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Narrazione incompleta di Kevin Strootman

Oggi Strootman torna in campo, seppur con la Primavera romanista, dopo un lungo stop. Qualche tempo fa lo abbiamo incontrato.

Di Daniele Manusia

Questo articolo è tratto dal numero 4 di Undici. Da allora, complici vari infortuni, Kevin Strootman non è più rientrato in campo: l’ultima volta in Serie A per l’olandese è stato il 25 gennaio 2015, in un match casalingo contro la Fiorentina. Oggi Strootman torna finalmente a giocare una partita vera, anche se del Campionato Primavera.

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Da quando è arrivato in Italia ha giocato una trentina di partite, ma per avere un’idea nitida di Kevin Strootman basta averne viste anche solo un paio. Ci sono giocatori che hanno bisogno di molti anni per sviluppare il proprio potenziale, devono superare limiti tecnici o fisici, devono incontrare l’allenatore giusto o giocare ad alto livello prima di diventare veramente loro stessi. Strootman è Strootman più o meno da sempre, almeno dai primi video che sono riuscito a trovare dei tempi dello Sparta Rotterdam (aveva diciotto anni). L’idea di Strootman è quella di un calciatore in scala più grande rispetto agli altri, con uno o due avversari aggrappati alla maglia nel tentativo vano di non farlo avanzare a centrocampo. Strootman che gioca a calcio con le labbra aperte e i denti stretti, come se stesse trascinando un camion legato a una corda.

La confusione più grande riguardo ai calciatori la crea l’idea che non ci sia soluzione di continuità tra il campo da calcio e il resto. Quando ho incontrato Strootman era tornato in campo da poco, il suo entourage alla Roma mi aveva spiegato con grande cautela che non voleva parlare né di mercato né dell’infortunio al ginocchio che gli ha fatto saltare il Mondiale. Io avevo capito che non era un tipo facile e che intervistarlo sarebbe stato come provare a togliergli palla. Prima di cominciare l’intervista, Strootman stava scattando le foto promozionali dei suoi nuovi scarpini, cambiava posa velocemente e sembrava impaziente di finire. A un certo punto il fotografo gli ha chiesto di sorridere: «Pensa alla cosa più divertente che ti viene in mente». «Io non sorrido mai», ha risposto lui. Poi ha cominciato a ridere. Toh, ho pensato, Strootman è autoironico.

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Per prepararmi avevo fatto un giro a Ridderkerk, su Google Maps, dove Strootman è nato e cresciuto. Quarantacinquemila abitanti a sud di Rotterdam, molto verde, molta acqua, una chiesetta gotica circondata da un fiume con un piccolo ponte. «Un posto molto tranquillo. Mio padre aveva un negozio di bici e motorini. Io e mio fratello passavamo le giornate giocando a calcio. Con i primi soldi guadagnati ho comprato casa a Ridderkerk. Quando vado in vacanza in Olanda vado lì».

Lo shooting non era ancora finito e Strootman era vestito da calciatore, con la maglietta della Roma (con il suo nome e il suo numero), i pantaloncini, i calzettoni, persino gli scarpini nuovi allacciati, e questo non faceva che aumentare la confusione tra campo e fuori. Sembrava che mi avessero portato una bambola di Strootman in dimensioni naturali. Per parlare del suo modo di giocare abbiamo guardato gli highlights di Sparta Rotterdam-FC Emmen. «Mi ricordo questa partita, ho fatto due gol», ha detto subito Strootman, che nel video ha la fascia da capitano al braccio e fa un assist alla prima azione. «Con lui ci giocavo da quando avevo dodici anni», ha detto di quello a cui aveva fatto l’assist. «Si chiama Duarte, dopo cercalo».

Il biglietto da visita di Strootman

Con lo Sparta Rotterdam ha esordito in prima squadra a diciassette anni e già la stagione successiva ha giocato venticinque partite. Alla fine del suo secondo anno da professionista la squadra è retrocessa, lui è stato acquistato dall’Utrecht e dopo solo sei mesi è passato al PSV. A ventuno anni è stato convocato per la prima volta in Nazionale maggiore, giocando da titolare molte partite per la qualificazione all’Europeo del 2012 (anche se poi l’allenatore Van Marwijik gli ha preferito De Jong, Van Bommel e Van der Vaart, e l’Olanda è arrivata ultima nel suo girone con zero punti). In un video con il meglio di quel periodo si vede bene che Strootman non è solo uno strappa-palloni ma ha anche visione di gioco. Quando la palla ce l’ha lui si muove a testa alta e per non perdere il contatto fa dei passettini quasi sul posto. Sembra che il pezzo forte del suo repertorio sia la palla in verticale per la punta che cerca la profondità. Quando gliel’ho chiesto ha risposto: «Sì, ma è un segreto, non lo dire agli avversari». Poi, tornando serio: «Dipende anche dai movimenti degli attaccanti. Se al centravanti piace correre in profondità, e io lo so, cerco di farlo giocare in quel modo». A quel punto gli ho chiesto di descrivere il suo tipo di gioco ideale ma ho avuto l’impressione che Strootman mi avesse preso in giro di nuovo: «Questo è il lavoro vostro. Descrivimi te».

AS Roma v US Sassuolo Calcio - Serie A

Quando Strootman ha scelto di venire in Italia il suo nome era associato a quasi tutti i più grandi club europei e la Roma veniva da tre terribili stagioni in cui aveva cambiato cinque allenatori. Adesso aveva assunto da poco un allenatore francese semi-sconosciuto. Gli ho chiesto se era a conoscenza della situazione e la sua risposta era in parte spontanea, in parte troppo perfetta per esserlo davvero: «Io cerco di guardare tutto il calcio europeo, almeno gli highlights, e seguivo già la Roma. Sapevo che era un momento difficile ma ho parlato con Rudi Garcia, gli ho chiesto come mi vedeva e come mi voleva far giocare. Poi mi ha convinto la visione della società. Sono qui per vincere e crescere insieme alla Roma».

In un’intervista al de Volkskrant risalente ai tempi delle prime convocazioni in Nazionale, Strootman si chiedeva: «Che cosa ho ottenuto?». Era felice di trovarsi insieme a dei campioni ma voleva restare con i piedi per terra: «L’attenzione crescente dei media non è la mia parte preferita». Però poi ha scelto la città meno adatta per chi non ama le attenzioni e vuole tenere i piedi per terra. Leggenda vuole che ci fossero mille persone a Fiumicino per dargli il benvenuto: d’accordo, c’era parecchia gente anche per Cicinho, ma da Strootman ci si aspettava talmente tanto che gli è stato assegnato il numero 6, ritirato dopo l’addio di Aldair, uno dei calciatori più amati della storia giallorossa. Lui ha provato subito a gestire la situazione, anche rettificando la Gazzetta a luglio: «Bella intervista, ma non ho mai detto di voler diventare un leader. Penso che qui ci siano già due leader (Totti e De Rossi, che tutti i calciatori appena arrivati a Roma non mancano di nominare, nda)».

Un’intervista a Strootman nel periodo dal recupero dell’infortunio

La contraddizione di fondo è tra il carisma di Strootman, che fa parte del suo gioco ed è la ragione per la quale Roma si è innamorata a prima vista di lui, e l’istinto molto olandese a controllare il paesaggio circostante, che viene da secoli passati a combattere con l’acqua, conquistando un centimetro alla volta. Nel 2013 Strootman aveva detto al settimanale olandese Voetbal International che quando si sente a suo agio ed è abituato a un determinato posto o squadra gli può capitare di lasciarsi andare e mostrare le proprie emozioni, anche se non gli piace. Alla domanda se la pensava ancora così ha risposto: «Non mi riferivo alle emozioni in generale ma a quelle negative, al fatto che è sbagliato esprimere nervosismo in campo. Fuori dal campo è più facile, ma in campo a volte non riesco a trattenermi come vorrei». Fin dalle prime partite con la maglia della Roma è stato chiaro che meno Strootman si tratteneva, più la gente lo avrebbe amato. A settembre, in casa contro il Verona, ha prima recuperato palla da terra a Donati, poi l’ha strappata dai piedi di Halfreddson, e infine ha lanciato l’azione del vantaggio. A gennaio, durante la partita con il Genoa, è uscito vincitore da un contrasto con  Matuzalem e Vrsaljko e la foto di quello scontro impari potrebbe fare da modello il giorno in cui i tifosi della Roma volessero dedicargli una statua. Oppure, per la statua, si potrebbe prendere ispirazione dal video dello Juventus Stadium in cui Strootman reagisce agli insulti in tribuna facendo il gesto dell’ombrello e una delle sue facce terrificanti.

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Dopo una stagione e mezza a Roma per strada lo chiamano Lavatrice (immagine geniale di Rudi Garcia per dire che a Strootman danno palloni sporchi e li restituisce puliti) e lui non può farci niente: «Non ho capito cosa volesse dire all’inizio, non conoscevo la parola. Adesso anche i compagni mi chiamano Lavatrice». Così come non è colpa sua se ha ispirato pagine ironiche su Facebook tipo Le Imbruttite di Strootman o Gioventù Strootmaniana: «Qualcosa ho visto. Penso che a volte si spingono troppo oltre ma sono divertenti, mi fanno piacere». (Invece la sua risposta ai commenti razzisti apparsi sotto la foto del compagno di Nazionale Leroy Fer, in cui comparivano altri olandesi di origine non europea, è stata più dura: «Credo che molte persone scrivano cose che di persona non direbbero. Magari pensano di essere divertenti e non si rendono conto di quello che stanno dicendo»).

Gli ho chiesto se c’era un tipo di gioco che disprezzava, se avrebbe mai potuto giocare in una squadra che difende all’altezza dell’area di rigore: «Io penso che tutti preferiscano giocare in una squadra che fa possesso, giocare sempre l’attacco, novanta minuti nella metà campo avversaria. Solo che non sempre è possibile, non tutti possono giocare così». Una bella risposta a una domanda che non sembrava interessarlo granché. Poi gli ho chiesto se era cresciuto con il mito di Cruyff e dell’Olanda degli anni settanta, se si sentiva di far parte di quella tradizione, ma senza pensarci un secondo ha detto: «Cruyff è di un’altra generazione». E dato che insistevo a chiedergli se aveva modelli se ne è uscito con: «Quando ero piccolo io c’era Zidane».

The Dutch Roy Keane

La risposta vera me l’ha data quando ho elencato i giocatori a cui lo paragonano, da Cocu che lo ha allenato, a Van Bommel con cui ha giocato in coppia in Nazionale e al PSV, alla definizione di The dutch Roy Keane. Strootman ha risposto: «Penso che Roy Keane è stato un grande giocatore. Però non mi piace confrontarmi con i calciatori di successo del passato, io devo ancora dimostrare quanto valgo. Non ho vinto niente… ancora». E si è messo a ridere controllando se qualcuno della Roma lo aveva sentito.

Ci saremmo dovuti rivedere, o risentire, per parlare del suo rientro in campo con un minimo di prospettiva, ma dopo il nuovo infortunio è saltato tutto. Prima di andare via gli avevo chiesto qual era stato il duello più bello che avesse avuto, l’avversario più duro incontrato. Lui ha risposto: «Ci aspettano delle partite importanti, te lo dico la prossima volta». La domanda è ancora senza risposta ma credo che sia proprio questa assenza forzata dal campo l’avversario più difficile che Strootman ha affrontato finora, l’unico capace di rallentarlo. Con la speranza che esca presto vincitore anche da questo contrasto.

 

Nell’immagine in evidenza, Kevin Strootman durante un allenamento con la Roma. Filippo Monteforte/AFP/Getty Images