Iscriviti alla newsletter: scopri tutte le storie di Undici!

Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

The happiest days of our lives

Stelle, flop, incognite: chi sono quei giocatori finiti fuori dal giro dell'Nba prima dei trent'anni. Storie di rimpianti e occasioni perse, per limiti fisici o caratteriali.

Di Francesco Mecucci

Rinunciare alla carriera NBA o addirittura smettere di giocare a basket prima dei 30 anni non è un lieto fine. Ma in Nba i lieti fine non sono mai così scontati: chiedetelo a un gruppo di giocatori finiti fuori dal giro troppo presto, prima dei 30 anni, per ragioni tecniche, problemi fisici, limiti caratteriali. Gente che ha vissuto momenti importanti nella lega o che vi era sbarcata con enormi aspettative. In cerca di un lieto fine.

Greg Oden

La notizia positiva è che a 28 anni, dopo l’esperienza in Cina agli Jiangsu Dragons appena conclusa, Greg Oden può dirsi ancora un giocatore di basket. Perché non era così scontato. Dal 2007 a oggi cinque interventi alle ginocchia lo hanno trasformato da potenziale star in una delle peggiori prime scelte assolute di sempre. Centro vecchia maniera, statuario, dominante sotto canestro, merce sempre più rara in una NBA di saltatori siderali e tiratori da tre: quanto basta per convincere i Portland Trail Blazers a preferirlo a Kevin Durant. Da allora è un calvario di stagioni saltate, tentativi di rinascita andati a vuoto e cadute in basso tra problemi di alcolismo e un arresto per violenza domestica. Ha collezionato in tutto 114 presenze in NBA: un numero di partite che una squadra da titolo disputa in una sola stagione, o poco più.

Brandon Roy

Brandon Roy è una di quelle persone a cui tutti vogliono bene. Quelle in cui un’intera città arriva a identificarsi, anche se lui è di Seattle, rivale di Portland, dove invece è stato un leader ed è tuttora considerato un esempio, sia per ciò che ha fatto vedere sul parquet sia per la condotta di vita. Mix di faccia pulita, talento e determinazione, il bravo ragazzo Brandon Roy oggi ha quasi 32 anni ma si è ritirato ufficialmente a 29 e di fatto a 27, dopo cinque stagioni con i Blazers, una completamente saltata e un tentativo di ritorno ai Minnesota Timberwolves. La causa: la solita, i guai alle ginocchia. Guardia di 1,96, doveva comporre un trio delle meraviglie con Greg Oden e LaMarcus Aldridge. Tre volte All-Star, autore di 52 punti in una partita, si arrende alla quarta operazione chirurgica.

Le 10 migliori giocate in carriera di Brandon Roy, scelte dall’Nba

Javaris Crittenton

Dalla persona perbene al bad boy, nel vero senso della parola. Di giocatori NBA finiti nei guai con la legge ce ne sono tanti, ma tra i più recenti quello di Javaris Crittenton – ex Lakers, Memphis  e Washington – è il caso più estremo. Oggi ha 28 anni e mentre suoi coetanei sono nel fiore della carriera, lui è in carcere a scontare una condanna per omicidio: 23 anni di reclusione e 17 di libertà vigilata. Nell’agosto 2011 ha ucciso una ragazza: le ha sparato a una gamba dal finestrino del suv del cugino, mentre scorrazzavano come gangsta per le strade della sua Atlanta, ed è poi deceduta in ospedale. Si è dichiarato colpevole nel 2015. La sua vita da giocatore, anch’essa tormentata, si era già conclusa prima del fattaccio, precisamente il 21 dicembre 2009 con l’episodio delle pistole estratte nello spogliatoio dei Wizards durante un alterco con Gilbert Arenas.

 Javaris Crittenton, con i Wizards, nel gennaio 2009. Kevork Djansezian/Getty Images

Javaris Crittenton, con i Wizards, nel gennaio 2009. Kevork Djansezian/Getty Images

Darko Milicic

Probabilmente il più grande abbaglio degli ultimi 15 anni. Il draft è la più inesatta delle scienze e può capitare che un giocatore scelto non renda quanto ci si aspetti, per una serie di motivi. Ma quella volta il pur competente Joe Dumars, gm dei Detroit Pistons, ha preso un granchio colossale selezionando il centro serbo alla seconda chiamata, dopo LeBron James, preferendolo a Carmelo Anthony, Chris Bosh, Dwyane Wade. Milicic si rivela molto limitato e resta spesso a guardare. È vero che nel 2003 era davvero difficile ritagliarsi spazio in quei granitici Pistons, ma Darko ci mette del suo, non sbattendosi più di tanto. Dopo aver girovagato in più squadre, nel 2013 la clamorosa decisione: lascia il basket a 28 anni per dedicarsi a pesca sportiva e kickboxing… Eppure Milicic, una volta, è stato il più giovane straniero a esordire in NBA e sulla carta avrebbe pure vinto un titolo con Detroit. Forse non se lo ricorda più nemmeno lui.

Andrew Bynum

Succede anche che il centro dei Lakers campioni NBA 2009 e 2010, in quintetto all’All Star Game 2012, scompaia dai radar a 26 anni. C’entrano i problemi alle ginocchia e una notevole immaturità del giocatore, spesso protagonista di episodi da testa calda. In un’epoca avara di veri centri, Andrew Bynum era considerato la grande speranza tra i lunghi. Scelto al draft 2005 a 18 anni da compiere, è maggiorenne da soli sei giorni quando diventa il più giovane debuttante di sempre in NBA. Dimostra di avere le carte in regola per dominare sotto canestro, nei Lakers di Phil Jackson, che lo affidano alle cure del leggendario Kareem Abdul-Jabbar. Gioca alcune buone stagioni, ma le sue ginocchia soffrono l’indicibile e i suoi comportamenti non tendono a migliorare. Cambia qualche squadra ed è free agent dal 2014. Oggi ha solo 28 anni.

Gara 7 delle Nba Finals 2010, Lakers contro Celtics. Con LA c’era anche Andrew Bynum

Leon Powe

Se non ci fosse stato Leon Powe, chissà se i Boston Celtics avrebbero vinto il titolo NBA 2008. Di certo, senza i suoi 21 punti in meno di 15 minuti, gara 2 di quelle finali, culminate con il trionfo sui rivali di sempre, i Lakers, avrebbe preso un’altra strada. Powe segna a ripetizione, schiaccia neanche fosse Jordan e vive il suo stato di grazia. Boston lo osanna. La storia di Leon Powe è una bella storia. Durata troppo poco, ma bella. Ha lasciato il basket a 28 anni (oggi ne ha 32) e l’anello 2008 è stato il suo unico momento di gloria. Grazie alle sue doti difensive e caratteriali, in meno di due anni è uscito dalla panchina e si è fatto trovare pronto per la sua grande occasione. Perché Leon Powe non può farsi sfuggire nulla nella vita, dopo infanzia e adolescenza passate nei bassifondi di Oakland. Il basket è stata la sua via d’uscita. Cosa gli tarpa le ali? Le ginocchia fragili, tanto per cambiare. Oggi si occupa di affari in California.

Michael Beasley

Michael Beasley, classe 1989, ha sempre avuto due passioni: il basket e la marijuana. Non è chiaro quale abbia messo al primo posto nella sua vita, ma a giudicare dal bilancio personale la lancetta pende di più verso la seconda. Da un po’ Beasley fa la spola tra i Miami Heat e il campionato cinese, dove attualmente fa il bello e il cattivo tempo (oltre 31 punti di media) negli Shandong Flaming Bulls. E dire che, dopo l’unico anno di college a Kansas State, era considerato una delle scelte migliori, un’ala atletica e completa. Ma fin dall’inizio Beasley ha alternato belle prestazioni a periodi oscuri, un continuo saliscendi macchiato da episodi incresciosi, problemi comportamentali e violazioni di regole. Curiosità: ha segnato 63 punti nell’All Star Game cinese. Soddisfazioni.

Michael Beasley con i Miami Heat, dicembre 2013. Mike Ehrmann/Getty Images

Michael Beasley con i Miami Heat, dicembre 2013. Mike Ehrmann/Getty Images

Adam Morrison

Uno dei giocatori più curiosi mai visti in NBA. E purtroppo un buco nell’acqua dietro soltanto, forse, a Oden e Milicic. Bianco, look vintage con capelli lunghi e baffetti anni ’70, poco atletico ma ottimi fondamentali. Introversa ala tiratrice, con strane abitudini: stando a sentire Jared Dudley in una recente intervista, non si lavava mai e masticava tabacco in continuazione. La sua storia personale è unica: convive con diabete mellito di tipo 1, diagnosticatogli da ragazzino, e si porta in panchina un microinfusore per l’insulina. Terza scelta assoluta 2006, a fidarsi di lui è… Michael Jordan, alla sua prima esperienza dirigenziale con gli Charlotte Bobcats. La carriera NBA dura sì e no tre stagioni, a cifre modeste, tra Bobcats e Lakers. Ci si mette anche un grave infortunio al ginocchio sinistro. Dopo una breve avventura europea (Stella Rossa e Besiktas), ha smesso a 28 anni e ha intrapreso la strada per diventare allenatore alla Gonzaga University, sua alma mater.

Sebastian Telfair

Sebastian “Bassy” Telfair non gioca da oltre un anno e negli ultimi tempi lo ha fatto anche lui in Cina, ormai la lega prediletta (e dorata) dei reietti NBA. Telfair ha quasi 31 anni ed è di Coney Island, Brooklyn, quel quartiere reso noto dal film I guerrieri della notte e, per gli adepti del basket, da He got game. Una zona sul mare, piena di palazzoni popolari e caratterizzata dal famoso luna park. A Coney si gioca nei playground, come in tutta New York del resto, ed è lì che ci si fa una reputazione o si prendono cattive strade. Bassy, oltre che sull’asfalto, si è formato alla Lincoln High School diventando uno dei migliori prospetti liceali del paese. A 17 anni viene girato addirittura un documentario su di lui. Niente male, per una point guard alta 1,80. Scelto da Portland nel 2004, tra i pro la storia è diversa: Telfair non lascia il segno e viene scambiato da una squadra all’altra. E con comportamenti non proprio irreprensibili.

Sebastian Telfair nel 2012, in maglia Suns. Christian Petersen/Getty Images

Sebastian Telfair nel 2012, in maglia Suns. Christian Petersen/Getty Images

Nate Robinson

Ci manca, Nate Robinson. Ci mancano la sua esuberanza, il suo entusiasmo, la sua caciara. La NBA, a volte, è crudele con i giocatori più imprevedibili e divertenti. Nate, 31 anni, è fermo dopo le ultime apparizioni lampo ai Clippers e a New Orleans. Eppure anche lui ha toccato il cielo con un dito, lui che per arrivarci, a toccare il cielo, ha sempre dovuto far finta di avere i razzi nelle scarpe, per portare lassù il suo metro e 75 scarso. Robinson, di Seattle, ha avuto i suoi momenti d’oro ai New York Knicks, dove ha trascorso i primi cinque anni prima di girovagare in tutti gli States. È stato il primo a vincere tre volte la gara delle schiacciate all’All Star Game. Difficile da contenere in campo, capace di fare 45 punti una sera (è successo nel 2008) e di combinare disastri tattici ventiquattr’ore dopo. In parte limitato dagli infortuni, da quando ha lasciato New York non è più stato quello di prima. Anche lui è dato in partenza per la Cina.

Slam Dunk Contest 2009, Nate Robinson vincitore. Di gare di schiacciate ne ha vinte tre

Gli altri

Di under 30 accomunati da un simile destino ce ne sono molti altri. Basti pensare ad Hasheem Thabeet, il 2,18 tanzaniano che rivaleggia con Milicic quale peggior seconda scelta di sempre. O al classe ’86 Tyrus Thomas, quarta scelta assoluta del 2006, ora in Germania a Bremerhaven dopo quasi un decennio senza infamia e senza lode tra Chicago e Charlotte. Martell Webster (30 anni), con Bynum e Telfair uno degli ultimi liceali a passare direttamente alla NBA, è free agent dopo l’esperienza ai Wizards. Il centro lettone Andris Biedrins (30), una bandiera a Golden State, è fermo dal 2014. Il 2,12 cinese Yi Jianlian (29), dopo qualche fiammata tra Nets, Milwaukee e Washington, è tornato a casa, a Guangdong. Jimmer Fredette (27), ora in D-League, non è mai riuscito a scrollarsi di dosso la reputazione di ottimo giocatore di college ma inadeguato al piano di sopra. J.J. Hickson (27) giace in fondo alla panchina di Denver dopo qualche prestazione da protagonista a Cleveland e Portland. Larry Sanders (27) ha annunciato di voler tornare in NBA un anno dopo il ritiro dovuto a disturbi ansioso-depressivi; nel frattempo si è dedicato alla sua agenzia di management per artisti, designer e fotografi. Per concludere, ecco quello che ci si augura non sia il prossimo desaparecido: Anthony Bennett, canadese del 1993, prima scelta assoluta dei Cavs nel 2013, ora a Toronto a fare la spola tra Raptors e D-League. Perché purtroppo qualche vittima la NBA la fa sempre. Forza Anthony.

 

Nell’immagine in testata, Nate Robinson con la maglia dei Denver Nuggets, in una partita del 7 gennaio 2015.  Doug Pensinger/Getty Images. Nell’immagine in evidenza, Greg Oden ai tempi dei Portland Trail Blazers. Jonathan Ferrey/Getty Images