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Passaggio a Nord Est

Il "nuovo modello Friuli" dell'Udinese, la trasformazione per la rinascita. I piani del futuro dei bianconeri, a partire dallo stadio.

Di Francesco Cosatti

“Fasin di bessoi” dicono a Udine. “Facciamo da soli” e da soli si sono fatti una squadra che dal 1994 gioca in Serie A e in Europa, e da soli si stanno facendo uno stadio tutto nuovo. Dopo lo Juventus Stadium, il nuovo Friuli: il secondo impianto di proprietà costruito in Italia (con concessione di 99 anni del terreno da parte del Comune). «Siederanno comodi tutti e 25 mila nel nuovo stadio», dice Giampaolo Pozzo, il proprietario del club che da qualche mese ha abbandonato la stanza sotto la volta del Friuli, per godersi la partita sulle poltrone riscaldate rosse con tv Hd a metà della tribuna. «Ci aspettiamo una risposta dai tifosi anche dal punto di vista degli abbonamenti. Andare allo stadio tornerà a essere piacevole. E la differenza la percepiranno anche i calciatori. Già adesso che siamo in 9mila, il tifo si sente di più che quando eravamo in 20mila nel vecchio impianto. E sono convinto che ogni anno avremo qualche punto in più grazie alla vicinanza dei tifosi, come succede oggi a Torino».

udi1Vicini, vicinissimi. La prima fila sarà a 6,5 metri dalla linea di fondo. In caso di esultanza selfie sotto la curva, si vedranno tutti i tifosi in faccia. Vero, non si sa ancora se a scattare quella foto sarà l’eterno Di Natale, quel che è certo è che a dicembre ci sarà una grande festa, più di un’inaugurazione di uno stadio, la celebrazione di un “nuovo modello Friuli”. Modello, ecco la parola. La chiave. Cercata, voluta, trovata col tempo. «La stanza delle vhs e dei dvd non esiste più», spiega Andrea Carnevale, responsabile dello scouting dell’Udinese, e uomo di fiducia dei Pozzo da più di 10 anni. Era un luogo mitologico, il cui fascino cresceva in corrispondenza con gli acquisti più giusti dell’Udinese fatti in giro per il mondo. «Ora prima si analizzano i dati Wyscout dei prospetti più interessanti, poi li si guarda subito dal vivo». Non esiste competizione giovanile globale in cui non sia presente un osservatore dell’Udinese. Nell’ultimo Sub 20 Sudamericano l’Udinese ne aveva tre (tra cui Roberto Policano, ex di Genoa, Roma, Torino e Napoli che lavora per l’Udinese dal 2008). Se un giocatore piace ai diversi osservatori, scatta l’ok. A quel punto inizia a lavorare Gino Pozzo, figlio di Giampaolo, che oggi vive a Londra dove si occupa anche del Watford e del Granada, le altre società della famiglia. «Anche lui ha l’hobby del calcio come me – dice il padre – e così anche l’altra figlia Magda che si sta occupando della gestione delle attività del nuovo Stadio». Sarà anche solo una passione, ma attorno all’Udinese crescono il business e i profitti. E si evolvono i progetti. Perché una volta che il giovane calciatore è stato scelto e arriva a Udine, viene supportato praticamente in tutto.

«Esiste un’area di lavoro chiamata di adattamento agonistico – spiega Franco Collavino, direttore generale dell’Udinese – e prevede il totale supporto all’atleta: dall’abitazione, all’aiuto scolastico, linguistico e se necessario psicologico, alla sistemazione della famiglia, alle cure sanitarie. L’atleta deve essere messo nelle migliori condizioni per pensare esclusivamente alla crescita professionale nel minor tempo possibile». Quello che un tempo era delegato al team manager, oggi a Udine lo svolge un team di lavoro. L’esempio è quello delle grandi multinazionali internazionali dell’IT (Microsoft, Google) che, nel caso di trasferimenti di sede operativa (re-location) sono pronte a soddisfare nell’immediato i principali bisogni dei manager.

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Prima lo scouting, poi l’adattamento, infine il campo. Il lavoro sui campi del Bruseschi, tra lo stadio, il piccolo cimitero dei Rizzi, e la tangenziale Nord. Un lavoro seguito, analizzato, monitorato ogni giorno. «Grazie a un sistema di GPS, con cui lavoriamo già da diverso tempo – racconta il Direttore Sportivo Cristiano Giaretta – ogni allenamento produce dati specifici su ciascun giocatore che viene monitorato in tempo reale. Dati che ci permettono poi di modificare gli allenamenti e conoscere la sua evoluzione, ed eventualmente intervenire con lavori specifici. Dati che sono proprietà dell’Udinese, e di cui siamo gelosi». A Udine è così: la società è al centro di tutto. I giocatori e gli allenatori passano, il progetto continua. Un progetto che cresce come attorno alla squadra sta crescendo il nuovo Stadio Friuli. «Quando si costruisce un nuovo stadio – racconta Alberto Rigotto, project manager dello stadio – il campo di gioco è l’ultimo tassello. A Udine abbiamo fatto il contrario. Il giorno dopo Udinese-Atalanta del maggio 2013, abbiamo iniziato a spostare il campo. Doveva essere avvicinato alla tribuna, l’unico lato che non sarebbe stato abbattuto, entro l’inizio della stagione 2014-2015. Abbiamo giocato a Trieste due gare dei preliminari di Europa League, e poi non ci siamo più spostati».

I giocatori e gli allenatori passano, il progetto continua

Udine e Trieste, distanti 80 chilometri, ma storicamente separate da un campanilismo regionale molto più forte sono agli estremi del sistema calcio. L’Udinese, 11 volte in Europa dal ritorno in Serie A (’94/’95), e la vecchia Triestina, oggi Trieste calcio, nel campionato di Promozione tra i dilettanti. Eppure anche a Trieste nel 1992 hanno inaugurato uno stadio tutto rosso, il Nereo Rocco, considerato allora un piccolo gioiello da 30 mila spettatori, e oggi un’arena vuota che fa i conti con una scarsa manutenzione. Per riempire le tribune nel 2010 il presidente friulano della Triestina Stefano Fantinel si inventò i tifosi finti, “telati” che quando la Juve vinse il primo scudetto con Antonio Conte in panchina, contro il Cagliari di Cellino che giocava in casa a Trieste, erano ammassati per terra nei magazzini dello stadio. Antonio Conte oggi è il commissario tecnico della Nazionale «e quando è venuto a trovarci – confida la signora Linda Pozzo, la first lady – è rimasto impressionato dalla nostra organizzazione. E lo stadio è ancora un cantiere».

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Lo resterà fino al dicembre di quest’anno. Ma già dall’inizio della prossima stagione saranno aperti curva nord e distinti. Resterà solo da completare il quarto lato, quello della Curva sud per gli ospiti. Continua Rigotto: «Lo stadio, disegnato dallo Studio Area Progetto Associati, all’80% viene costruito a moduli, che vengono assemblati. Una sorta di grande meccano. Un cantiere illuminato a giorno anche di notte, costantemente monitorato, visto il rischio elevato in tema di sicurezza». E illuminato di notte sarà anche lo stadio completato. Stile Allianz Arena di Monaco di Baviera grazie a migliaia di Led bianchi con stilizzato il nuovo logo della casa dell’Udinese. Il cuore della struttura oggi è invece dentro la tribuna centrale con la club house, area già utilizzata da sponsor e aziende che affittano spazi e servizi. «Per fare business allo stadio». Non solo durante il giorno della gara (dieci esclusivi Sky Box già tutti prenotati) ma anche durante la settimana. Progetto che verrà ampliato anche nei futuri spazi. «Ci sono a disposizione due piani interi, oltre 30mila metri quadrati nelle tre nuove tribune che saranno destinate ad attività di intrattenimento wellness, terapie e assistenza sanitaria». Si potrà andare allo stadio per cenare e poi ballare? «Sì, anche. E lo si potrà fare anche durante la partita, grazie a un sistema di ingressi separati, a differenza di altri stadi in cui nel match day si fermano tutte le altre attività».


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Lavoro, lavori, progetti, idee. È il Nord Est, questo, anche nel calcio. «Ma non si vince», mormorano i tifosi. Bruciate le speranze per due anni consecutivi di giocare in Champions League, eliminati sempre ai preliminari prima dall’Arsenal e poi dal Braga con il cucchiaino storto del Mago Maicosuel, si è assistito a un piccola diaspora tra gli appassionati. Per una squadra senza identità in campo, e per uno stadio di un’altra generazione, in cui prendere sempre troppa pioggia. E se per il secondo fattore i lavori procedono, a riaccendere una speranza (quasi due) per un friulano titolare nell’Udinese sono Simone Scuffet (1996) e Alex Meret (1997) entrambi portieri «dal grande futuro», come li benedice Andrea Carnevale. Gli unici a essere arrivati in prima squadra negli ultimi anni. «In Italia non c’è più la fame di un tempo» è la spiegazione di Pozzo. «Se un tempo a Nord Est i talenti si sprecavano, ora non è più cosi. Per questo noi andiamo in giro per il mondo».

Ma dell’Udinese bisogna parlare e sentir parlare, ha pensato Pozzo, e cosi da qualche anno è stato acceso Udinese Channel, il canale tematico della società in onda sul digitale terrestre (canale 110 in Friuli Venezia Giulia e Veneto). Da qualche settimana il caporedattore centrale è Giorgia Bortolossi, anchor di Telefriuli prima e SkySport poi. Udinese Channel punta a un esperimento unico in Italia, cioè inserire nel palinsesto nuovi programmi generalisti. Spazio agli approfondimenti di cronaca, attualità, politica e medicina, per diventare un riferimento toutcourt nelle comunicazione locale. E nei prossimi mesi i nuovi studi tv verranno realizzati dentro lo stadio. Senza dimenticare che il canale ha una diretta streaming sul sito web ufficiale. Con 3.000 contatti al giorno e l’obiettivo di arrivare a un milione di contatti all’anno. Cosi la conferenza stampa della vigilia la vedono live anche in Sud America. Non sono più i tempi in cui l’Udinese, esordiente in Champions League nel 2005, andò al Camp Nou senza un vero ufficio stampa. Oggi l’Udinese è un’azienda che funziona. E se l’arco del Friuli inaugurato nell’anno terribile 1976 (un guscio a proteggere chi sta sotto) era stato il simbolo della voglia di reagire, oggi il nuovo stadio rappresenta l’idea di poter diventare grandi. Sempre di più. Basta lavorare.

 

Tratto dal numero 4 di Undici. Tutte le foto sono di Filippo Romano