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Portlandia

Lo spirito della città più bike-friendly al mondo vissuto attraverso l'attesa di una partita dei Trail Blazers. Perché anche lo sport ne definisce i caratteri.

Di Leonardo Piccione

Oliver è australiano, ha 24 anni e, nel letto alla mia destra, si gode – testa sotto il cuscino – le ultime ore di sonno prima che un volo Virgin di due ore e mezza lo depositi a Los Angeles, dove è convinto di poter piazzare a una major di Hollywood lo script di un film horror a cui lavora da mesi; anche Mark, il 48enne scozzese qui a sinistra, sembra apprezzare particolarmente il raro tepore di questo sabato pomeriggio: dorme di un sonno pacifico da ieri al tramonto, quando è arrivato nella camera 104 – otto posti letto in tutto – dichiarandosi un rifugiato politico in fuga dalla precoce, acutissima menopausa della moglie; io emergo dolcemente dalla copertina in cotone leggero e, in mano jeans ed elmetto, in spalle zainetto e k-way, scivolo verso il bagno in comune, immerso nel profumo di pancake che emana notte e giorno dal cucinone a piano terra. Dalla finestra tonda accanto alla doccia riesco ad avere una visuale completa dell’incrocio tra la 18a e Flanders Street, North West Portland, e realizzo con sollievo che la mia Raleigh nera c’è ancora: è poggiata a un bell’acero, lo stesso dove devo averla lasciata con parziale consapevolezza qualche ora fa, sotto il potente effetto di plurime porzioni di Oregonian sweet potatoes e IPA artigianali. In sella a questa bici, presa a noleggio tre giorni fa in un’officina di downtown Portland, sto per andare a vedere la mia prima partita di NBA dal vivo.

Senza titolo

L’ostello dove ho incontrato Oliver e Mark è il posto più economico in cui abbia dormito in vita mia e, probabilmente, il più economico in cui mai dormirò. 18 dollari a notte: per gli standard della costa ovest, un regalo. Portland, in effetti, è una delle metropoli più abbordabili d’America e, anche per questo, una delle mete preferite da studenti, artisti, spiriti liberi, ecologisti, hipster, cacciatori di avventure urbane e tutte le combinazioni possibili di due o più di queste categorie. Per tutti loro, un altro po’ di extra money – da spendere in cose pazze tipo l’acquisto di cavallini in plastica da legare ai vecchi anelli in ferro dislocati in Pearl District – arriva dal risparmio sui costi dell’automobile: in alcuni quartieri della città, un quarto dei residenti dichiara di utilizzare la bicicletta come mezzo di trasporto primario o, al più, secondario. La bellezza di pedalare dentro Rose City è legata al fatto che all’estrema navigabilità dello scacchiere urbano in sé – condivisa con pressoché tutte le città americane, nelle quali trovare un indirizzo è come giocare a battaglia navale – si aggiunge una gerarchia stradale invertita, con gli autisti costantemente invitati da una vistosa segnaletica orizzontale e verticale a dare la precedenza ai ciclisti. Motorists, give way. Chiedendogli info sulla mappa delle piste ciclabili cittadine, l’uomo di Cycle Portland che noleggia Raleigh per un tozzo di pane suole avvertire che «tutta la città è ciclabile, ma ci sono delle strade, quelle segnate in verde, dove tu, con la tua bici, semplicemente comanderai». You will be the king sono le parole esatte.

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La mia traversata urbana verso il grande fiume Willamette, che divide West Portland da East Portland, è scandita dal ritmo dell’ordine alfabetico inverso delle strade che incrocio in direzione downtown: Lovejoy, Kearney, Johnson, Irving, Hoyt, Flanders, Everett. Ecco, i nomi delle strade di Portland meriterebbero un ampio racconto a parte, ma per il momento basti dire che sulla intitolazione delle strade le amministrazioni comunali tendono a dibattere più che sulle norme sul traffico e che, sì, se certi nomi vi ricordano qualcosa, avete ragione: Matt Groening, uno dei portlanders più illustri, ne ha tratto diretta ispirazione. Nonostante mi stia muovendo in senso opposto rispetto a Forest Park, parco cittadino più esteso della nazione e centro gravitazionale dell’outdoor-lifestyle cittadino, la presenza di ciclisti in ogni singolo riquadro urbano che sorpasso è ragguardevole. Studenti con lo zainetto in tela, professionisti che parlano dentro minuscoli microfoni bluetooth, giovani mamme per nulla provate dal peso dei piccoli piazzati sul seggiolino posteriore. In ogni caso, pur riuscendo a sorprendere chiunque provenga da un’altra grande città americana, il numero di uomini e donne su due ruote che si incrociano a Portland difficilmente impressiona chi abbia vissuto, per dire, in una città universitaria europea. Certo, la Zoobomb Pile posizionata tra Couch e 10a, a due passi dalla leggendaria libreria Powell ha innegabilmente il suo perché.

Powell's è il negozio di libri indipendente più grande del mondo. Le Zoobomb piles sono punti di ritrovo per le uscite settimanali di ciclisti che fanno downhill sulle colline o ovest della città.

Powell’s è il negozio di libri indipendente più grande del mondo. Le Zoobomb piles sono punti di ritrovo per le uscite settimanali di ciclisti che fanno downhill sulle colline o ovest della città.

La reputazione di città più bike-friendly d’America Portland se l’è costruita, sì, con politiche e piani regolatori (esiste da oltre trent’anni una legge che prevede che l’1% delle spese per la manutenzione delle strade debba essere speso in favore di ciclisti e pedoni), ma soprattutto declinando in salsa weird la crescente passione dei propri cittadini per i velocipedi. I traslochi in bicicletta, le competizioni di eating by bike, le gigantesche pedalate per nudisti: nessuna di queste trovate nasce come invenzione ad uso e consumo di una serie tv, ma fanno tutte parte dall’ambizioso progetto di trasformare lo stile di vita bici-centrico della città nell’ideale risposta al culto dell’auto che era stato vessillo della Southern California negli anni ’60.

Procedendo lungo Burnside Street, oltrepassato un grocery store biologico che si è recentemente sbarazzato di un buon numero di posti auto per far spazio a griglie per biciclette, parcheggio di fronte a un negozio di stickers troppo colorato e rumoroso per non attirare la mia attenzione. Nathaniel, l’omone che mi accoglie, è una specie di Samuel L. Jackson che disegna, stampa e vende adesivi.
«Spiacente, bro. Non siamo ancora aperti ufficialmente, ho pochissima roba», mi avverte.
«Guarda, a me ne basterebbe giusto uno dei Blazers, adoro il pinwheel…»
«Spiacente, bro. Al momento solo Timbers (i Timbers sono la squadra di calcio di Portland, che ha vinto il titolo MLS pochi mesi fa, ndr)».
«E non va bene se prendo uno sticker dei Timbers, essendo io tifoso dei Blazers?»
«Sì, bro, va benissimo. Molti tifosi dei Timbers sono anche tifosi dei Blazers. In questa città l’atmosfera dello stadio assomiglia a quella di un palazzetto e quella del palazzetto diventa sempre più simile a uno stadio. L’ultima volta che sono andato a vedere i Blazers ho sentito certi cori presi direttamente dalla Timbers Army: hanno solo sostituito “Rose City” con “Rip City”. Con la differenza però che nel basket puoi cantare al massimo qualche secondo prima che succeda qualcosa che ti interrompa, mentre nel calcio rischi di finire la voce prima che segnino un gol. It’s a fucking slow game».
«E a te piace?»
«A noi di Portland piace tutto quello che rappresenta la nostra unicità, la nostra diversità rispetto al resto del NorthWest e della West Coast in generale. Pensa che siamo stati persino in grado di innamorarci della moquette del nostro aeroporto, facendola diventare un oggetto di culto. Adesso che la stanno per sostituire, sarà possibile comprarne un pezzetto nei negozi più hipster della città. E io ne farò un paio di adesivi».
«Quindi è proprio vera la storia che siete strani…».
«Spiacente, bro. Il Keep Portland Weird è più che altro un’operazione commerciale. Riuscitissima, per carità. Ma noi siamo normalissimi, in fondo. Solo che non voglio essere confusi con nessuno. Sai qual è l’affronto più grande che puoi fare a Damian Lillard, per esempio? Dirgli che assomiglia a Curry, e che si ispira a lui». (Lillard proprio pochi giorni fa, dopo che i suoi tifosi gli hanno per la prima volta cantato M-V-P! M-V-P! durante una partita dei Blazers, ha dichiarato che non sopporta i paragoni, specie con Curry. Kudos to Nathaniel).

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Poche centinaia di metri dopo essere diventato il primo cliente non ufficiale di Nathaniel (che ha promesso mi spedirà un adesivo con il disegno della moquette dell’aeroporto di Portland non appena sarà disponibile), un cartello gigante e una fila ordinata di persone mi comunicano di essere arrivato nelle vicinanze di Voodoo Doughnut, il negozio di dolci più alternativo del mondo, quello in cui ordinare una “semplice” ciambella al gusto bacon e miele risulta una delle scelte più conservatrici. Parcheggio e mi metto in coda: la partita è fra tre ore, e il Moda Center appena a un paio di chilometri da qui. Posso permettermi un’altra sosta.

Accanto a me, in attesa di chissà quale follia dolciaria, c’è un avvocato dalla barba curata, di mezza età, che spicca per eleganza nella massa critica di tifosi su di giri nell’umida atmosfera del prepartita. Gli chiedo come mai sia l’unico a sembrare refrattario alla Blazermania.
«Certo che sostengo i Blazers, altro che! Solo che vedrò la partita nel pub qui accanto, ogni volta è un po’ un casino trovare il biglietto».
«Eh, infatti. Io l’ho preso non appena è cominciata la vendita online. In Italia erano le 4 di notte…».
«Scusa… Sei venuto dall’Italia per i Blazers?»
«Mmh, diciamo che è una delle motivazioni principali. Andare in bici a vedere una partita dei Portland Trail Blazers mi sembrava una hipsterata tale da far invidia ai miei amici per il resto della vita».
«Ah, devi essere uno di quei fan di Portlandia… Ora però ti voglio dire una cosa su basket e biciclette in questa città, una cosa che forse nemmeno la tv ti ha detto».
«Sono tutt’orecchi».
«L’immagine del primo bike boom di questa città, quello degli anni ’70, è un giocatore di basket. È Bill Walton in sella alla sua dieci marce durante i festeggiamenti per il primo (e unico) titolo dei Blazers. Era il 1977, io avevo 18 anni. Fu una folgorazione».
«E poi? Perché vi siete risvegliati solo molti anni dopo, in quanto a biciclette?»
«Perché poi nel decennio successivo il crollo del costo della benzina e l’avvento dei suv addormentò un po’ la scena ciclistica. Fino a che non intervenne di nuovo il basket».
«Il basket? E come?»
«Con la costruzione della Rose Garden Arena (l’attuale arena dei Trail Blazers), a metà degli anni ’90. La squadra decise che avrebbe giocato le sue partite nel cuore della città, immediatamente ad est di Broadway Bridge, uno dei ponti più trafficati in assoluto. Fu necessario ripensare l’intero sistema urbano, e allora vennero introdotte piste ciclabili su tutte le nuove vie di comunicazione, con lunghi tratti colorati di blu: in corrispondenza delle svolte pericolose, il blu dà la precedenza assoluta alle bici».
«Ma…wow!»
«Calma, non è tutto luccicante come sembra. Ci è voluto un po’ prima che gli automobilisti smettessero di litigare con i ciclisti e si convincessero che tutte quelle bike lanes stavano effettivamente facendo diminuire il numero di incidenti, non solo tra auto e bici, ma anche tra auto e auto».
«Quindi si può dire che oggi in città la sottocultura ciclistica ha superato per presenza numerica e valenza simbolica quella cestistica?»
«Difficile dirlo. Per un paio di decenni dopo il titolo, la cultura cestistica è stata dominante e, cosa abbastanza vera, eravamo universalmente considerati il pubblico più competente della lega. Però un tifoso forte sorge se c’è una squadra forte, e i Blazers odierni sono da tempo nel limbo tra mediocrità e consistenza. In più, da quando sono arrivati i Timbers la squadra di basket non è più the only team in town. Quindi se rispetto alle biciclette siamo ancora tra i primi esempi da seguire a livello nazionale, perché la peculiarità dei tifosi dei Blazers non disperda il patrimonio del 1977 è fondamentale che il team attuale continui a crescere. Se sistemiamo un paio di cose in un certo modo, ne abbiamo le potenzialità. In ogni caso, fidati: difficilmente troverai in giro gente che ama la propria squadra più di noi… Una triple chocolate anche per te?»

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Ecco il tratto di ciclabile colorato di blu, ecco lo Steel Bridge, ecco il Willamette. Mi alzo sui pedali, ma potrei farne a meno: la curva larga rende la pendenza dello scavalco piuttosto risibile. Lo Steel è uno dei tredici ponti cittadini che scotchano le due metà di Portland, e l’unico al mondo con ascensori verticali indipendenti su due piani: possono attraversarlo, contemporaneamente e in tutta sicurezza, treni, auto, bus, pedoni e biciclette. Sullo Steel, come su tutti gli attraversamenti cittadini, la presenza di ciclisti si è quadruplicata negli ultimi vent’anni. Il Moda Center, la casa dei Blazers, sorge a poche centinaia di metri dall’estremità orientale di questa meraviglia dell’ingegneria. Subito sotto il ponte, do uno sguardo veloce allo stranamente deserto Burnside Skatepark, iconica location che avevo conosciuto con Gus Van Sant e che ho recentemente ritrovato in All the Wilderness, il film che meglio tratteggia i tòpoi della Portland attuale: Kodi Smit-McPhee (il ragazzino di The Road), è un liceale ossessionato dalla morte al punto da lanciarsi in continue previsioni sulla dipartita di chi gli sta intorno. Estremamente intelligente, ascolta Chopin, cita Moby Dick, recita Sandburg. Ed è in analisi. Il suo terapista è un Danny DeVito che in sala d’attesa tiene libri di poesia e riviste di fotografia e nel tempo libero intaglia pezzi degli scacchi. Poi il giovanotto, una notte, decide di voler conoscere l’essenza di Portland e di se stesso, unendosi a un gruppo di skaters strafatti. Tutto regolare, no?

Prima dell’arena del basket mi manca ancora un semaforo, l’ultimo della serie di traffic lights matematicamente impostate per favorire il flusso di mezzi che viaggiano ad una velocità compresa tra i 20 e i 30 km/h (indovinato a quali mezzi ci si riferisce?). Nell’area del palazzo, frotte di tifosi si riversano da ogni direzione negli spazi adiacenti all’arena. Molti arrivano con i mezzi pubblici, tantissimi a piedi, in gruppi di quattro, sei, dieci persone. Poche storie: poter raggiungere in modo ridicolosamente semplice i negozi, le chiese, le scuole e gli impianti sportivi è il vero elemento distintivo di questa città. Sono qui da appena tre giorni e ho la netta sensazione di conoscerla già piuttosto bene; mi è bastata una bicicletta presa a noleggio per sentirmi del tutto a mio agio in quello che mi appare ora come un paesone di 600mila abitanti travestito da metropoli americana. Nel parcheggio per bicicli dell’arena, la mia Raleigh è il secondo mezzo a trovare posto: è sabato e, in prospettiva di un post-partita in centro tra bar e trucks, molti devono aver preferito l’efficiente tram o la più poetica streetcar. Le fiamme e i giochi d’acqua prodotti dalla fontana poco fuori l’arena esaltano le luci calde di un quasitramonto senza vento e senza nuvole, e giocano la loro parte nella creazione di un ambiente che oscilla perennemente tra il party sguaiato e la celebrazione solenne, trovando un miracoloso equilibrio esattamente a metà. Qualche mamma gira una ruota della fortuna per vincere una delle aspirapolvere Stark citate da Palahniuk; i bambini si colorano le facce di rossonero; i giovincelli più nerd rispondono al quiz sul numero di scarpe di Lillard per vincerne una headband; quasi tutti hanno in mano una birra, ma mica la Bud che bevono a Chicago o Los Angeles: è un’ottima Deschutes, dalla local brewery più in voga del momento.

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Quando il più è fatto e i gustosi preliminari esterni stanno per lasciare finalmente il passo al consumante oggetto del desiderio che è la prima volta dentro un’arena NBA, ecco l’intoppo che trasforma la mia eccitazione fisica in panico totale.
«Signore, mi segua», ordina, serio, l’uomo al controllo biglietti, subito dopo il metal detector.
Cosa cazzo succede?!
«Ci risulta essere la sua prima partita dei Blazers, è corretto?»
«Sì, è corretto…».
Ma cosa diavolo ne sanno questi?
«Bene, miss Roberts adesso le regalerà una spilla e un attestato per il suo debutto al Moda Center. Attenda qui», scandisce il tizio con voce ora più serena.
Non faccio in tempo a ricacciare indietro il principio di nervosismo tendente alla crisi isterica che mi stava già strizzando le viscere come una canotta zuppa di sudore al termine della prima seduta di atletica a inizio stagione, quando ecco comparire una donna sulla settantina con abito a fiori rossi, uno di quelli che ho visto decine di volte indosso a mia nonna.
«Benvenuto nella nostra famiglia, Leonardo! Con chi è venuto alla partita?»
«Ehm, sono solo in realtà…»
«Ottimo, allora qui sotto, dove c’è posto per elencare la tua compagnia, noi scriviamo semplicemente “me, myself and I”. Haha. Anzi, guarda: visto che mi stai simpatico, ora ti regalo anche una bella matita ufficiale. There ya go, kiddo. Have fun! Go Blazers!»
Ok…

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Finalmente dentro, trovo subito l’indicazione del mio settore ma, prima di salire in piccionaia, decido di farmi un paio giri completi della struttura, a piano terra. Ogni venti metri, nel lato interno si apre una fessura, un budello stretto che sfocia nella visione paradisiaca che è il parquet visto a livello-campo. Sembra di vetro, visto da qui, e brilla di luce propria. Mi faccio scattare tre foto con il campo sullo sfondo da una ragazza della security, che mi fa notare sorridendo che sulla felpa appena presa dallo store ufficiale della squadra c’è ancora un adesivo con su scritto “Size M” a coprirmi il cuore. Le due squadre intanto iniziano il riscaldamento. Lillard sta gigioneggiando a non più di dieci metri da me, ed io vado prendere posto in uno stato di semi-incoscienza. Su ogni poltrona (poltrone vere, più morbide e accessoriate del più bel multisala dove sia mai stato) è sistemata una t-shirt, gigantesca, di diverso colore a seconda della fila: una volta indossate da ciascuno spettatore, comporranno la grande scritta “Rip City“, bianca su sfondo rosso. In più, funzionano come formidabile strumento di equità sociale, perché finiscono col nascondere sotto un sottile strato di cotone di buona qualità la diversa estrazione dei 20mila della Moda Arena, che si ritrovano ad essere, per un sabato sera, corpo unico e indistinto.

Il solito show holliwoodiano presenta la squadra di casa. Segue una serie di kitschissimi spot di aziende locali. Ecco ora Drake a tutto volume. Poi un paio di giochi a premi con il pubblico del palazzo. Infine, la palla a due. La presenza atletica dei giocatori, il loro essere finalmente e paurosamente tridimensionali, penetra nelle mie fibre cancellando all’istante il concetto “l’NBA è spettacolo, ma lo sport vero è un’altra cosa”, che, fuoriuscito in qualità 256kbps dallo schermo del Mac durante qualche nottata di streaming, si era insinuato da qualche parte nel mio PDFFSS, il Prontuario Di Frasi Fatte Sullo Sport. E invece pare che le scarpe dei giocatori NBA stridano per davvero sul parquet: non è un effetto sonoro attivato con un pulsante dalla regia televisiva; il pubblico è fatto di carne, ossa e voce: non è una realistica animazione disegnata al computer; Portland è una proposta pazza ma concreta: non una finzione letteraria tremendamente di moda.

Mi ero detto, prima del match, che avrei provato a dare alla mia prima partita anche la valenza di esperimento socio-giornalistico volto a identificare l’interessante categoria del “tifoso di basket” in una città unica come questa. Ma temo che, tra tre ore e mezza, mentre sulla mia Raleigh percorrerò lo Steel Bridge in direzione est-ovest in attesa di scoprire chi ha preso il posto di Oliver e Mark nella stanza 104, non saprò dare grandi risposte al mio quesito di ricerca. Perché ora, nello spicchio di arena dove mi agito, non riesco proprio a dire quanto siano competenti in fatto di pallacanestro tutti questi studenti universitari asiatici che ho intorno, né quali fattori culturali li spingano ad urlare come pazzi e ad abbracciarmi forte quando CJ McCollum segna da tre. Posso solo affermare, con certezza assoluta, che hanno delle opinioni piuttosto chiare sulle qualità morali della mamma di Marc Gasol.

 

Nell’immagine in evidenza, tifosi dei Portland Trail Blazers al Moda Center, attorniati dalle magliette con la scritta “Rip City”. Steve Dykes/Getty Images