Iscriviti alla newsletter: scopri tutte le storie di Undici!

Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

Boston calling

L'ottima stagione dei Celtics ha un nome: Brad Stevens, giovane coach in ascesa. Arriva dal college e ha dato un'impronta vincente a una squadra senza stelle.

Di Francesco Mecucci

Nell’estate 2013 il management dei Boston Celtics decreta la definitiva conclusione del ciclo che era valso il titolo del 2008. Addio a coach Doc Rivers, a Kevin Garnett e Paul Pierce (Ray Allen aveva già salutato l’anno prima) e via a una nuova ricostruzione. Nella NBA tirare una riga e ricominciare da zero è normale. Un percorso spesso lungo e tortuoso, tra scelte in prospettiva, continui stravolgimenti di roster, stagioni perdenti in serie. A Boston, però, il plenipotenziario Danny Ainge ha le idee chiare. Oggi, a meno di tre anni dall’inizio del nuovo ciclo, i Celtics sono tornati una squadra solida, si qualificheranno ai playoff, come sono già riusciti a fare lo scorso anno, e forse stavolta supereranno anche un turno. Non sono ancora da titolo, ma rispetto a tante franchigie in eterna ricostruzione le loro prospettive sono nettamente più limpide. Buona parte dei meriti va a un coach giovane, trentanovenne, e dalla faccia pulita: Brad Stevens. È lui, con le spalle ben coperte da Ainge e da un contratto pluriennale, il demiurgo dei nuovi Celtics.

Non è facile per un allenatore proveniente dal college affermarsi in NBA. Due mondi distanti. Brad Stevens, invece, sta riscrivendo la storia, dimostrando che una valida idea di basket, basata sul gioco di squadra, può essere vincente sia tra gli universitari sia tra i professionisti. Non ancora quarantenne, con un viso da ragazzino tipico di quei professori giovani che vengono facilmente scambiati per studenti, Stevens viene dall’Indiana, terra di basket, è di buona famiglia e, dopo la laurea in economia alla DePauw, inizia a lavorare in un’azienda farmaceutica. Ma l’amore per il basket lo porta a mollare tutto e a entrare nello staff di Butler University, dove è assistente di Todd Lickliter per poi subentrargli, appena trentunenne, alla guida dei Bulldogs, che conduce nel 2010 e 2011 alla finale per il titolo NCAA, perse entrambe con Duke e Connecticut. Quelle sei stagioni, terminate con 166 vittorie e 49 sconfitte, mettono Stevens sulla mappa del basket che conta, grazie a un gioco fatto di incredibile intensità che aveva consentito alla piccola Butler di superare i propri limiti e affrontare ad armi pari i migliori atenei della nazione. Intravedendo in lui l’uomo giusto per ricostruire i Celtics, il solerte Danny Ainge gli offre l’opportunità della vita: la NBA.

Coach Brad Stevens, al TD Garden. Maddie Meyer/Getty Images

Coach Brad Stevens, al TD Garden. Maddie Meyer/Getty Images

Nelle prime due stagioni di Stevens, Boston è un cantiere in continua evoluzione, con la progressiva partenza di tutti i veterani, molti nomi di passaggio e l’arrivo, dal draft e dagli scambi, di giovani futuri titolari. Il primo anno è perdente (25-57), mentre il 40-42 del secondo, complice anche una bassa competitività nella Eastern Conference, vale la qualificazione ai playoff con il settimo piazzamento, un bel traguardo nonostante l’immediato sweep con Cleveland. È con la stagione in corso, la terza dell’ex Butler in panchina, che i nuovi Celtics hanno preso forma: agli inizi di marzo sono terzi in una Eastern più agguerrita rispetto a un anno fa, a ulteriore riprova della bontà del lavoro che si sta facendo in casa biancoverde. Boston è ancora lontana da poter competere per il titolo, ma le fondamenta sono state gettate e le idee di coach Stevens assicurano continuità e linfa vitale al progetto.

L’allenatore che aveva mandato in estasi il mondo dei college ha saputo portare in NBA la sua concezione di basket corale, in cui il bene della squadra è al di sopra di qualsiasi giocatore. I Celtics non hanno una superstar designata, non lo è neppure Isaiah Thomas, ma dispongono di un gruppo di giocatori duttili ed eclettici, l’ideale per proporre un attacco flex in cui tutti vengono coinvolti in ogni settore del campo, attraverso un sistema di blocchi continui finalizzato a mettere ciascun elemento in condizione di prendere tiri ad alta percentuale. Perfetta esecuzione dei movimenti, capacità di leggere le situazioni e circolazione di palla diventano requisiti fondamentali per praticare con efficacia il basket “universitario” di Stevens. Il quale, oltre a quanto detto, non può prescindere da un aspetto indispensabile quando la palla è in mano agli altri: l’intensità difensiva e la fisicità, con cui i Celtics concedono basse percentuali e forzano gli avversari all’errore. I sanguigni tifosi di Boston amano la gente tosta e hanno ben accolto Stevens, che tra l’altro è originario dell’Indiana come un certo Larry Bird.

Atlanta Hawks v Boston Celtics
R.J. Hunter e Jae Crowder esultano durante una gara contro gli Atlanta Hawks, al TD Garden. Maddie Meyer/Getty Images

Questo sistema collettivo deve favorire il futuro inserimento di giocatori “da titolo” con cui elevare la squadra a contender per l’anello in tempi ragionevoli, senza caricare di eccessive pressioni l’attuale giovane roster, con età media 25 anni e nessun over 30. Il progetto è portato avanti con perseveranza, senza rammarico per le cessioni di lusso e con Brad Stevens sotto contratto per altre tre stagioni (sono 22 i milioni totali dell’accordo, per sei anni). Anche se, come accadde nel 2008 quando compose i big three affiancando Garnett e Allen al già presente Paul Pierce, un manager come Ainge non esiterà a stravolgere di nuovo la squadra se in sede di mercato si dovessero presentare le occasioni giuste per alzare il livello.

Intanto la stagione in corso è già ottima per i Celtics. Il pubblico del TD Garden, scongiurato il rischio di un lungo periodo lontano dalla postseason, sta apprezzando una squadra che può centrare il terzo posto nella Eastern Conference alle spalle di Cleveland e Toronto, con un record attuale di 44-32. Una terza o quarta posizione darebbe a Boston il fattore campo favorevole nel primo turno e un’avversaria tra Charlotte, Indiana, Detroit, Chicago o Washington: niente di insormontabile, con l’unica incognita rappresentata dalla maggior esperienza e forza di alcuni giocatori chiave di Bulls, Pacers e Wizards. E una volta passato il primo round, tutto è possibile, compreso rendere la vita difficile a Raptors e Cavs. Intanto la squadra procede compatta e coltivare qualche sogno, come la nomina di Brad Stevens ad allenatore dell’anno, non fa certo male.

La pazzesca vittoria dei Celtics sul parquet di Cleveland, a febbraio

Il roster dei Celtics è stato costruito attraverso un mix di buone scelte nei draft, quali Marcus Smart ed Evan Turner tra le guardie, Kelly Olynyk e Jared Sullinger tra i lunghi, e scambi ben orchestrati che hanno portato in Massachusetts le due possenti ali Jae Crowder e Amir Johnson, l’utile ala-centro Tyler Zeller e il play realizzatore Isaiah Thomas. Avery Bradley, presente dal 2010, è una sorta di “veterano”. Nonostante Thomas, che ha pure giocato l’All-Star Game, stia svettando a 22,1 punti di media, l’attacco è ben distribuito tra Bradley (15), Crowder (14,4), Turner, Sullinger, Olynyk e Smart (intorno ai 10). E così i biancoverdi si sono tolti qualche sfizio, come battere Golden State a Oakland, dove i californiani non perdevano da gennaio 2015, ed espugnare Cleveland con canestro decisivo di Bradley. Non è un caso che i Celtics siano diventati un gruppo migliore e più continuo in concomitanza con il contenimento delle trade a stagione in corso e nel primo campionato interamente senza Rajon Rondo, le cui successive bizze a Dallas e Sacramento hanno confermato la lungimiranza della sua cessione. Il segnale è fin troppo chiaro: a Boston si gioca di squadra, non c’è spazio per gli egoismi.

Tornando alla freschezza di Brad Stevens, qual è il segreto di questo allenatore “professorino”? Non ci sono particolari arcani: Stevens, uomo schivo e riservato ma dotato di notevoli capacità nel comunicare con i suoi giocatori, punta tutto sull’equilibrio e sulla preparazione. È quel che si dice una persona che sa il fatto suo e vuole che la squadra abbia piena convinzione dei propri mezzi. Durante le partite non perde praticamente mai la calma e la concentrazione, consapevole che ogni suo nervosismo si rifletterebbe negativamente sui giocatori, i quali invece vanno sì corretti ma sempre incoraggiati dopo un errore, evitando che vivano nella paura di sbagliare. Un atteggiamento positivo e di fiducia totale in se stesso e nei ragazzi in campo, alle cui spalle c’è comunque un forte spirito competitivo e un’innata voglia di vincere.

Amir Johnson schiaccia in un match contro i Toronto Raptors all'Air Canada Centre. Vaughn Ridley/Getty Images

Amir Johnson schiaccia in un match contro i Toronto Raptors all’Air Canada Centre. Vaughn Ridley/Getty Images

L’altra grande caratteristica di Stevens è la maniacale cura dei dettagli con cui prepara le partite, passando ore a esaminare e confrontare dati, informazioni, statistiche e a visionare video degli avversari, ma anche di altre partite e altri campionati, perché c’è sempre qualche nuovo spunto che può tornare utile in qualsiasi momento. Tanto da assumere nel suo staff un giovanissimo esperto di statistica, Drew Cannon, con l’unico compito di elaborare dati su dati: un approccio sempre più diffuso in ogni sport e che avvicina Stevens all’ormai celebre sabermetrica del baseball. Brad è uno studioso del gioco e ogni situazione è una buona occasione per imparare e migliorare. I Celtics gli stanno dando la chance della vita e sa bene che non può sprecarla. Quella sua calma, dietro cui ben cela il fuoco della competizione che porta dentro di sé, deriva dalla consapevolezza di aver preparato ogni cosa al meglio per essere dove si trova e diventare un “professore” di basket sempre più autorevole e rispettato. E magari vincente.

 

Nell’immagine in evidenza, Amir Johnson va a canestro contro i Sacramento Kings. Ronaldo Schemidt/AFP/Getty Images