça e 3 nell’Albiceleste, e solamente dopo quell’estate la sua carriera avrebbe subito la prima corposa impennata. Agüero, che ha un anno in meno di Messi, è appena arrivato all’Atletico Madrid dopo una stagione strepitosa nell’Independiente (18 gol in 36 partite). Il confronto si sublima e diventa diretto: uno contro uno, nello stesso campionato, nello stesso universo di eroi, speranze e palloni che rotolano nel nome di propulsioni mistiche.

Prima di quella data, il duello faccia a faccia non poté mai andare in scena, perché i protagonisti si trovavano ai capi opposti del mondo. Se per Messi valeva l’epicureo lathe biosas, Agüero veniva scaraventato al centro dell’arena. Il 7 luglio 2003, El Kun – soprannome datogli da un vicino di casa e tratto da un personaggio di un cartone animato giapponese, “Kum Kum il cavernicolo”, che gli somigliava – debutta in Primera División argentina con la maglia dell’Independiente, nel match contro il San Lorenzo: ha 15 anni e 35 giorni, e in quell’istante batte il record di precocità di Maradona. Sulle spalle ha il numero 34: ha lo sguardo smarrito, mentre Oscar Ruggeri lo catechizza prima dell’imminente ingresso in campo, al posto di Emanuel Rivas. «Sapevo che era molto piccolo. Ma volevo che si divertisse, e andò molto bene. In campo fu inalcanzable», rievoca Ruggeri.

«Ricordo molto bene quel giorno», è il racconto di Messi. «Ero in vacanza nella mia città, Rosario, perché a Barcellona era tempo di vacanze. Pochi giorni prima avevo compiuto 16 anni, e avevo il grande sogno di debuttare in prima squadra. Sapevo che era questione di tempo, però non stavo più nella pelle. Quel giorno guardai Independiente-San Lorenzo. Della partita ricordo poco e niente. Però tengo bene a mente il momento in cui un ragazzino dell’Independiente stava per debuttare, e pensai che doveva avere la mia età. Stava per realizzare il sogno che avevo immaginato così tante volte, il mio sogno».

Sergio Agüero KUN

Sotto una buona stella

Manchester, Etihad Stadium, 13 maggio 2012. Mancano un minuto e quaranta secondi. Il City ha vinto cinque partite di fila, tra cui il derby contro lo United, deciso da una solitaria rete di Kompany. Nelle ultime giornate hanno recuperato otto punti ai Red Devils. Sergio Agüero ha segnato 22 reti alla sua prima stagione in Premier League. È tutto apparecchiato per la celebrazione di un titolo che alla metà blu di Manchester manca da 44 anni. Resta l’ultimo ostacolo. Il Queens Park Rangers.

A un minuto e quaranta secondi dalla fine, sull’ultimo ostacolo il City è inciampato. Al secondo minuto di recupero Edin Dzeko ha trovato il gol del 2-2: gli attimi convulsi in cui un velocista tenta di rialzarsi e percorrere i metri finali prima di essere rimontato. Sembra comunque un’impresa disperata. «In quei minuti concitati, pensavo che mi sarei ammazzato, se non avessimo vinto», ricorda Agüero. «Può apparire esagerato, ma allora non avrei avuto la forza di andare avanti in caso di insuccesso». Ne hai già fatti 22, puoi farne un altro, Kun. Un minuto e quaranta secondi sono un’eternità, un tempo abbastanza consistente perché vita e morte possano non coincidere. Ora de Jong è a centrocampo, con la palla tra i piedi e l’impressione, tanto evidente da essere certezza, che non sappia cosa fare, con quella sfera che gli ballonzola lì davanti. Il Kun indietreggia, ha le braccia leggermente divaricate, è un segnale impercettibile di disperazione. Potrebbe mettersi a piangere o strapparsi i capelli, sarebbe lo stesso; invece fluttua verso il centrocampo, con un’espressione trasfigurata – non si vede, ma la posso immaginare.

In realtà, è lui che prende una corda e la lancia al Manchester City, che sta per precipitare nel dirupo degli sconfitti: aggrappatevi a me, vi traggo in salvo io. Agüero riceve palla, serve Balotelli e poi guardate la corsa che fa. Se ne va su un binario parallelo, e quando, per un istante, un avversario si frappone su quella linea, è come se lo trapassasse da parte a parte, perché nulla può fermare la sua corsa. Lo rivedrei cento volte di fila quello scatto disperato, con Balotelli bravissimo, bravissimo – ché una volta non basta – a difendere e a riconsegnargli il pallone. Taiwo cerca di opporsi, invano: Agüero lo salta come aggirerebbe un filo d’erba, e poi il tiro, potente, senza nessun tremolio. Una scarica elettrica attraversa 48.000 esseri umani, uno accanto all’altro. «È stata l’occasione che speravo di avere. Ho colpito la palla più forte possibile. Ricordo il rumore della sfera sulla parte posteriore della rete, un rombo assordante e io che divento matto. I miei compagni mi hanno gettato a terra, poi Balotelli mi ha afferrato e mi urlava: “I love you, fucking idiot!”». Agüero campione d’Inghilterra e dell’universo, Agüero che si sfila la maglia, Agüero che urla di gioia, l’urlo che sintetizza il suo presente, il suo passato, il suo futuro.

La faccenda del Kun comincia a 5.22.

Buenos Aires, 2 giugno 1988. Adriana era stata avvertita. All’ospedale più vicino, quello di González Catán, non avrebbero potuto esserle d’aiuto. Qualche settimana prima le avevano detto che c’erano elevate possibilità che il bimbo che portava in grembo nascesse in forma prematura, e la struttura non era attrezzata per un parto di questo tipo. Avrebbe dovuto recarsi all’ospedale del Piñero, nel barrio di Flores.

Quella mattina il freddo le si attorciglia addosso. Ci sono tre gradi, ma quel giorno non la spaventano nemmeno le contrazioni, fortissime. Per arrivare al Piñero, occorrono almeno tre ore, tra due pullman e un treno. Prima la linea 96, poi il treno verso la stazione Villa Soldati. Durante il tragitto, Adriana mangia frittelle, ma Leo, il suo compagno, è molto inquieto. Scesi a Flores dal bus 76, su Avenida Varela, Leo comincia ad alzare il passo. Arriva davanti all’ospedale, sta per entrarci. Un uomo sulla soglia lo blocca. «Dove sta andando?». «Presto, mia moglie sta per partorire». Ma non c’è nessuna donna con lui. Leo ha camminato così rapidamente che Adriana non è riuscita a stargli dietro.

Alle 15 e 23 Adriana dà alla luce Sergio. «Un bebè bello e forte», le ripetono. Se lo sentiva che sarebbe stato un maschio, i pochi vestiti che aveva comprato li aveva scelti di colore celeste. Adriana pensò che sì, quel bimbo di 4 chili e 400 grammi nasceva sotto una buona stella. Con così tante complicazioni e problematiche, quella nascita era stata quasi un miracolo.

Sergio Agüero
 Sul braccio destro, è tatuata la scritta “Kun Agüero” in Tengwar, i caratteri elfici ideati da Tolkien. Sul braccio sinistro, ha tatuato il nome del figlio, Benjamin, nato il 19 febbraio 2009 dall’ex moglie Giannina, figlia di Diego Armando Maradona.

La trasformazione

La competizione con Messi? Mai esistita. «Negli anni, io e Sergio ci siamo compattati tantissimo. È un ragazzo genuino, attento agli altri, ma anche un vincente, uno che non si arrende mai». Leo e Sergio sono hermanos, fratelli. Li ha legati il fatto di essere coetanei, di condividere da subito i primi successi giovanili con l’Argentina – il Mondiale Under 20 del 2005, le Olimpiadi del 2008 -, di dividere sempre le stanze d’albergo nei ritiri. Da dieci anni a questa parte: «Leo si addormenta sempre molto presto, e l’unica cosa che lo infastidisce è che a me piace guardare la televisione. Quando mi addormento, si sveglia e sequestra il telecomando». Prima del Mondiale brasiliano, il team argentino aveva deciso di riservare camere singole ai giocatori. Messi intervenne: «Va bene, ma io resto con Sergio». E quando è capitato che dormissero separati, la Pulce aveva mandato un messaggio al Kun: «Con chi ti hanno messo in camera?». «Non preoccuparti» fu la risposta, «sono da solo, amore!».

Agüero si è evoluto. È diverso da Messi perché è più attaccante. Nel Manchester City ha giocato in coppia con Dzeko, ma più di recente gli è toccato quasi sempre fare da terminale offensivo. E lui ci è riuscito a meraviglia. Quando Messi giocava in posizione centrale, prima dell’arrivo di Luis Enrique, non era certo attaccante puro: era lì per le sue capacità magnetiche, perché attirava gli avversari così da svuotare il centro dell’area di rigore e favorire gli inserimenti dei compagni. Agüero no, Agüero l’area di rigore la respira, la sfrutta, vi ingaggia duelli: il ruolo di prima punta lo ha imparato e fatto suo. El Kun è rapido e fantasioso, in fatto di tecnica non ha niente da invidiare a nessuno: da diez si è reinventato nueve grazie a un’abilità particolare. La evidenzia Abel Resino, che lo ha allenato a Madrid: «In area è una minaccia costante, perché non sbaglia un controllo». È una capacità che Agüero fa risalire alla sua infanzia: «Giocavo su un terreno vicino casa, irregolare e accidentato. Dovevi imparare a rimanere in equilibrio e aggiustarti al meglio il pallone».

La sua rete più famosa ai tempi dell’Independiente la segnò ai rivali cittadini del Racing, in un derby giocato l’11 settembre 2005 e vinto 4-0. È grazie a giocate come questa che Agüero riuscì a far parlare di sé. Tanto che nella sua autobiografia, Mi Historia, le dedica una dettagliatissima descrizione.

«Ricevette un pallone da Martín Pautasso a centrocampo, schiacciato verso l’out di sinistra, e lasciò indietro Martín Vitali. Alzò il suo sguardo d’aquila e, toccato dalla magia, corse deciso verso l’area del Racing. Vicino all’area rivale, incrociò il difensore Diego Crosa che stava indietreggiando. Prima una frenata e una finta per andare largo, poi un’altra finta dentro l’area per saltare il difensore, poi ancora un tocco con il destro per scavalcarlo del tutto e arrivare a tu per tu con il portiere Gustavo Campagnolo. E infine la deliziosa conclusione di sinistro, il suo piede debole, per far esplodere la tifoseria Roja e rendere il miglior omaggio possibile al suo amico Emiliano Molina, morto tragicamente due mesi prima. Ha corso 52 metri in 13 secondi da quando ha ricevuto palla fino a quando l’ha messa in rete».

Ora, quando parlo di trasformazione, parlo soprattutto di questo.

Non voglio sottolineare il primo gol, bellissimo, tocco a eludere il difensore e botta violenta in rete. Che Agüero fosse un giocatore dalla classe immensa lo sapevamo già. È il secondo gol, a spiegare (minuto 1:30). Milner ha il possesso del pallone sull’out di destra. Agüero è dalla parte opposta. Guardate cosa fa El Kun: chiama palla al centro. Taglia l’area a velocità doppia rispetto al difensore che lo marca e che era, fino a poco prima, in netto vantaggio, lo anticipa e di controbalzo batte il portiere. Qui sta la trasformazione. Adattarsi, innovarsi, evolversi. Seguire il flusso del calcio, individuare la direzione e cavalcarla. Agüero prima punta, Agüero migliore di tutti perché calciatore che guarda oltre. Il coast-to-coast è roba vecchia, desueta, da ficcare negli scatoloni che ti porti dall’Argentina: in Inghilterra, se ci provi, il primo difensore che ti capita a tiro ti stende senza troppi complimenti. Se proprio vuoi farlo, lo fai senza palla tra i piedi. Il calcio che diventa meta-calcio, il gol che rimane gol. El Kun è un prestigiatore.

Orgoglio

«Sono orgoglioso di me, della mia famiglia. Trascinarsi nel fango, dormire senza un tetto sulla tua testa, raccattare abbastanza soldi da poter sfamare i tuoi figli. So cosa vuol dire tutto questo. Era una battaglia continua per me e mio padre. Per questo ci sentiamo così orgogliosi».

Agüero è nato nella grande area metropolitana di Buenos Aires, perché i genitori, Leonel Del Castillo e Adriana Agüero, si erano spostati dalla provincia del Tucumán in cerca di fortuna, insieme alla piccola Jessica (El Kun porta il cognome della madre perché, al momento della nascita, i genitori erano minorenni e non erano sposati. In seguito assunse anche il cognome del padre). Quando si trasferirono, Leonel e Adriana non avevano ancora compiuto vent’anni: si insediarono in un barrio da un nome poco rassicurante, “la cueva de las víboras”, “la tana delle vipere”, l’unico posto abbastanza abbordabile per vivere. Avevano talmente poco denaro che i mattoni che avevano acquistato per la casa non bastavano per completare l’edificio. El Kun ricorda: «Mancavano anche delle cose più necessarie, non avevano niente. Tranne che il sorriso e un immenso coraggio di vivere». Quando Adriana era incinta di Sergio di sei mesi, la piccola casa in cui vivevano venne allagata dalle forti piogge, e furono costretti a dormire in una scuola per quindici giorni.

Nel frattempo, il padre Leonel giocava a calcio, la sua più grande passione. Era un attaccante: come già quando viveva nel Tucumán, raggranellava qualche soldo partecipando ad alcuni tornei. Era abbastanza bravino da essere richiesto, e quei soldi rimpinguavano quel poco che Leonel guadagnava lavorando in un panificio. «Gli amici di mio padre mi hanno sempre detto che da giovane era un calciatore fantastico. Anzi, mi dicevano che era meglio di me. Beh, qualcosa l’ho ereditata da lui».

Avevano talmente poco denaro che i mattoni che avevano acquistato per la casa non bastavano per completare l’edificio

La vita a Los Eucaliptus, la baraccopoli tra Quilmes e Bernal dove gli Agüero si spostarono quando Sergio aveva tre anni, era dura. C’erano cene che consistevano unicamente in pane raffermo e matè. La povertà era dilagante, molti degli amici di Sergio di allora oggi sono in prigione. Solo una cosa poteva distrarli. «In Argentina, il calcio riesce a sopraffarti. Avevo sempre un pallone tra i piedi. Giocavamo a qualsiasi ora, sotto il sole o con il buio. Il tempo non contava, passavo ore e ore a giocare, spesso tornavo a casa tardissimo». Sergio passò in rassegna varie squadre juniores del sud di Buenos Aires: avevano nomi come Loma Alegre, 1 de Mayo, 20 de Junio, Pellerano Rojo, Bristol e Los Primos. Da subito, attirò l’attenzione degli scout, tanto che a nove anni l’Independiente lo volle con sé. Ricardo Bochini, leggenda del club e allenatore giovanile dell’epoca, ricorda come, a dispetto della tenera età, già si intravedesse un talento fuori dal comune e un’eccellente abilità con il pallone.

Grazie ai primi passi nel calcio, la famiglia riuscì ad avere un importante appoggio economico da un avvocato, José Maria Astarloa, permettendosi una casa molto più grande e confortevole a Quilmes. Ma i primi, durissimi anni Sergio non li ha più dimenticati. Nel 2007, ormai a Madrid da un anno, El Kun è ospite del programma “El Mirador”, una trasmissione della spagnola Punto Radio. A un certo punto, interviene in diretta dall’Argentina papà Leonel. Appena sente la sua voce, Sergio non si trattiene più e comincia a piangere. Sono lacrime irrefrenabili: El Kun si copre la faccia con le mani, poi con la maglietta, si passa le dita sui capelli. Alla fine riesce solo a bisbigliare: «Siempre mi papà estuvo conmigo». L’orgoglio che sfocia nella commozione.

A ogni costo

Sarà per la sua storia personale se Agüero è diventato il calciatore “ad ogni costo”. Il fattore che ti porta a escludere qualsiasi altro scenario se non quello che ti sei prefigurato. Fa parte di un’innata voglia di primeggiare. Quando El Kun spiega il suo attaccamento al Manchester City, lo fa alla luce di questo ragionamento: «Il canto dei tifosi “We’ll fight to the end” non è solo un canto. È un simbolo di un club che non molla mai, che non si dà mai per vinto, e che dà alla parola “believe” un intenso e profondo significato».

Ci sono poi due momenti, quantomeno bizzarri, che fanno da architrave al ragionamento. Il primo risale a quando giocava in Argentina: è il 2006, Agüero sa già che in estate si trasferirà all’Atletico Madrid (per 25 milioni di euro). Quella che sta giocando con l’Independiente è una delle ultime partite in maglia roja. «Nell’intervallo chiesi all’arbitro che non mi ammonisse, perché altrimenti avrei saltato l’ultima partita in casa della stagione, contro il Boca. Lui mi disse che non lo avrebbe fatto, a patto che non commettessi scorrettezze. Ma alla prima occasione, dopo un normale contrasto di gioco, corse da me e mi ammonì. Impazzii, cominciai a piangere. Fu un po’ imbarazzante».

L’altra immagine riguarda una delle prime partite giocate in Spagna, contro il Recreativo Huelva. È il suo primo gol segnato al Calderón: Agüero è sul secondo palo, la palla schizza verso di lui e riesce a correggerla in rete con il pugno. I giocatori avversari protestano, ma gli arbitri non se ne avvedono: è il gol del definitivo 2-1 per i colchoneros. Torres e Maniche si abbracciano, il portoghese chiede conferma: «L’ha presa con la mano?». El Niño annuisce, Maniche sghignazza. Dall’altra parte del campo c’è El Kun che si lascia coinvolgere dall’euforia del Calderón, festeggiando il gol più naturale di sempre.

Mi piace poi sottolineare come Agüero, in qualche modo, sia sempre decisivo nelle partite più delicate della stagione.

2007/2008: Atletico Madrid-Barcellona 4-2. Essere più marziano dei marziani. In tutte e quattro le reti dell’Atletico, c’è qualcosa del Kun. Gioca ancora abbastanza indietro, defilato sulla destra, consentendo a Forlán di prendersi il centro dell’area. Il primo gol è piuttosto fortunato, perché c’è la deviazione decisiva di Puyol che inganna Valdés. Ma se lo merita tutto per quel dribbling: di fronte ha Gabi Milito, lo elude senza nemmeno toccare il pallone. Screanzato, irriverente. Geniale. Il 2-1 lo segna Maxi Rodríguez: Agüero lo pesca con un tocco d’esterno visionario, con i tempi giusti e con la giusta forza, testimoniato dal fatto che Rodríguez non deve nemmeno controllare il pallone, prima di scaraventarlo in rete. La terza rete dei colchoneros la realizza Forlán su rigore, ma è El Kun a procurarselo. Per finire: solita partenza da dietro, Puyol messo a sedere come un poppante qualunque, carezza con il destro che si infila alle spalle di Valdés. Nel secondo anno in Spagna, Agüero si classifica al terzo posto tra i capocannonieri con 19 reti. Grazie al suo apporto, i colchoneros arrivano quarti in campionato. In estate, vince l’oro olimpico con l’Argentina: è decisivo in semifinale, quando stende con una doppietta il Brasile.

2008/2009: Atletico Madrid-Schalke 4-0. È il ritorno dei preliminari di Champions, dopo lo 0-1 con cui i colchoneros hanno perso in Germania. Ma all’andata non c’era Agüero, al Calderón sì, e la differenza si nota eccome. Sblocca la partita con un colpo di testa: è il segnale del progressivo avvicinamento all’area di rigore. E la bravura nello stacco di testa di un giocatore che, dati i suoi 173 cm di altezza, dovrebbe prediligere altre skills. Il gol del 3-0, che porta la firma di Luis García, è un’altra invenzione da accreditargli interamente. Mette in mostra il suo letale cambio di passo, con cui manda in confusione il diretto avversario: la conclusione gli esce un po’ troppo centrale, ma lui recupera il pallone e legge alla perfezione l’inserimento del compagno di squadra. Schalke eliminato, Atletico ai gironi. Nella suo debutto assoluto in Champions, Agüero segna una doppietta al Psv. Stavolta ne fa 17 in campionato, con i colchoneros che terminano la stagione ancora quarti.

2009/2010: Atletico Madrid-Chelsea 2-2. Ancora Champions. I colchoneros avranno pessima fortuna nel girone con Chelsea, Porto e Apoel, non riuscendo a vincere nemmeno una partita. Lo 0-4 che subiscono a Stamford Bridge nella terza giornata comincia a far suonare le campane a morto. Però al ritorno l’Atletico è pimpante, vivace, orgoglioso. Però il gol non arriva per quasi un’ora: facile capire il perché, El Kun è in panchina. Dodici minuti dopo il suo ingresso in campo, regala due perle di pregio. Non c’è nulla su cui indagare, basta ammirare: un destro al volo terrificante e uno stupendo calcio di punizione. È la stagione in cui arriva il primo titolo a livello di club, l’Europa League. Nella finalissima contro il Fulham, è decisiva la doppietta di Forlán, ma gli assist sono entrambi del Kun.

2010/2011: Inter-Atletico Madrid 0-2. Supercoppa Europea. Agüero stavolta non regala gol eccezionali: la rete del definitivo 2-0 è un semplice tocco a due passi dalla porta. Però quello che impressiona, in questa sfida che vede i colchoneros nettamente superiori ai campioni d’Europa in carica, è che la potenza di fuoco offensiva dell’Atletico sta tutta nell’argentino. Non c’è nessun altro in squadra che possa minimamente pensare di sottrargli il ruolo da trascinatore: in qualsiasi azione dell’Atletico c’è lui, anzi dev’esserci lui. Intontisce per un’ora la difesa nerazzurra, poi è Reyes che pensa a punirla. Ma El Kun è stato come un pugile che ha preso a sberle per l’avversario per tutte le precedenti riprese, a quel punto basta un colpetto per mandarlo ko. In campionato l’Atletico chiuderà solo settimo, ma Agüero migliorerà il proprio score personale concludendo con 20 reti nella Liga, dietro Messi e Ronaldo.

2011/2012: Manchester City-Swansea 4-0. È il debutto assoluto in Premier League, nonché i primi minuti ufficiali del Kun con la maglia del City, dove è passato in estate per 45 milioni di euro. Mancini gli concede mezzora, come se la prospettiva dei 90 minuti lo potesse spaventare: immergiamolo poco alla volta, in quest’acqua fredda e sconosciuta. Ciance da bar: in quei trenta minuti Agüero segna due volte e sforna un assist, con Mancini che non lo escluderà più dall’undici titolare. Il primo gol inglese arriva nove minuti dopo aver rilevato de Jong: fuga alle spalle della difesa e tap-in sul traversone basso di Richards. Poi fa strabuzzare gli occhi all’intero Etihad. Tre minuti dopo il 2-0, approfitta di uno svarione di un difensore avversario, scavalca il portiere con un pallonetto e serve Silva con un tocco all’indietro alieno, senza aver fatto rimbalzare la sfera. Per finire, sfodera dai 25 metri un missile imprendibile che vale il 4-0 finale. Alla fine saranno ben 23 i gol alla prima stagione di Premier, culminata con la rete al Qpr all’ultimo respiro, che regala ai Citizens il titolo inglese a 44 anni di distanza dall’ultima volta.

2012/2013: Manchester City-Chelsea 2-1. Semifinale di Fa Cup, gara secca. Agüero ha già servito l’assist perché il City passasse in vantaggio. Poi, ad inizio ripresa, ci pensa ancora lui a garantire ai suoi un vantaggio rassicurante. Detta il cross di Barry riuscendo a eludere la guardia di Ivanovic, poi vince il duello aereo con Azpilicueta con uno stacco imperioso. Cech non può arrivare, è molle, sembra liquefarsi mentre la palla si infila in rete. El Kun ha trovato un angolo incredibile, nonostante l’equilibrio precario. Ancora una volta, la capacità di riuscire a fare qualcosa in cui gli altri nemmeno si cimentano: qui la trasformazione in prima punta è già a buon punto, è già approdata ad uno stadio avanzato. Peccato per Ivanovic che se ne sia accorto soltanto in quel momento.

2013/2014: Manchester City-Cska Mosca 5-2. È l’annata in cui gioca di meno per infortuni e vari problemi fisici. Però segna tantissimo – 28 gol in 34 presenze tra tutte le competizioni – e il City fa l’accoppiata Premier League – League Cup. Agüero dimostra grandissima confidenza anche con il calcio d’oltreconfine: in Champions segna sei reti in sei partite. Questo è il gol del 2-0 al Cska. Protezione della posizione e del pallone. Per Daniel Arcucci, giornalista de La Nación, «El Kun è un giocatore molto solido, quasi impossibile da spostare». Quindi la straordinaria capacità, con un tocco repentino, di girarsi ed eludere Berezutski. Da lì, poi, è impossibile che l’argentino manchi il bersaglio.

2014/2015: Manchester City-Bayern 3-2. Veniamo alla stagione più recente, quella in cui Agüero ha sbaragliato ogni forma di concorrenza, nella sua squadra e nelle concorrenti inglesi. Nessuna squadra in Premier può vantare un giocatore a cui aggrapparsi completamente, chiudere gli occhi e lasciarsi trascinare. Tranne il City, ovviamente, e lo può fare in una gara di poco conto o in un match affascinante, come questo contro il Bayern Monaco. El Kun ne fa tre – tre- e riesce praticamente a ridicolizzare qualsiasi elemento della retroguardia bavarese. Andiamo per ordine. Fa espellere Benatia, che è costretto ad atterrarlo in area di rigore, dopo averlo nettamente battuto in velocità. Realizza dal dischetto, angolando la conclusione in modo che nemmeno una piovra come Neuer possa arrivarci. Il gol del 2-2 lo segna dopo una lunga percussione palla al piede, con Dante che non può mai raggiungerlo, nemmeno dopo 100 metri: l’argentino, nonostante la corsa, ha la lucidità disarmante per trovare l’angolo più lontano. Il terzo gol è un’astuzia perpetrata ai danni di Boateng, con l’ennesimo scatto culminato con il piattone destro vincente. Sinistro o destro, fa poca importanza. El Kun non ha punti deboli.

Kun

Los Leales – Kun Agüero

Por las ganas que no puedo contener
Porque en mi sangre está siempre presente
Por las emociones que me hace sentir
El fútbol es mi pasión, mis ganas de vivir

Juegas a fútbol poniendo lo mejor de ti
Se nota en cada juego que quieres ganar
Dejas tu vida para conseguir el gol
La hinchada te sigue con todo el corazón

Llevo el fútbol en la sangre
Es parte de mi alma
La hinchada grita ¡vamos Kun Agüero!

Fuerza, que el mundo quiere verte
Mostrando tu coraje
Alegras a la gente con tu juego
Es mi sueño hecho realidad