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Il Giro alla rovescia

Lontano dalla ribalta e dalla gloria: com'è il Giro d'Italia visto dagli ultimi, dagli interpreti moderni dell'epica della maglia nera.

Di Stefano Rizzato

Clink clink clink. Frrrr frrrr frrrr. Dai dai dai. Tre settimane con questa colonna sonora. Rumore di ruote, catene, cambi che scattano, pubblico che grida. Un totale di 3.383 chilometri da mettersi sotto i copertoni. Una fatica da fachiri ogni giorno per 21 giorni. Tutto senza nemmeno sognarselo, il momento di gloria. Guardando la battaglia dalle retrovie o dalla pancia del gruppo, accumulando borracce per tutti, confuso nella folla di numeri e catene che gracchiano. Con l’occhio a palla per ore, a schivare i manubri e le cadute altrui, per salvare la pelle e le ossa. Al limite qualche minuto in testa al gruppone, a tirare come pazzi ma solo quando manca una vita, quando la diretta tv nemmeno è iniziata, e non ti notano nemmeno la mamma e la fidanzata.

Altro che miss e maglie rosa. Per l’operaio del pedale il Giro d’Italia questo è. Una fatica sovrumana. Uno sforzo oscuro e pure doloroso, perché a cadere è un attimo e l’asfalto fa male. Se ti chiami Vincenzo Nibali o Alejandro Valverde – vale a dire: i favoriti del Giro edizione 2016 – fai presto a dire che il ciclista è il lavoro più bello del mondo. Ma se il tuo nome compare sempre e solo in fondo alle liste d’arrivo, perché lo fai? Perché sorbirsi ore in sella e farsi il mazzo dietro le quinte, agli antipodi del podio e dei fiori all’arrivo? La risposta è scritta in un posto solo: in fondo alle classifiche. Nell’albo d’oro al contrario. Nella vita poco patinata degli ultimi. Gregari dei gregari, con poche chance di ottenere un titolo di giornale o un primo piano in tv.

(Luca Bettini/AFP/Getty Images)

(Luca Bettini/AFP/Getty Images)

Una volta per loro c’era anche un premio vero: la maglia nera. Un premio al contrario, per l’ultimo classificato del Giro. Ma quel premio è esistito solo per pochissimo: sei anni, dal 1946 al 1951. Poi fu abolito, per le proteste dei corridori, perché quel premio al contrario era diventato una mezza farsa. La maglia nera era pur sempre qualcosa, faceva simpatia, la gente ti riconosceva. E mica era una questione simbolica: a fine Giro c’erano in palio bei soldini, più di quelli che toccavano al sesto in classifica. E poi salami e pentole e varie ed eventuali, offerti dagli sponsor dopo ogni tappa. Tanto bastò per innescare una bislacca quanto tenace lotta alla rovescia. Sante Carollo e soprattutto Luigi Malabrocca ce li ricordiamo per questo: perché pur di arrivare l’uno dopo quell’altro si nascondevano dietro una siepe o dentro un fienile, si fermavano a prendere un caffè dietro un tornante e poi tagliavano il traguardo giusto giusto per star dentro il tempo massimo. E pure Giovanni Pinarello ce lo saremmo ricordato solo per quella maglia nera edizione primavera estate 1951, l’ultima maglia nera. Non fosse che, poi, il «Nani» aprì una fabbrica di biciclette di un certo successo.

Alla fine è colpa di Nani Pinarello se Marco Coledan, all’improvviso, ha fatto tornare di moda quella buffa epopea. Succede il 30 maggio 2015. Penultima, micidiale tappa del Giro numero 98, da Saint Vincent a Sestriere. Davanti vince Fabio Aru, Contador va in crisi ma conserva la maglia rosa, Hesjedal sale al quinto posto. Manca solo una tappa, la solita passerella dell’ultimo giorno. Giochi fatti, per la classifica. Ma nelle retrovie succede quello che non ti aspetti, se ne accorge solo chi è rimasto sul traguardo ad aspettare tutti. Sono passati oltre 45 minuti dall’arrivo dei primi e a 250 metri dalla linea si è fermato un ragazzone vestito di bianco e nero, appoggiato alle transenne. Marco Coledan, 26enne gregario della Trek, si è travestito da Malabrocca e aspetta. Al mattino era partito da ultimo in classifica, e allora lui aspetta. Aspetta il suo Sante Carollo, un velocista tedesco che di nome fa Roger Kluge. «Ero caduto alla prima tappa – ricorda Coledan – e durante la corsa avevo lottato prima con un’infezione ad un ginocchio, poi con la bronchite e la febbre. Ero riuscito lo stesso ad arrivare in cima all’ultima tappa vera e propria, non ci pensavo proprio a farmi togliere il gusto dell’ultimo posto. Da bambino avevo corso con le bici di Pinarello, che è trevigiano come me ed era scomparso da poco: per me è stato anche un omaggio alla sua storia».

(Luk Benies/AFP/Getty Images)

(Luk Benies/AFP/Getty Images)

Fu così che Coledan e Kluge tagliarono il traguardo a 53 minuti e 30 secondi da Aru. Stesso tempo per entrambi, e virtualissima maglia nera conservata per il veneto. Poi ci pensò la giuria, per nulla ammorbidita dalle nobili intenzioni, ad affibbiare a Coledan una multa di 500 franchi svizzeri. Il regolamento, articolo 12 punto 1 punto 007, parla chiaro: i corridori devono sempre gareggiare lottando al massimo delle loro possibilità, senza falsare la competizione.

Non che gli ultimi ce ne mettano meno, di sforzi e di possibilità. Corso in fondo al gruppo, il Giro è faticoso almeno quanto quello dei big. «Ma soprattutto ha logiche diverse – spiega Coledan – perché oggi l’unica cosa che conta è il ruolo che la squadra ti ha assegnato. Tante tappe le corri anche solo per salvare la pelle, e la gamba, perché servirai il giorno dopo. Anche provare ad andare in fuga non è per tutti, in un team di nove atleti. Di solito il mio ruolo è lavorare per il velocista, tenerlo coperto e fare in modo che non prenda vento, portarlo davanti quando è il momento. In generale, il ruolo dipende dal tipo di squadra con cui si corre. Se hai un leader per la classifica generale, tutto cambia e tutti si focalizzano su quello. Oggi, nel ciclismo moderno, un nono o decimo posto conta più di qualsiasi vittoria di tappa».

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Al via dall’Olanda, nel Giro numero 99 partito il 6 maggio, Coledan c’è. Poche settimane prima, era stato il primo a cadere alla Parigi-Roubaix, ma ha recuperato in tempo. E per un paio di settimane ha sgobbato per tre, per fare da scudiero a Ryder Hesjedal, uno che la corsa rosa nel 2012 l’ha vinta pure. Ma dall’inizio è stato un altro il favorito al trono al contrario del Giro, alla maglia nera che non c’è. Si chiama Cheng Ji: Cheng il nome, Ji il cognome. Un altro operaio del pedale, ma che si guadagna lo stipendio in un modo tutto diverso: da fugaiolo seriale. Il suo compito inizia al chilometro zero. Il suo obiettivo è entrare in un’azione da lontano, beccarsi qualche inquadratura, far vedere la maglia e i nomi degli sponsor. Magari incuriosire i telecronisti, che hanno ore di video da riempire di chiacchiere. Finora non ha deluso: a lungo ultimo in classifica, affronterà la fase decisiva del Giro partendo da penultimo. Due ore, sei minuti, 21 secondi: ecco il suo distacco dalla maglia rosa provvisoria Bob Jungels.

Cheng Ji (Pascal Pochard-Casabianca/AFP/Getty Images)

Cheng Ji (Pascal Pochard-Casabianca/AFP/Getty Images)

La sua storia non è comune, a ben vedere. Ji ha scelto, per un cinese, lo sport più strano di tutti o quasi. Ha scelto di fare il ciclista professionista partendo da un Paese dove in bici si va tanto, ma mica per costruirci una carriera sopra. E infatti Ji correva a piedi, ma c’era un problema: Harbin, la sua città, all’estremo nordest della Cina, è famosa più per le sculture di ghiaccio che per i podisti. Con la Siberia a due passi, d’inverno le temperature scendono fino a 20 gradi sotto zero. E così a un certo punto Ji si è messo a correre, ma in bici. E al coperto, sopra il parquet di un velodromo. Poi il grande salto, dalla Cina all’Europa, nel 2006. E il balzo nel giro che conta nel 2007, con l’ingresso nella squadra olandese Skil-Shimano.

Ji corre ancora per quel team, che nel frattempo è diventato tedesco e si chiama Giant-Alpecin. La squadra di Tom Dumoulin, prima maglia rosa del Giro 2016. Nelle prime tre tappe corse in Olanda – una cronometro di nove chilometri e due frazioni che più piatte non si può – il cinese è già riuscito ad accumulare 11 minuti di ritardo. Dietro ne ha ancora uno, l’austriaco Brandle, ma dalla sua il ragazzo ha una certa esperienza in materia. Classe ’87, è stato il primo cinese a correre e soprattutto completare una grande corsa a tappe, la Vuelta a España 2012. La chiuse 175esimo in classifica. Cioè ultimo, a quattro ore, 32 minuti e 35 secondi di distanza dal vincitore Alberto Contador. Ji è stato pure il primo cinese a disputare un Giro d’Italia, nel 2013, ma quella volta non riuscì ad arrivare in fondo alle tre settimane. La gloria per il corridore della Giant tornò nel 2014, quando divenne il primo cinese anche a correre sulle strade più prestigiose: quelle del Tour de France. Tenne duro nonostante un infortunio al ginocchio, e arrivò fino all’Arc du Triomphe e ai Campi Elisi. Posizione finale: 164. Ultimo. Oltre sei ore dopo Nibali, che quell’anno conquistava la maglia gialla. Insomma, un predestinato.

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Scorrendo l’albo d’oro al contrario del Giro troviamo altre storie come quella di Coledan e Ji. Simili e tutte diverse. Nel 2014 l’ultimo posto toccò a Jetse Bol, un passistone olandese che sa pure sprintare. In salita no, soffre e parecchio. Lui aveva iniziato con delle lame sotto i piedi, nel pattinaggio di velocità. Nel 2013 l’onore toccò a Davide Appollonio, uno dei rari ciclisti molisani che si siano mai visti in gruppo. All’epoca era uno promettente, giovane ma già capace anche di vincere e di piazzarsi spesso, nelle corse minori e negli arrivi per velocisti ma un po’ complicati. Poi  il suo talento si è perso un po’ per strada. E nel giugno 2015, due settimane dopo aver finito il Giro, l’hanno trovato positivo all’Epo. La sua squalifica è diventata ufficiale il 22 aprile scorso: quattro anni di stop, e carriera virtualmente finita. La sua ex squadra l’ha pure denunciato, chiedendo un risarcimento danni di 100 mila euro.

La «maglia nera» del Giro 2012 fu invece uno spagnolo, anzi un basco di Bilbao: Miguel Minguez. Altro specialista delle fughe, altro abbonato alle posizioni nelle retrovie, altra storia finita male. Nel 2012 la sua squadra – e che squadra: i naranja dell’Euskaltel-Euskadi – chiuse i battenti. Con pochi risultati da mettere nel curriculum, a lui non è riuscito di trovare un altro contratto. E oggi ha 28 anni, ma i colleghi li guarda in tv. Chi ancora continua, e a 31 anni corre anche al Giro d’Italia 2016, è Jos Van Emden. Altro olandese, altro ottimo passista e pessimo scalatore, è stato la maglia nera del 2011. Ma di lui ci si ricorda soprattutto perché tre anni dopo – nel 2014 – scelse di fare una proposta di matrimonio in piena cronoscalata. Si fermò, fece la scena di rito, incassò il fatidico «sì» e poi riprese a pedalare.

Alla fine la vita dell’operaio del pedale è fatta così: che in bici fai tutto, che la bici è parte di te, che in bici ci vai e ci fatichi perché è quello che sai fare. È una vita in cui hai imparato a mettere da parte i sogni che avevi da bambino e le vittorie che avevi accumulato da ragazzo. Fai semplicemente il tuo mestiere. Perché a parte pochi elementi per ogni team – due, tre al massimo – in una corsa come il Giro si corre solo per la squadra. Il tuo risultato individuale conta solo se puoi lottare per la maglia rosa o per un piazzamento dignitoso in classifica. Oppure se sei un velocista o   comunque uno svelto abbastanza da poter vincere una tappa. In tutti gli altri casi – e sono il 90 per cento dei casi – i tuoi compiti da pedalatore di professione sono molto precisi. È il ciclismo moderno: non c’è nulla da improvvisare. Ti puoi scordare pure l’idea di entrare in una fuga, provare a stupire tutti, vincere una tappa a sorpresa.

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Gli obiettivi sono altri e altrui, e qui c’entrano anche i soldi: quelli dei premi. Vincere una tappa frutta sì 11 mila euro, ma è cosa da pochi. In una carriera media, non ci andrai nemmeno vicino. Se sei un gregario, sarai molto più utile per obiettivi che possono sembrare minori, ma sul versante economico non lo sono affatto. Pochi si ricordano dell’ottavo o del nono classificato del Giro, ma a loro spettano 7.225 euro. Al decimo, toccano 4.363 euro. I classificati dall’11esimo al ventesimo posto nella graduatoria finale prendono comunque 2.863 euro. Tutti soldi che vanno al team, perché i premi – si sa – vengono redistribuiti tra tutti quelli che hanno contribuito a vincerli. E poi ci sono le classifiche a squadre. Da 5.000 a mille euro per le prime cinque classificate in termini di tempo, o nella classifica a punti. Se sei un gregario, devi pensare anche e soprattutto a questo. E agli sponsor, che vanno fatti contenti, altrimenti il prossimo anno – chiedete al basco Minguez – si resta a piedi. E allora tocca davvero andare in fabbrica, o aprire un negozio di bici.

Se sei un gregario, devi fare il tuo lavoro. Pensare a mangiare quando serve, a portare le borracce quando serve, a stare a un centimetro dal capitano quando serve. E se il capitano fora e non può perdere tempo ad aspettare il cambio ruota, ti fermi, sganci la tua di ruota e gliela passi, gli dai una spinta per ripartire. Poi qualcuno arriverà a badare anche a te, con calma, perché il tuo tempo e la tua posizione in classifica non contano. Non sarà un lavoro da campione, ma mica è facile. Anche arrivare in fondo a tre settimane e 3.383 chilometri di fatica e salite e stress è un’impresa bella e buona. E se sei fortunato, al limite, ti resta il vezzo della maglia nera. Anche se la maglia nera non c’è più, e c’è stata solo per un attimo. In fondo finire ultimo è pur sempre finire. Ed è roba per pochi.

 

Nell’immagine in evidenza, una foto dalla terza tappa del Giro da Nijmegen ad Arnhem, lo scorso 8 maggio (Bryn Lennon/Getty Images)