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Vincere è quasi tutto

Intervista a Eusebio Di Francesco, tecnico rivelazione della Serie A: il suo Sassuolo ha fermato le prime 5 in classifica e migliora di anno in anno.

Di Francesco Paolo Giordano

Quando vedo Eusebio Di Francesco sbucare sul terreno di gioco, dove il Sassuolo abitualmente tiene gli allenamenti, è riconoscibile. L’idea di riconoscibilità, nel calcio, è essenziale: devi essere visibile, devi avere un’immagine. Di Francesco è il teorico del 4-3-3 con equilibrio, l’artefice del passaggio del Sassuolo da interessante caso di periferia a realtà solida del calcio italiano, lo scalpellatore di Zaza, Berardi, Sansone, e forse Politano, Fontanesi, Pellegrini. Però, l’immagine: lo vedo, ed è come me lo immaginavo, giacca sportiva, pantaloni chiari, occhiali. Ecco la riconoscibilità. «Ah, dobbiamo fare le foto? Meno male che non sono venuto in tuta», dice. Ma voi, Di Francesco, lo avete mai visto in tuta? Ha appena chiuso un accordo con Nike per indossarne i prodotti. Ha uno stile, l’ha riversato sulla squadra: ordinato, funzionale, moderno. È l’allenatore cool della Serie A, sotto tutti i punti di vista: «Ma non mi interessano queste cose», precisa, «il calcio lo conosco da tantissimo tempo, si viene esaltati e si viene buttati giù in un attimo».

Accelerando

Sì, ma Eusebio Di Francesco sa anche che la sua carriera da allenatore sta avendo un’impennata fortissima. Parecchie big di Serie A lo seguono con attenzione, e probabilmente è lì che finirà una volta terminato il suo ciclo a Sassuolo, anche se non ne vuole parlare. In Emilia è al quarto anno di panchina, più di tutti nell’era Squinzi: la promozione in A riuscita al primo colpo, e poi una crescita graduale di risultati. I 17 punti che aveva conquistato dopo l’intero girone di andata alla prima stagione li ha già superati dopo 10 turni in questo campionato. Dove, dopo 18 giornate (il Sassuolo deve recuperare la partita contro il Torino), ne ha messi da parte 31, 7 in più dell’anno scorso, 17 in più di due anni fa. Se la media gol fatti è rimasta quasi identica (da 1,13 reti a partita del 2013/2014 a 1,27 di quest’anno), quella dei gol subiti è ribaltata: 0,94 per la stagione in corso, contro l’1,5 e il 2,11 delle stagioni precedenti. «È un percorso di crescita che coinvolge tutti. Se siamo arrivati fin qui il merito è da dividere in parti uguali: principalmente metto i ragazzi, poi alla base c’è la solidità societaria e il lavoro dell’allenatore. Però non dobbiamo accontentarci: possiamo fare meglio, soprattutto a livello di gioco. Io cerco sempre di rinnovarmi e rinnovare, anche modificando tipologia di allenamenti».

Inter-Sassuolo 0-1

Prima della vittoria al Meazza, il Sassuolo aveva vinto 1-0 già per quattro volte: cioè, tante quante nelle 71 precedenti panchine neroverdi in Serie A. Solo in un’occasione (contro la Samp) sono state segnate tre reti tutte in una partita, altro che i 4-2 o 4-3 tipici del “vecchio” Sassuolo (ricordate quello al Milan che costò l’esonero ad Allegri?). Penso sia parte di quella crescita di cui si parlava, invece Di Francesco mi spiazza a metà: «Sono soddisfatto della fase difensiva, tutti la interpretano al meglio: abbiamo lavorato tantissimo sul concetto di blocco squadra. Sono meno contento di vincere le partite con un gol di scarto: preferisco vincere 4-3 che 1-0, è giusto che si viva di emozioni. Non mi piace una squadra che sta lì a difendere quello che ha fatto: quando siamo sull’1-0, incito la squadra a farne un altro».

Competenze

Quando espone le proprie idee, Di Francesco ricorre continuamente alla parola “competenze”. È come se dovesse giustificare il fatto di essere arrivato fin lì, su una panchina di A: «Non si diventa allenatori così, studiando, o solo perché si è stati calciatori. Quanti giocano in Serie A? Tantissimi. Quanti allenano? Venti». La parola “competenze” è la sua chiave per individuare il merito: si gioca, si allena, si vince per merito, e per merito il Sassuolo ha già battuto in stagione Inter, Juventus, Napoli e Lazio, oltre a fermare la Roma all’Olimpico e la Fiorentina in casa. In pratica, le prime cinque in classifica non hanno mai battuto il Sassuolo in stagione. «Quando arrivi in uno spogliatoio, i giocatori riconoscono in te un punto di riferimento. Ma poi, perché ti seguano, devi mettere davanti le competenze. E poi la gestione, gli atteggiamenti, la coerenza. Da ex giocatore (Roma, dove ha vinto lo scudetto, Empoli, Lucchese e Piacenza tra le altre, nda) capisci certe situazioni e cosa passa nella testa dei ragazzi. È un vantaggio, ma per essere un bravo allenatore devi toglierti i panni del calciatore». Come Guardiola, come Conte, Di Francesco è stato centrocampista: «In quel ruolo hai una visione più ampia delle situazioni di gioco».

Dopo la sconfitta per 2-1 contro il Milan a San Siro, nello spogliatoio del Sassuolo arriva Silvio Berlusconi, che si congratula con Di Francesco per quanto fatto vedere in campo, anche in inferiorità numerica. Non è una cosa banale: si tratta di una piccola investitura? «Io preferisco essere realista, sono felice di essere a Sassuolo e sono concentrato solamente sul Sassuolo». Al primo Milan-Sassuolo, Squinzi, presidente dei neroverdi e tifoso rossonero, optò per la neutralità. «Oggi assicuro che è molto più del Sassuolo. Me lo dice, è molto vicino alla squadra. Con lui ho un ottimo rapporto, che è cresciuto nel tempo». Chiedo a Di Francesco che ambiente è, questo della provincia emiliana. Risponde: «Senza pressioni. Anzi, troppo tranquillo: a volte bisogna crearsi le motivazioni, e le troviamo nel lavoro che facciamo ogni giorno. È un ambiente familiare: è facile unire i giocatori per una cena, a differenza di una grande piazza. Ad esempio, a Roma, quando ci giocavo, non era così scontato. Però la qualità migliore di quella squadra, che vinse lo scudetto, era la forza del gruppo. Senza quella, difficilmente vinci».

Addio al calcio

Di Francesco smette di giocare nel 2005, dopo una stagione a Perugia («Ma forse dovevo smettere prima»), ma non ha in mente di allenare: «Non volevo proprio farlo. Da calciatore vedevo i miei tecnici, e non volevo essere nei loro panni. Ho fatto per un po’ il team manager nella Roma, ma non mi piaceva il ruolo, troppo marginale. Non mi lasciava niente». Torna nella sua Pescara, dove gestisce uno stabilimento balneare. «Mi ha fatto solo che bene. Al calcio non ci pensavo più, non mi interessava per niente. Non guardavo nemmeno i risultati alla domenica». Poi, nel 2007, lo chiama il Val di Sangro: gli chiede una mano per il mercato. Il ruolo di consulente non lo fa impazzire, continua a farlo per sei mesi. Nel frattempo, si iscrive a un corso di allenatore che si tiene a Pescara, più per caso che per convinzione. «Ma mi è tornato il desiderio di campo». La sua prima panchina, a Lanciano in Lega Pro, dura poco. Ma a inizio 2010 viene ingaggiato dal Pescara, che guida alla promozione in Serie B.

Fallimento, tensione, insofferenza

Prima di una possibile affermazione, Di Francesco passa da due esoneri. Il primo a Lecce, nel 2011, alla sua prima esperienza in Serie A. Ci rimane per 14 gare, ne vince appena due. C’è lui in panchina quando i salentini perdono 4-3 contro il Milan, dopo aver chiuso avanti di tre reti all’intervallo. E nemmeno la seconda volta in A, con il Sassuolo, ha vita facile. Comincia non vincendone nemmeno una nelle prime sette, poi, tra dicembre e gennaio, colleziona solo sconfitte, eccetto la vittoria sul Milan – quella dei quattro gol di Berardi – e un pareggio a Cagliari. Il 28 gennaio 2014 viene esonerato. «Rosicavo come una bestia. Ma l’ho presa in maniera positiva: ti metti in discussione nel modo giusto, ti guardi attorno e capisci dove hai sbagliato, così non rifarai gli stessi errori. Però, non ho mai pensato, né prima né dopo, di smettere di allenare. Quando parto, voglio sempre arrivare». Il Sassuolo chiama Malesani, ma le cose non migliorano. Anzi, dopo cinque sconfitte su cinque, Di Francesco torna in panchina. «Mi aspettavo di essere richiamato quando ho visto che la squadra le perdeva tutte. I giocatori tra un messaggio e l’altro mi facevano capire che mi rivolevano, e anche il direttore ogni tanto mi chiamava. Non so se mi hanno richiamato perché ci credevano veramente o perché erano disperati (ridendo, nda). Io ci credevo. Quando sono tornato, ho messo dei paletti. Abbiamo cambiato approccio». Nelle restanti 12 partite, il Sassuolo perde solo cinque volte. Si salverà.

Gestire un gruppo, gestire un singolo

Lo scorso 29 agosto il Sassuolo vince 1-0 in casa del Bologna. Segna Floro Flores, che ha un’esultanza polemica: «Diceva: “Nun me faie iucà”, non mi fai giocare, in napoletano. Ma non è vero, con me è sempre andato in campo. Gliel’ho fatto capire, è bastato parlare. E lui ha compreso di aver sbagliato. La situazione è tornata subito a posto». Nella filosofia del Di Francesco allenatore c’è molta chiarezza, ma soprattutto tanto rispetto, per sé e per gli altri. L’episodio di Floro Flores è isolato, quasi una rarità. Di Berardi, dicono che sia difficile da gestire: «Non per me. Per me è facile. Conosco benissimo il suo carattere: è un ragazzo che ho cresciuto, che veniva dal niente e che oggi è sotto gli occhi di tutti. È fortissimo, arriverà in una grande squadra».

Prima giornata: Sassuolo-Napoli 2-1

Prima di Berardi, Di Francesco aveva fatto esordire in B un altro talento assoluto come Marco Verratti. «Quando vedi un giovane pronto, lo mandi in campo, senza dare troppa importanza. Io voglio i giovani come la mia squadra: spensierati. È vero, la gestione successiva è la parte più difficile. Non c’è un format sul loro impiego, i giocatori vanno vissuti: dipende dalle caratteristiche di ciascuno, se sono in grado di reggere oppure no». Per arrivare a grandi livelli, dice Di Francesco, serve anche che si crei la giusta tensione, senza pressioni enormi: «Creare aspettative in un giovane è l’errore più grande che si possa fare. Sento tanti giocatori dire: “Devo arrivare in Serie A perché la mia famiglia ha bisogno”. Anche a casa mia c’era questo bisogno, ma non me l’hanno mai fatto pesare».

Emozionarsi

Di Francesco è entrato nella storia del Sassuolo soprattutto per la prima promozione della società in A: è il 18 maggio 2013, ultima giornata, un gol di Missiroli in pieno recupero piega il Livorno. I neroverdi chiudono al primo posto, ma il finale di campionato è tribolato: prima della vittoria sui toscani, il Sassuolo fallisce numerosi match point, non riuscendo a vincere per tre gare di fila. «Avevamo paura, come quella di uno studente a cui resta solo la tesi e teme di non arrivarci. Avevamo fatto un errore: dicevamo “si vince, si vince, si vince”. A chiacchiere. Poi i ragazzi hanno ammesso: “Mister, abbiamo paura di non arrivare”. Se non ce lo diciamo, come facciamo a farci forza l’un con l’altro? Abbiamo affrontato la situazione insieme. Prima della partita con il Livorno, mi arriva un messaggio di Stefano Borgonovo. Aveva capito la situazione: “Avete paura?”. Una persona nelle sue condizioni si preoccupava di noi. È stato un messaggio significativo. Abbiamo giocato una grande partita, la gioia di quel momento è indelebile».

18 maggio 2013: il Sassuolo batte il Livorno e guadagna la Serie A

«Il calcio è un mondo bellissimo. Mi ritengo fortunato a vivere in questo ambiente». La cosa migliore che c’è? «Mi piace emozionarmi per le gesta degli eroi. I numeri 10 mi hanno sempre affascinato. Da giocatore i migliori che ho incontrato sono stati Baggio, Zidane, Totti. Con Francesco ho un ottimo rapporto, ci sentiamo ancora. Oggi mi emoziono per i miei giocatori. Da ragazzino per il Pescara, quando andavo in curva». Ma oggi, allo stadio, non ci tornerebbe: «Non mi piace la cultura dello sportivo italiano: si pensa più ad offendere l’avversario che a incitare la propria squadra. Forse era così anche quando andavo io, ma la vedevo in maniera diversa». Il figlio Federico ha seguito le orme del padre, e oggi gioca in B, a Lanciano, da attaccante. «Mi domanda tante cose, ma mi limito a chiedergli se si è impegnato, e se ha fatto bene gli dico di far meglio. Ma a livello tattico non gli dirò mai niente, è l’allenatore che deve farlo. Ma non l’ho spinto io verso il calcio, ha scelto lui. Io ne assecondo i desideri».

 

Dal numero 7 di Undici. Foto di Giulio Ghirardi