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Crazy Szczesny

Eccentrico, autoironico, esagerato: la personalità di Wojciech Szczesny si riversa, nel bene e nel male, anche in campo. A Roma lo attende il salto di qualità.

Di Marco Juric

Com’è che si dice spesso? Tutti i portieri sono pazzi. Non è mai stato chiaro il perché di questo assoluto, così radicato nel pensiero comune. Come se questo aggettivo racchiudesse da solo l’essenza emozionale del ruolo: coraggio, spregiudicatezza, istinto. Ma anche solitudine, diversità e quell’essere determinante rispetto agli altri dieci ruoli. Tutto riassunto nella parola pazzo. Così è più facile e forse fa anche figo.

In realtà, ci sono stati tanti personaggi nella storia del calcio che hanno confermato la tesi della follia intrinseca nel portiere. Da El Loco Higuita a El Brody Campos, passando per il belga Pfaff e i nostrani Zenga e Rossi. Dei portieri pazzi, comunque sia, ci ricordiamo meglio e più a lungo. Ognuno a suo modo è stato eccessivo: con parate più spettacolari che utili, con magliette sgargianti, con personalità strabordanti e comportamenti, dentro e fuori dal campo, spesso insensati. E il portiere della Roma Wojciech Szczesny si inserisce bene in questo contesto. Diciamo che ha avuto anche un buon maestro in casa: Maciej Szczesny, suo padre. Anche lui portiere. Anche lui non proprio equilibrato.

Goal Decision System (GDS) Media Event

«Mio padre diede un pugno in faccia a Roberto Mancini. Fu un pugno molto chiaro, dritto verso di lui», disse qualche tempo fa Wojciech, quasi orgoglioso del gesto del papà. Accadde nei quarti di finale della Coppa delle Coppe del 1991, nella partita di ritorno tra Sampdoria e Legia Varsavia. Vialli aveva appena segnato il gol del 2-2, ma la Sampdoria aveva bisogno di un altro gol per evitare l’eliminazione. Szczesny senior afferrò la palla per perdere tempo e Mancini si avventò su di lui per riportare il pallone a centrocampo.

Il racconto di Wojciech è tanto assurdo quanto esplicativo delle personalità dei due Szczesny: «La domanda dentro la testa di papà in quel momento era: “Vuoi giocare la finale?”», racconta il polacco, «ma ovviamente essendo un pazzo si rispose: “No”. Bang, e gli diede un pugno. Era l’ultimo minuto, fu espulso e saltò la semifinale che il Legia perse con il Manchester United. Non era molto felice». La fierezza nel raccontarlo è paradossale, tanto quanto scegliere di definire il gesto paterno con un «non era molto felice». Non «ha sbagliato» o «ha esagerato», no. Maciej era solo scontento di saltare la semifinale.

Era un altro calcio, forse più permissivo nei gesti plateali sul terreno di gioco. Adesso questa folle eccentricità si manifesta più fuori dal campo e sui social network che dentro il rettangolo di gioco. E Wojciech da questo punto di vista personifica il concetto di “portiere pazzo 2.0”. In giovane età fu il profilo Twitter a essere la vetrina della mente del polacco. Poi un eccesso di commenti fuori luogo, polemiche settimanali sugli arbitri e accesi diverbi con i tifosi avversari lo hanno portato a tralasciare quasi totalmente i cinguettii: «È arrivato il momento per me di crescere» scrisse nel 2012, «eliminare Twitter e concentrarsi sul calcio! Grazie per tutto il sostegno che ho ricevuto qui».

Le migliori parate in giallorosso

Questo non ha diminuito la sua voglia di esprimersi, e ha semplicemente cambiato vetrina, passando alla community delle foto. Il suo profilo Instagram è attualmente l’espressione dello Szczesny pensiero, in tutto e per tutto. Molto diverso da quel concetto di calciatore social che oggi imperversa nel mondo pallonaro, rivolto alla pubblicizzazione del marchio personale e strutturato su una rigida politica di social management. Per Wojciech invece no, è solo un modo per esprimere con eccentricità tutto quello che gli frulla in testa, spesso senza filtri. Passa dal postare un’immagine di se stesso davanti al risultato finale di Arsenal-Tottenham, mentre sfotte dei tifosi Spurs, a un video di una sua performance al pianoforte, mentre suona “When the Spurs go marching in”, corredando il tutto con la scritta «saluti da Londra nord». Oppure sfoggia la sua follia in situazioni ancora più goliardiche, ma comunque ascrivibili a un personaggio se non matto, almeno naïf. Una foto in Thailandia con una tigre al guinzaglio, un video-selfie in italiano dove annuncia il suo passaggio alla Roma, un altro video dove si lancia in un tuffo insensato dentro una ciambella chiaramente minuscola, fino ad arrivare al video dove, insieme a Krychowiak, festeggia l’ingresso della Nazionale polacca a Euro 2016. Il senso? Non lo sappiamo. O meglio non vogliamo immaginarlo. Insomma, un personaggio spaccone, irriverente ed eccentrico. Una personalità che a volte eccede sia dentro che fuori dal campo. Di lui si ricorda il gesto poco carino rivolto ai tifosi del Bayern Monaco uscendo dal terreno di gioco dopo un’espulsione, ma anche quella sua irrefrenabile voglia di fumare, che negli anni di Londra gli è costata diverse multe ed esclusioni da parte di Wenger.

Don’t try this at home!! 🙂

Un video pubblicato da Wojciech Szczesny (@wojciechszczesny1) in data:

Quella stessa personalità che, appena entrato a Trigoria, gli ha fatto ottenere l’armadietto a fianco di quello di Morgan De Sanctis, l’uomo con cui sapeva già sarebbe entrato in competizione. Matto ma con personalità. Scanzonato nel vivere il calcio, ma sfrontato quando serve. Quest’estate entrò nell’ufficio di Wenger e senza mezzi termini disse: «Ora mi mandi a giocare. Ma in prestito, perché un giorno mi richiamerai a fare il titolare». Lo stesso Wenger si sentì dire nel 2011: «Voglio essere il capitano dell’Arsenal. Sento che quando dico qualcosa tutti mi ascoltano». Non lo divenne mai, ma il temperamento c’era già a 21 anni.  A volte è anche strafottente, come quando si sfogò con un giornale polacco per non esser stato convocato in una trasferta di Coppa di Lega: «Wenger sembra essersi dimenticato di avere un portiere di nome Wojciech Szczesny». In questo, nelle dichiarazioni e nei comportamenti, si insinua anche una buona dose di autoironia che ne fa un giocatore sempre ben voluto dai propri tifosi e dai compagni di squadra. Indimenticabili furono le dichiarazioni sulla dubbia scelta della Nike di vestire i portieri dell’Arsenal con un completo totalmente rosa: «È imbarazzante. Non vorresti mai vedere David Seaman o Jens Lehmann indossare una maglietta rosa. Credo che Lehmann l’avrebbe bruciata».

Vietnam v Arsenal

Un portiere che incarna a tutto tondo l’assunto portiere = pazzia. Ma in campo non vanno le foto, gli status o le dichiarazioni. A difendere i pali ci va lo Szczesny portiere che, portandosi dietro quest’approccio scanzonato, ha sempre alternato prestazioni maiuscole ad altre raccapriccianti. Un’altalena che ha accompagnato tutta la sua giovane carriera e che è stato il motivo principale della sua cessione alla Roma. La scelta di Wenger di affidare i pali dell’Arsenal al veterano Petr Cech non ha fatto altro che confermarlo. Allo stesso modo è innegabile come le intemperanze extra-campo abbiano avuto un ruolo fondamentale nella cessione del polacco, ma almeno da quel punto di vista i tifosi della Roma fino a oggi non hanno avuto di che preoccuparsi.

Le preoccupazioni a Roma sono arrivate solo dalle prestazioni in campo. Gli errori contro il Bate Borisov in Champions League e contro l’Inter in campionato sono stati evidenti tanto quanto i salvataggi miracolosi contro Juventus e Frosinone. Szczesny passa da un colpo di reni plastico in allungo a mezz’aria su Chiellini a subire un gol da 35 metri su un cross sbagliato del terzino del Bate Borisov. Addirittura, mettendo a confronto il gol subito da Medel contro l’Inter con il miracolo fatto su Tonev del Frosinone, si nota come, per lo stesso tipo di azione, l’approccio psicofisico e conseguentemente l’esito finale del gesto siano diametralmente opposti. Sul primo, con un tuffo pigro e svogliato, sbaglia l’intervento, regala il vantaggio all’Inter e condanna la Roma alla sconfitta. Sul secondo invece fa esattamente il contrario: tuffo reattivo e convinto, parata tecnicamente ineccepibile, porta inviolata e vittoria per la Roma. I confronti, tra quello che è in grado di fare e quello che poi in realtà fa, sarebbero decine. Questa alternanza fa sì che le prestazioni si compensino tra loro e alla fine bilancino il giudizio complessivo del suo semestre romanista. Quel che resta sono le incertezze sulla sua continuità di rendimento che a certi livelli è fondamentale.

Una delle prodezze migliori in carriera, contro il Liverpool

Un’abitudine all’errore che per cinque anni ha fatto disperare Wenger e tutti i tifosi dell’Arsenal. Sarebbe dovuto essere il futuro della porta dei Gunners per una decade, in realtà non lo è mai diventato. Miracoli e papere. Prestazioni sontuose alternate a partite gravemente insufficienti. Un quinquennio più simile ad un’onda sinusoidale che ad una parabola crescente. Anche le scelte dell’allenatore francese lo confermano. Una prima stagione da alternativa a Fabianski e Almunia seguita da una seconda stagione da titolare indiscusso. Una terza stagione in lotta con Mannone, alternata ad una quarta da numero 1 inamovibile. Infine una quinta giocata a singhiozzo e conclusa con la cessione alla Roma. Lo Szczesny portiere non ha mai avuto una costanza prolungata nel tempo, non ha mai dato una certezza definita e definitiva sul quello che avrebbe potuto dare dentro il rettangolo di gioco. Perché fuori dal campo invece ha messo in mostra tutto il repertorio “creativo”. Su quello nemmeno Wenger ha mai avuto un dubbio. La pazzia c’è sempre stata, la personalità anche e l’ego non gli è mai mancato, anzi forse è in eccesso. Per i primi 25 anni ha curato tutto il resto, ora sarebbe il momento di concentrarsi di più su traiettorie, posture, guanti e pallone.

 

Nell’immagine in evidenza, Wojciech Szczesny durante Juventus-Roma dello scorso 24 gennaio. Marco Luzzani/Getty Images