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Dio è bulgaro

Hristo Stoichkov compie cinquant'anni: abbiamo scelto alcuni momenti per ripercorre la carriera di un mito del calcio moderno.

Di Oscar Cini

Put in the superlatives yourselves, I’m running out. Money doesn’t thrill me or make me play better because there are benefits to being wealthy. Hristo Stoichkov

Calcio e religione condividono tutta una serie di termini, un vocabolario ampio di parole comuni che si estende ad ambiti condivisi. Il calcio come rito pagano ma dai risvolti che toccano molti punti della religione cristiana: rito collettivo, fede calcistica, dio del pallone, un tiro che è una preghiera agli dei (pensare al gol di Nayim in un Saragozza-Arsenal di qualche decade fa). Il travaso di persone all’interno di un tempio (del calcio) in cui urlare la propria fede con un’intensità al limite del fanatismo. «La religione non è un sistema di idee; è piuttosto un sistema di forze che mobilizzano le persone fino a condurle alla più alta esaltazione». Il calcio come unica religione che lega i popoli, in un atto di fede che si ripropone, identico, in ogni continente. Nello sguardo estatico di un fedele a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 sarà capitato sovente che l’immagine del dio calcistico assumesse le sembianze di un giocatore dallo sguardo ruvido, il fisico denso e i soprannomi sempre imponenti: Ayatollah o Kamata (the Dagger, il Pugnale). Un uomo che prima della semifinale in cui la sua Bulgaria avrebbe affrontato l’Italia a Usa ’94 disse, identificandosi con l’altissimo, «Dio è bulgaro, e oggi gioca con noi». Parole proferite prima che fosse un altro semidio, più vicino a Buddha ad eliminare la Bulgaria da un Mondiale rimasto, comunque, nella storia dei territori vicini a Sofia.

Guardare Hristo Stoichkov giocare ha rappresentato per molti la sublimazione del concetto di Dio in terra, il segno del sommo inscritto sull’erba di un campo da calcio. Un indolente forse, il più pigro tra i geni calcistici dello scorso millennio magari, ma al contempo Stoichkov ha rappresentato l’acume calcistico e la bellezza estetica espresse nella loro forma più rabbiosa. C’è nei momenti del primo Stoichkov in maglia culé un senso deciso di onnipotenza, quella stessa che può essere propria soltanto chi porta sulle spalle il nome del figlio di Dio. Pallone d’Oro nel ’94 davanti a Baggio e Maldini – per cui dovrà subire (l’invettiva di papà Cesare) ha scritto con la maglia della Bulgaria una delle storie calcistiche più inattese di sempre. Un condensato di hype e sostanza tale da restare nella memoria degli amanti dello sport come un Padre Nostro imparato da bambini in una classe di catechismo immersa nella provincia più rigida.

Come un tuono

Oggi uno dei tanti figli illegittimi di Maradona compie cinquant’anni: a metà del cammino è obbligatorio rendergli il giusto tributo attraverso alcune delle sue giocate migliori. Non il gol stilisticamente più bello di Stoichkov, ma una di quelle reti in cui è racchiuso tutto il suo estro. Una corsa frenetica e roboante, uno scatto inarrestabile verso la porta avversaria per battere Campos sul proprio palo. In un Mondiale in cui trascinerà la Bulgaria ad un passo dalla finale, segna 6 reti, diventando il miglior marcatore del torneo insieme al russo Salenko e portando a casa la scarpa d’oro adidas. Altrettanto importante è la punizione procurata e calciata contro la Germania ai quarti, una parabola che sia alza leggera e si deposita gentile alle spalle di Bodo Illgner. Nel silenzio del Giants Stadium di New York si sente il portiere tedesco gridare qualcosa a Matthäus in barriera: una paura giustificata che prenderà forma qualche istante dopo.

Kill the referee

Stoichkov non è stato immune dai luoghi comuni per cui non esiste giocatore d’ingegno senza un minimo di insania e squilibrio. La sua è una storia di autorità che rifugge l’autorità, di un ex militare con l’idiosincrasia per la figura dell’arbitro, visto spesso come un nemico da abbattere. In una finale di Coppa di Lega, nel dicembre del 1990, tra il suo Barcellona e il Real Madrid, calpestò intenzionalmente i piedi dell’arbitro Azpitarte, reo di aver prima espulso Cruijff e poi lui per proteste. Saranno 6 mesi di squalifica poi ridotti a 10 settimane. Con l’allenatore olandese vivrà un rapporto dicotomico, Cruijff lo ha amato come pochi altri pur cercando di «dirozzarne il carattere», spesso ha pensato di allontanarlo da Barcellona. Fu anche coinvolto in uno degli episodi più violenti del calcio bulgaro, un Cska-Levski per cui il Partito comunista bulgaro pensò addirittura di sciogliere le due squadre. Cose che non accadde quando la Nazionale si qualificò a Messico ’86 e la sanzione fu ammorbidita.

Dimenticare Hristo

In un Parma che stava mutando forma, dopo aver vinto una Coppa Uefa, una Supercoppa europea ed essere arrivato a una finale di Coppa delle Coppe, la squadra di Tanzi cercò nuova linfa con l’acquisto del Pallone d’oro 1994. Non presentatosi benissimo alla stampa, pochi mesi prima del suo arrivo aveva dichiarato «il vostro campionato non è il più importante del mondo. Ora i migliori stranieri giocano in Spagna». Un’esperienza italiana tutto sommato modesta, solo sei reti, e una doppietta troppo semplice contro il Padova. Se la verità di Dio è nella bellezza del suo calcio, quella di Hristo in Italia sembra essere una verità sbiadita.

Il corpo di un dio giovane

In un match che prevede lo scontro tra le due potenze del calcio bulgaro, Stoichkov si mostra con le fattezze di un Cristo fiorente e ancora incompleto. Segna quattro reti, di cui soprattuto la sua seconda – quella del 3-0 momentaneo – porta in sé i prodromi del campione che verrà di lì a qualche anno: ricevuto il pallone fronte alla porta, con uno scatto impressionante supera il diretto avversario nello spazio di un solo metro. È una corsa bruciante, come potente è il tiro di destro che scarica in porta. Hristo è un Principe Costante dal corpo esile e nervoso, ma al contempo già duro e poderoso.

Manifestazione del dio

Semifinale di andata della Coppa delle Coppe 1988/89: il Cristo calciatore affronta quello che diventerà il proprio futuro. In una sorta di premonizione, una predestinazione del padre che lo proietta verso ciò che sarà di lì a breve. Servito di esterno da un compagno, Stoichkov corre sfuggendo ad ogni tentativo di rientro da parte della difesa del Barcellona; un tocco sotto spostando leggermente il corpo in avanti e un pallonetto che si posa delicato dietro Zubizarreta. Lineker, Amor, Bakero e Julio Salinas ribalteranno il risultato, ma in Catalogna in molti si sono già innamorati di lui.

Il numero 8 Stoichkov se lo porterà dietro per tutta la carriera, tatuato sulla schiena come un simbolo della propria potenza assoluta. Un numero forte simbolo d’infinità e di poter superiore alla media: Hristo pur avendo vinto molto non ha raggiunto in pieno l’assoluto, la sua grandezza è fiorita solo in parte rispetto ai progetti divini cuciti dal destino apposta per lui. Comunque sia non potremo fare a meno di ringraziare il cielo, noi che in un momento qualsiasi della nostra vita abbiamo avuto l’onore di vederlo toccare il pallone, come se fosse una madre da amare.