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Il fuoco è spento

Dal 2014 il Valencia è governato dalla dittatura di Peter Lim e Jorge Mendes; nepotismo e affari hanno fatto sprofondare un'ex grande squadra.

Di Alec Cordolcini

Una delle tradizioni più antiche di Valencia sono le Fallas, feste dalle origini medioevali che celebrano la fine dell’inverno e il patrono dei falegnami, San Giuseppe. Per mesi artigiani e artisti lavorano alla costruzione di enormi pupazzi in legno, cartapesta o altri materiali combustibili, dedicati a personaggi di fama locale, nazionale e internazionale, destinati a essere bruciati nella notte del 19 marzo, il giorno di chiusura delle Fallas, in giganteschi falò che illuminano tutta la città. Nel 2002 tra i faccioni avvolti tra le fiamme spuntava anche quello di Héctor Cúper, che con la sua Inter aveva appena estromesso il Valencia dai quarti di Coppa Uefa al termine di una di quelle sfide destinate a lasciare tifosi e simpatizzanti della squadra sconfitta con un fegato delle dimensioni di uno Zeppelin, considerato il micidiale cocktail di cinismo, pragmatismo e coincidenze astrali che aveva sorriso alla causa degli avversari. Come detto, ci vogliono mesi per costruire la fallas destinata al rogo, e ciò significa che il tecnico argentino era entrato nel gruppo per i suoi trascorsi sulla panchina del Valencia, dove non era mai stato molto amato dalla tifoseria locale a dispetto delle due finali consecutive raggiunte in Champions League. Troppo difensivista, diceva chi aveva ancora negli occhi il Valencia di Ranieri che con il miglior Claudio López di sempre faceva ammattire il Barcellona di Louis Van Gaal, e che nel momento in cui il pupazzo dell’Hombre vertical di Chabás finiva avvolto dalle fiamme si godeva la marcia dei Che di Rafa Benítez verso una vittoria della Liga assente dal 1971.

10 May 2000: Claudio Lopez of Valencia in action during the Champions League semi-final second leg against Barcelona at the Nou Camp in Barcelona, Spain. Barcelona won the match 2-1, but lost 5-3 on aggregate. Mandatory Credit: Graham Chadwick /Allsport

Claudio López nella semifinale di Champions League 2000, contro il Barcellona (Graham Chadwick /Allsport)

L’aspetto ludico insito nella tradizione delle Fallas è equiparabile a quello dei Caganer, le statuine folkloristiche catalane raffiguranti una persona intenta a fare i propri bisogni, delle quali esistono ormai miriadi di versioni dedicate ai personaggi più famosi, da Obama al Papa a Messi. Per questo motivo nelle Fallas odierne, e in quelle degli anni a venire, sarà quasi impossibile trovare le effigi di Peter Lim, Jorge Mendes o Gary Neville, rispettivamente proprietario, deus ex machina e allenatore dell’attuale, disastrato, Valencia. Perché oggi non c’è niente di divertente, e non si tratta più di sbeffeggiare un personaggio poco gradito, reputato magari inadeguato a un determinato contesto, ma il cui fine ultimo (mantenere il proprio posto di lavoro, costruirsi e/o mantenere una solida carriera) coincide con quello del club (ottenere buoni risultati). Una relazione simbiotica destinata a decadere quando subentra un certo tipo di business, e il Valencia ne è l’esempio più eclatante. Ufficialmente il proprietario del club è il singaporiano Peter Lim, ex re dell’olio di palma riconvertitosi in magnate immobiliare, arrivato nel maggio 2014 per salvare una società tenuta artificialmente in vita dal suo principale creditore, il gruppo bancario Bankia, e che nel 2009 aveva toccato un debito di oltre 500 milioni di euro. Lim è socio in affari di Jorge Mendes, lo Special Agent (così si intitola la sua autobiografia uscita la scorsa estate) del calcio mondiale che attraverso la Gestifute nel solo 2015 ha guadagnato, secondo Forbes, 85,3 milioni di euro dalle commissioni su trasferimenti e contratti dei suoi clienti, tra i quali figurano Cristiano Ronaldo, Ángel Di María, James Rodríguez, José Mourinho, Radamel Falcao, Diego Costa, Pepe, Nicolás Otamendi e David De Gea.

Il business comune della coppia Lim-Mendes è rappresentato dal fondo d’investimento Meriton, a cui fanno capo diversi giocatori del Valencia, creando un palese conflitto di interessi tra il Lim “proprietario” dei calciatori attraverso Meriton e il Lim datore di lavoro degli stessi in quanto patron del club Che. Non è finita: gli oltre 100 milioni pompati nelle casse societarie dal magnate di Singapore, patrimonio stimato in quasi due miliardi di euro, non sono un investimento a fondo perduto bensì un prestito, che aggiunge pertanto Lim alla già nutrita lista di creditori, e infatti l’esercizio 2014/15 si è chiuso – secondo quanto riportato dal quotidiano El País – con un passivo di 334 milioni a fronte dei 262 dell’esercizio precedente. Finanziarie il debito con altri debiti: una storia già ascoltata un milione di volte in tempi di Grexit e crisi dell’Eurozona. E se esistesse un rating del debito per le società calcistiche, il Valencia si troverebbe in fondo alla scala con valutazione CCC, ovvero debito altamente speculativo.

Dieci anni fa il Valencia era l’Atletico Madrid di oggi, ovvero un club capace di spezzare in due occasioni (2002 e 2004) il duopolio Barcellona-Real Madrid. Poi il gap economico e mediatico con le due big si è progressivamente allargato, e la società si è dissanguata, tanto a livello tecnico quanto finanziario, per riuscire quantomeno a rimanere al comando del gruppo delle squadre “terrestri” delle Liga, ovvero tutte meno blaugrana e merengues. Dal Mestalla sono partiti Villa, Mata, Silva, Jordi Alba, Soldado, sacrifici necessari eppure insufficienti per mettere una pezza a un bilancio dal passivo enorme. Dal punto di vista sportivo, l’arrivo di Jorge Mendes sembrava aver ridato nuova linfa al club grazie all’arrivo in panchina del suo protetto Nuno Espirito Santo, che era riuscito a riportare il club in Champions dopo due anni di assenza, a dispetto degli ormai tradizionali sacrifici estivi in sede di mercato. Come accaduto per Leonardo Jardim, più che discreto alla guida del Monaco, anche Nuno Espirito Santo – l’uomo da cui prese il via la carriera di procuratore di Mendes, quando nel ’96 lo aiutò a trasferirsi dal Vitória Guimarães al Deportivo La Coruña decidendo di diventare agente a tempo pieno –  si è rivelato un tecnico di buona qualità; prima nel Rio Ave, portato alle finali di Coppa di Portogallo e Coppa di Lega, nonché al debutto in Europa, quindi in Spagna, con un 4-3-3 pragmatico, intenso ed efficace.

7-0 al Camp Nou

Nuno Espirito Santo è un allenatore con un santo in paradiso che però nell’eden calcistico ha dimostrato di saperci stare, almeno fino a quando il network del quale fa parte gli si è indirettamente rivoltato contro. La gestione personalistica del Valencia ha infatti portato lo scorso giugno all’addio (o meglio, alla cacciata) del presidente Salvo, del direttore sportivo Rufete e del segretario tecnico Ayala, sempre più insofferenti rispetto al flusso continuo in entrata di giocatori della scuderia di Mendes. L’esborso estivo ha raggiunto i 65 milioni di euro (solo il belga Bakkali è arrivato a parametro zero), cifra non giustificata né dal curriculum, né dallo spessore internazionale dei diretti interessati, tantomeno a posteriori dal loro rendimento in campo. Nuno si è così ritrovato tra le mani una multinazionale costruita con poca logica, quantomeno se si considera quella del campo, nonché indebolita dalle cessioni di alcuni big, su tutti Otamendi, strapagato dal Manchester City ma comunque elemento fondamentale nella stagione 14/15 del Valencia. Risultato? Alla prima di Champions contro lo Zenit il Mestalla era mezzo vuoto, ma il peggio è arrivato con l’avvicendamento tra il tecnico portoghese e il deb Gary Neville (tre anni da vice c.t. dell’Inghilterra la sua unica esperienza in panchina) a fine novembre. Tolta l’eliminazione in Champions League, della quale la responsabilità è tutta di Nuno (Neville era in panchina solo nell’ultimo match, perso al Mestalla contro il Lione), la gestione dell’ex terzino del Manchester United è un pianto: nessuna vittoria nella Liga (l’ultima è datata 7 novembre) a due mesi dal suo insediamento, con scivolamento dal 7° posto a 3 punti dalla Champions di Nuno all’attuale 12° a -19, all’umiliante 7-0 del Camp Nou nella semifinale di andata di Copa del Rey, con saluto anticipato all’ultimo obiettivo stagionale rimasto (difficile che qualcuno creda di arrivare in fondo all’Europa League).

Un’operazione puramente di facciata, così come l’ingresso in società di vecchie glorie del club quali Angulo e Vicente

La tifoseria ha tollerato il background di Nuno Espirito Santo fino a quando le cose sono girate per il verso giusto, poi con l’arrivo delle prime nubi il portoghese ha pagato l’immagine di fantoccio nelle mani del duo Lim-Mendes, tanto che il boss, una volta decretato l’esonero, ha fatto sapere attraverso Chan Lay Hoon, la presidentessa del club, che il nuovo allenatore non sarebbe stato un Mendes-man. Un’operazione puramente di facciata, così come l’ingresso in società di vecchie glorie del club quali Angulo e Vicente, perché il legame con il super procuratore è più forte che mai, e la scelta di Gary Neville non è stata nient’altro che il frutto di una telefonata di Mendes al suo socio d’affari Peter Kenyon, ex chief executive di Manchester United e Chelsea. Kenyon e Neville si sono conosciuti all’epoca dei Red Devils quando il primo, proveniente dalla Umbro, fece il suo ingresso nel Board of Directors e si batté per abbattere i rigidi parametri finanziari che vigevano in casa United all’epoca, rinegoziando al rialzo i contratti dei big e dell’allenatore, nonché iniziando a spendere ingenti somme sul mercato per singoli giocatori, da Juan Sebastian Verón a Rio Ferdinand. Poi Kenyon è passato al Chelsea, dove ha incontrato per la prima volta Mendes, e sulla rotta Oporto-Londra hanno iniziato a circolare un bel po’ di giocatori, un allenatore (José Mourinho) e di conseguenza un sacco di soldi.

Ci vorrebbero pagine intere per raccontare gli intrecci tra i personaggi in questione, in questa sede è sufficiente ricordare come Mendes sia legato a Kenyon, Kenyon a Neville e Neville a Lim. Quest’ultimo infatti possiede il 50% del Salford City, il piccolo club del distretto metropolitano di Manchester che ha dato i natali a Paul Scholes, e che dal 2014 è stato acquistato dalla mitica Class of ’92 (escluso David Beckham) del Manchester United, ovvero Scholes, Ryan Giggs, i fratelli Gary e Phil Neville, e Nicky Butt, ciascuno dei quali oggi detiene – dopo l’ingresso di Lim – il 10% delle quote societarie. La chiusura definitiva del cerchio è arrivata dalla notizia (fonte El País) che attualmente Nuno Espirito Santo, ex allenatore, opera come video-analista per conto della Gestifute di Mendes. Ed è assegnato agli allenamenti e alle partite del Valencia.

 

Le foto di Gary Neville sono di Juan Manuel Serrano Arce/Getty Images