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Duecento canestri a Pearl Harbor

Un estratto da "Le vittorie imperfette", il nuovo romanzo di Emiliano Poddi: il basket universitario, il Vietnam, le Hawaii e il destino.

Di Emiliano Poddi

9788807031786_quartaIl giorno dopo la sua quasi sciagura aerea Kevin conobbe Maurice Appleby, una recluta diciottenne di stanza a Pearl Harbor. Coach Iba aveva inflitto a Kevin una seduta supplementare di tiro, duecento canestri prima di cena. La sua colpa: aver concluso l’azione prima degli obbligatori sette passaggi. Iba ci aveva vinto due medaglie d’oro con quel metodo d’attacco, nel ’64 a Melbourne e nel ’68 a Città del Messico. Joyce aveva infranto la regola. Nel cinque contro cinque a fine allenamento aveva individuato un pertugio e ci si era infilato. Al coach non importava che l’avesse buttata dentro con un sottomano di destro, la specialità della casa. Joyce andava punito per non aver rispettato le consegne. Ciononostante Kevin e gli altri veneravano Iba. Più lui li maltrattava, più loro avevano bisogno di piacergli.
«Cos’è questa fregola. Guardami, sto parlando con te».
«C’era spazio, coach».
«Coach»?
«Mi scusi, Mr Iba», si corresse Kevin. Iba pretendeva di essere chiamato così. I suoi giocatori dovevano mantenere le distanze. Lui aveva vinto due Olimpiadi e loro, per il momento, nessuna.
«Se vuoi tirare puoi farlo. Anzi, sai che ti dico? Adesso noi ce ne andiamo a cena e tu resti qui, okay»?
«Okay, Mr Iba».
«Duecento realizzati. Il soldato ti prenderà i rimbalzi».
«Sarà un onore, Mr Iba», disse Maurice.
«Chiamami coach, soldato. Sono loro che non possono».
Maurice si occupava delle pulizie in palestra, lavava le divise dei ragazzi a fine giornata, gliele faceva trovare piegate sulle panchine dello spogliatoio al mattino. Si era diplomato in una scuola nei dintorni di Honolulu che contava appena una cinquantina di iscritti, poi aveva ricevuto la cartolina militare. Era lì da pochi mesi quando si era sparsa la voce che la squadra olimpica si sarebbe allenata nella base. Maurice aveva accolto la notizia come un segno che la fortuna stava finalmente girando dalla sua parte. Era pazzo per il basket, ma il basket – per usare le parole dell’allenatore della scuola – non era pazzo di lui. Oltre alla statura, che non superava il metro e sessantacinque, gli mancava la velocità tipica dei brevilinei. In più, aveva quella che, sempre secondo il suo allenatore, si poteva definire una mano quadrata. Il coach si divertiva a inventare eufemismi per il suo allievo tutto cuore e niente classe. Gli diceva, «hai una grande confidenza con il ferro», intendendo che i suoi tiri andavano a sbattere tutti lì. Nondimeno c’era qualcosa di commovente in quel ragazzo così poco dotato, una passione per il basket vissuta senza riserve, senza la pretesa di ricevere in cambio alcunché. Si allenava con tenacia, ma nelle partite il suo compito era scaldare la panchina. Non sembrava nemmeno invidioso di quei compagni, due o tre in tutto l’istituto, che avevano qualche chance di essere scelti dalla squadra dell’University of Hawaii. La sua famiglia non aveva soldi per fargli continuare gli studi. I tempi e la mancanza di risorse ne facevano un candidato perfetto per la giungla del Vietnam.

Ma per il momento Maurice era lì che prendeva il rimbalzo a una delle guardie tiratrici più promettenti dell’Ncaa, badando a passargli il pallone teso all’altezza del petto. Kevin era così stremato che all’inizio non si accorse della sua sollecitudine. Ma poi, con lo scorrere dei minuti e dei canestri, aveva notato la premura con cui il soldato Appleby lo assisteva nel suo supplizio. Si precipitava a rimbalzo e gli restituiva il pallone meglio che poteva. Dalle rughe di concentrazione in mezzo alla fronte si capiva che quella semplice manovra gli costava uno sforzo notevole, il basket non gli veniva naturale. Venticinque, ventisei. Scandiva ad alta voce i numeri progressivi dei canestri realizzati. C’era, nella sua voce, una tale dose di ottimismo che Kevin se ne sentì quasi sopraffatto. Stava sperimentando ancora una volta cosa significasse far parte della squadra olimpica, avere sulle spalle il peso delle speranze altrui oltre che delle proprie. Doveva fare canestro per sé e anche per quel ragazzo, e poi per tutti quelli come Maurice Appleby che nella vita avevano scarse o nulle probabilità di successo. Ragazzi la cui unica speranza di farcela era affidare questa speranza a qualcun altro meglio attrezzato di loro. Novantaquattro, novantacinque. Forza soldato Joyce, siamo quasi a metà.

ARLINGTON, TX - APRIL 05: The Kentucky Wildcats celebrate after defeating the Wisconsin Badgers 74-73 in the NCAA Men's Final Four Semifinal at AT&T Stadium on April 5, 2014 in Arlington, Texas. (Photo by Ronald Martinez/Getty Images)

Era una felicità per delega che Kevin aveva imparato a conoscere. Sua madre Helen lo aveva cresciuto da sola dopo la morte del marito. Non si era risposata, non usciva con le amiche, metteva da parte i soldi per mandarlo al college. In effetti non c’era stato bisogno di attingere ai risparmi, perché Kevin aveva vinto una borsa di studio integrale all’University of South Carolina. La separazione era stata dolorosa per entrambi, ma nell’amore di Helen per suo figlio non c’era ombra di egoismo. Viveva i successi di Kevin, sia nello sport sia negli studi, come se fossero gli unici cui lei potesse legittimamente aspirare. Quando lui aveva superato i trials a Colorado Springs, entrando così nel roster della squadra olimpica, era scoppiata a piangere.

Centodieci, centoundici, centododici. Ricezione, palleggio con partenza incrociata, arresto e tiro. Una meccanica assorbita dal corpo, fondamentali di gioco talmente assimilati che ormai l’organismo li considerava funzioni vitali. Il palleggio come il battito del cuore. Il fruscio della retina come l’ossigeno che entra ed esce dai polmoni. Centotrentanove, centoquaranta. I muscoli e le articolazioni mostravano di possedere una volontà propria, agivano da soli, erano in grado di calibrare la forza necessaria per indirizzare il pallone a canestro. La coscienza di Kevin aderiva alle dinamiche della materia, alle leggi fisiche che consentivano al pallone di penetrare l’aria, alla gravità che spingeva in basso la parabola del tiro al momento giusto. Io sono le mie mani, sono le mie scarpe che stridono sulla superficie plastificata del campo. Sono il sangue che scorre dentro di me e quello che sto calpestando, sangue versato trent’anni fa e conservato sotto una teca grande come un rettangolo da basket. Kevin era i suoni che lui stesso produceva nel rimbombo della palestra vuota ed era, in un certo senso, anche la recluta Maurice Appleby – centottantadue, centottantatré –, la sua voce sempre più incredula man mano che la serie consecutiva di canestri andava avanti, ecco un altro che ha un bisogno disperato della mia felicità, uno che mi affida il pallone e insieme a quello la propria fiducia in un futuro radioso.

ARLINGTON, TX - APRIL 05: A view of game action during the NCAA Men's Final Four Semifinal between the Kentucky Wildcats and the Wisconsin Badgers at AT&T Stadium on April 5, 2014 in Arlington, Texas. (Photo by Ronald Martinez/Getty Images)

Ora a Kevin, nonostante la fatica, quasi dispiaceva che l’esercizio stesse per concludersi. Gli dispiaceva per Maurice, intuendo quanto fosse importante per lui, anche se Kevin non poteva certo immaginare che il quarto d’ora trascorso in compagnia di un cestista olimpico sarebbe stato la vetta dell’esistenza di quel ragazzo, un racconto da tramandare ai figli e ai nipotini se mai ne avesse avuti, se mai fosse tornato tutto intero dal Vietnam. Kevin era sicuro che da piccoli lui e Maurice avessero concepito desideri molto simili tra loro. Poco prima di partire per le Hawaii, al gate dell’aeroporto, aveva trovato una lettera di sua madre in una tasca interna della borsa. Pensava fosse un biglietto d’incoraggiamento o qualcosa del genere. L’aveva aperta sull’aereo, rimanendo subito sorpreso dalla calligrafia infantile. Ci aveva impiegato un po’ per riconoscerla. Era un compito a casa datato 6 maggio 1960. Cosa vuoi fare da grande (riempi almeno due paginette). Svolgimento: Quando sarò grande, c’era scritto senza troppi giri di parole, diventerò un campione di basket e vincerò le Olimpiadi. Punto e fine. Per arrivare in fondo alle due pagine l’autore aveva tracciato una serie di cerchi intrecciati fra loro, forse canestri, o palloni, o medaglie, oppure un tentativo di riprodurre l’emblema dei giochi olimpici. Firmato: Kevin Joyce, terza elementare, Bayside School, NY. Chissà se tutte le madri conservavano i compiti dei figli. Magari bastava non buttarli via perché i sogni che vi erano racchiusi si traducessero in realtà.

Kevin segnò il duecentesimo canestro, Maurice raccolse il pallone da terra e se lo mise sottobraccio. Gli brillavano gli occhi. Si avvicinò a Kevin, che nel frattempo si era piegato sulle ginocchia per calmare l’affanno, e disse: «Stupefacente. Mai visto niente di simile. Posso stringerti la mano?».
«Certo», disse Kevin, «e grazie davvero».
«Non si sa mai».
«Cosa non si sa mai».
«Che mi arrivi un po’ del tuo fluido magico».
Kevin sorrise. «Ehi, amico, lasciamene un po’. Mi servirà contro i russi».
«Giusto», disse Maurice, e mollò la mano di Kevin.

Si videro ancora nei giorni successivi, dopo di che la squadra lasciò le Hawaii e Kevin non seppe più niente del soldato semplice Maurice Appleby. Quarant’anni più tardi, quando gli ex ragazzi di Monaco si ritrovarono nel Kentucky per un raduno commemorativo, al sito del Georgetown College che l’aveva organizzato giunse un’e-mail. Non era firmata, né l’autore era deducibile dal nickname. Il testo venne letto durante una tavola rotonda dedicata alla finale contro l’Unione Sovietica. Vi si raccontava delle tre settimane in cui la squadra di basket degli Stati Uniti si era allenata a Pearl Harbor, nel luglio del ’72. Allora avevo diciotto anni, scriveva l’autore, ma al cospetto dei giocatori ne dimostravo sì e no quindici. Mentre il moderatore leggeva le prime righe, Kevin ebbe un sussulto. Chissà perché aveva sempre temuto il peggio per Maurice Appleby. Forse perché la gente veniva uccisa alle Olimpiadi, nei giochi della pace e della serenità, figuriamoci in Vietnam. Ora Kevin sperava con tutto se stesso di essersi sbagliato. Bastava che nella mail ci fosse un cenno qualsiasi, un particolare che gli permettesse di dare un nome preciso a chi l’aveva inviata.

Ho trascorso delle giornate indimenticabili con quei ragazzi, direi che è stato il mio momento alla Forrest Gump. Ancora non bastava, era troppo vago. Se sei tu, pensava Kevin al Georgetown College, se non sei morto in Vietnam devi parlare di quella sera in palestra quando mi hai preso i rimbalzi. Quando entrambi pensavamo sul serio di avere una possibilità. Quando alla fine mi hai stretto la mano. Per assorbire un po’ del mio fluido, dicesti, ti ricordi, Maurice? Parlami di quel gesto, fammi capire se è servito a qualcosa. Dimmi che sei il soldato Maurice Appleby e che almeno uno di noi due si è salvato.

 

Le vittorie imperfette
Emiliano Poddi
Feltrinelli
291 pp.
14,45 €
© Feltrinelli S.r.l., Milano 2016