La Juventus è una monarchia assoluta

Il quinto scudetto di fila della Juventus ci dice qualcosa di più dei precedenti quattro: la nascita di una squadra impermeabile ai cicli e ai cambiamenti.

Dovrebbe essere lo scudetto dell’incredulità, perché vinto da una squadra che dopo dieci giornate era dodicesima in classifica, a -11 dalla vetta, capace di risalire grazie a 24 vittorie in 25 partite. Dovrebbe, ma lo è solo in minima parte, perché quella squadra è la Juventus, la stessa che ha vinto gli altri quattro scudetti, che ha raggiunto livelli altissimi di identità di gioco e compattezza.

Cinque scudetti di fila, in Italia, li hanno vinti solo tre squadre, la Juventus 1930-1935, il Torino 1942-1949 (con il campionato fermo per due anni per via della Seconda guerra mondiale) e l’Inter 2005-2010 (anche se il primo fu assegnato a tavolino). Se questo ciclo vincente, all’inizio, è stato in parte favorito dalla progressiva erosione delle milanesi al vertice, e dall’incompiutezza delle altre potenziali rivali, adesso la differenza la fa la Juve stessa e non più le competitors. Del resto, quest’anno il Napoli ha condotto un’ottima stagione, senza contare il finale in crescendo della Roma e gli incoraggianti inizi di Inter e Fiorentina. Lo dicono anche i punti: Napoli e Roma, a tre giornate dalla fine, hanno rispettivamente 73 e 71 punti, e sono già più dei 70 con cui i giallorossi terminarono da secondi la passata stagione. Eppure la Juve ha chiuso il campionato con tre giornate d’anticipo.

Pogba e Dybala festeggiano la vittoria della Supercoppa italiana (Photo by Lintao Zhang/Getty Images)
Pogba e Dybala festeggiano la vittoria della Supercoppa italiana (Photo by Lintao Zhang/Getty Images)

È arrivato il momento di considerare la Juventus una superpotenza non solo in Italia, ma anche in Europa, sebbene questo l’abbia dimostrato solo parzialmente. È come se nel campionato italiano avessimo inserito il Bayern Monaco, oppure il Real Madrid: se la pensiamo in quest’ottica, l’incredulità si ridimensiona significativamente. Del resto, nelle ultime due campagne europee, la Juventus ha certificato di potersela giocare alla pari proprio con le due squadre sopra citate. Non c’è più dubbio che i bianconeri siano tra le prime cinque squadre d’Europa: allora perché dovremmo meravigliarci della loro capacità di raccogliere 73 punti su 75 disponibili da novembre in poi?

Però, non va minimizzato il significato di questo scudetto, che resta un’impresa sportiva eccezionale. Pur considerando che, con le premesse fatte, il titolo più incredibile può essere considerato il primo, quello arrivato in volata finale contro il Milan dopo due settimi posti di fila (e senza sconfitte per tutto il campionato). O anche quello dei 102 punti da record di due anni dopo. Però. questo scudetto dice qualcosa di più: la Juventus sa cambiare pelle, sa sperimentare, senza subire scossoni. Cambi di allenatore, rose rinnovate, approcci diversi: è la capacità di essere impermeabili alle varie gestioni tecniche e ai necessari ricambi generazionali. Un dominio assimilabile a quelli di Bayern in Germania e Psg in Francia, che si apprestano (se non l’hanno già fatto, come nel caso dei parigini) a vincere il quarto titolo di fila. Ma la Juventus ha qualcosa in più: non necessariamente questo dominio si regge sulla forza economica.

Marchisio e Pirlo a Lione, nel 2014. (Jeff Pachoud/AFP/Getty Images)
Marchisio e Pirlo a Lione, nel 2014. (Jeff Pachoud/AFP/Getty Images)

Abitudine alle vittorie, uomini chiave, profondità della rosa, camaleontismo: sono alcuni dei motivi del gap ancora molto ampio tra la Juve e le rivali. E una mentalità vincente, quella che da subito è riuscito a trasmettere Conte. È lui il primo artefice del dominio bianconero, l’uomo che ha raddrizzato una squadra reduce da due settimi posti, ricostruendo sulle macerie come già era riuscito a Bari dopo otto anni di fila in Serie B e a Siena dopo una retrocessione inopinata: facile immaginare perché il Chelsea lo abbia cercato con insistenza proprio adesso. Lo stesso Allegri, nell’euforia delle celebrazioni, non se lo è dimenticato: «Questo scudetto è merito di tutti, compreso dell’allenatore e dei giocatori dei primi scudetti».

Ovviamente, Conte aveva bisogno di un successore all’altezza, e Allegri ha mantenuto le attese, con pazienza e umiltà. Lo ha fatto non rispondendo mai, in nessun modo, alle critiche che gli sono piovute soprattutto all’inizio delle due stagioni bianconere, e fuggendo ogni tipo di protagonismo: ha messo al centro la squadra, nonostante il suo lavoro di cucitura, dopo lo strappo improvviso di Conte, sia stata un’impresa titanica. Non ha avuto bisogno di imporsi, non ha cercato di mettersi in competizione con il suo predecessore: sono doti umane, ancor prima che professionali, molto rare.

Carlos Tevez esulta dopo un suo gol al Real Madrid, lo scorso anno (Photo by Michael Regan/Getty Images)
Carlos Tevez esulta dopo un suo gol al Real Madrid, lo scorso anno (Photo by Michael Regan/Getty Images)

E poi c’è la società, oggi la garanzia dei successi bianconeri. Unità, rispetto dei ruoli, competenza: poca frenesia, tanta logica, consapevoli che le cose per bene si fanno con aggiustamenti sensati, non ribaltando tutto quello che c’era prima e ripartendo da capo ogni anno. Più che i colpi di genio come le intuizioni di Pirlo e Pogba, il vero capolavoro è stato fatto questa estate: gli addii di Pirlo, Tévez e Vidal erano in qualche misura fisiologici, e l’arrivo di tanti nuovi giocatori era un rischio molto elevato. N0n è successo nessun cataclisma: primo, perché la rivoluzione è stata parziale, non totale; secondo, perché i cambiamenti sono avvenuti su un tessuto sano, solido. Societario ma anche di gruppo, di spogliatoio: quando Buffon ha duramente apostrofato la squadra dopo la sconfitta di Sassuolo, i giocatori si sono sentiti responsabilizzati, non offesi. Da qualche altra parte uscite del genere rompono la coesione del gruppo, a Torino succede il contrario: «È stata la vittoria di un gruppo coeso e granitico», parola dello stesso Buffon.

Solo in questo modo, abbinando alla mentalità vincente la capacità di farsi forza a vicenda, si costruiscono stagioni e scudetti così. Poi possiamo dire che la Juve ha vinto perché ha Pogba, Buffon e Dybala: ma il valore dei giocatori emerge solo quando funziona l’intero meccanismo, non un singolo ingranaggio. Se Dybala, un classe ’93, alla prima stagione in una grande ha segnato 16 reti – and counting -, immaginatevi dove potrà essere tra un paio d’anni. Ma è difficile togliersi dalla testa che una stagione così, Dybala, poteva farla solo in un contesto perfettamente funzionante, e non dovunque. Così come certi flop eccellenti di questa Serie A, alla Juve, avrebbero avuto ben altre fortune.

Paulo Dybala esulta dopo la rete in Supercoppa italiana (Photo by Lintao Zhang/Getty Images)
Paulo Dybala esulta dopo la rete in Supercoppa italiana (Photo by Lintao Zhang/Getty Images)

All’indomani del quinto scudetto di fila, ci si potrebbe già chiedere: ci sarà un sesto? E un settimo? Per quanto ogni stagione faccia storia a sé, sono ipotesi credibili. Perché la Juve continua a lavorare nel modo giusto, tanto da avere già in mano una serie di nomi che saranno la base della squadra del futuro; perché i senatori trasmettono la giusta mentalità e favoriscono l’integrazione dei nuovi arrivati (ecco perché, al di là dei valori che potevano esibire in campo, era così importante che gente come Buffon, Nedved e Del Piero rimanesse in Serie B); perché è difficile contrastare una squadra che riesce a mantenere un’identità ben precisa e in grado di esaltare anche i volti nuovi, come è successo con Dybala ma anche con i Khedira, i Mandzukic, i Rugani. Per rovesciare le monarchie assolute, servono le rivoluzioni. E quelle non si fanno in un giorno.

 

Nell’immagine in evidenza, Paul Pogba durante Fiorentina-Juventus, la vittoria decisiva per lo scudetto. (Alberto Pizzoli/AFP/Getty Images)