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La Premier League più bella di sempre

Comincia nel weekend la Premier League, quest'anno attesa come non mai: storie, protagonisti, soldi e affari del nuovo campionato inglese.

Di Aa. Vv.

Qual è quel torneo dove si ritrovano contro Mourinho e Guardiola, quello dove una squadra può schierare contemporaneamente Ibrahimovic, Pogba e Rooney, quello dove Conte proverà a esportare il know-how italiano, quello delle stelle, da Hazard ad Agüero a Özil, quello dove la middle class non si fa problemi a rovesciare le gerarchie, quello dal giro d’affari più grosso tra tutti i tornei europei? La Premier League 2016/2017 si candida a essere uno dei tornei calcistici più memorabili di sempre.

I protagonisti da seguire

All’82esimo di Leicester-Manchester United, Community Shield, il calcio inglese ha firmato la sua inevitabile condanna all’Ibracentrismo: cross di Valencia, elevazione, colpo di testa e gol. Lo svedese è stato decisivo nella sua prima partita ufficiale con i Red Devils, una partita a sua volta già decisiva per l’assegnazione di un trofeo. Ibra, dunque, è già centro di gravità. Lo leggi nel tabellino, lo percepisci nei commenti degli addetti ai lavori: tre dei primi quattro paragrafi scritti da David Hynter nel pezzo che il Guardian ha dedicato al match di Wembley parlano solo di lui. Le prime due parole dello stesso articolo sono “Zlatan” e “Ibrahimovic”.

Il gol di Ibra contro il Leicester nella prima ufficiale dello United

Però qui non siamo in Ligue 1: la Premier 2016/2017 è la riproduzione in scala calcistica dell’Nba, ovvero il campionato in cui tutti i migliori del mondo vorrebbero venire a giocare. Il parallelo è stato già fatto qualche tempo fa da un impaurito Javier Tebas, presidente della Liga. Ovvero l’unico torneo contender del campionato inglese per forza economica e sportiva. E sembra quasi un paradosso che i due migliori calciatori del mondo per acclamazione popolare, Cristiano Ronaldo e Messi, giochino proprio in Spagna e non qui. Dove però, ora, c’è tutto il resto del meglio o quasi. A cominciare dal più costoso della storia del gioco, Paul Pogba. Anzi #Pogback, l’hashtag più geniale di sempre. Chi scrive, però, vuole andare oltre e sceglie una serie di nomi alternativi, anche a quelli ormai già leggendari del Leicester City: troppo facile puntare l’obiettivo sul tentativo di riconferma di Vardy e Mahrez, capocannoniere e miglior giocatore dell’ultimo campionato; o su come N’Golo Kanté gestirà con Antonio Conte (probabilmente il miglior allenatore al mondo nella gestione e nell’esaltazione dell’idealtipo calciatore-et-gregario) la sua improvvisa notorietà.

No, voglio guardare altrove e ad altri. Perché voglio vedere a cosa possono arrivare i calciatori che hanno riscritto la storia recente e forse futura del Tottenham, la squadra più bella da veder giocare dell’ultima Premier: Dele Alli e Harry Kane, deludenti agli Europei perché inseriti in una squadra senza né capo né coda. Il primo è stato premiato come miglior giovane dello scorso campionato, il secondo è il più grande talento offensivo degli ultimi vent’anni del calcio inglese, parola di Alan Shearer, e viene da due campionati con 46 gol totali. Come dire: sarebbe un peccato volersi fermare, nel giudicarli, al solo Hodgson. Poi voglio vedere cos’è in grado di fare Ilkay Gündoğan, uno dei centrocampisti più eleganti d’Europa, in un sistema come quello guardliolista, che sembra fatto apposta per esaltare le sue qualità. Voglio capire se Granit Xhaka riuscirà a prendere in mano il gioco dell’Arsenal, se Mkhitaryan riuscirà a imporre le sue modernità e versatilità nel disegno tattico presumibilmente poco futuristico di José Mourinho. Se Georginio Wijnaldum riuscirà finalmente a confermare, anche solo in parte, l’immensa quantità di hype che si trascina dietro ormai da anni pur essendo il cugino di Royston Drenthe. Che, giusto per la cronaca, oggi ha 28 anni e gioca nel Baniyas insieme a Ishak Belfodil e Joaquin Larrivey.

I 31 gol di Harry Kane nella passata stagione, tra tutte le competizioni. In Premier è stato capocannoniere con 25

Andando al di là delle grandi squadre, qualche consiglio personale pure sui nomi underdog, ovvero i nuovi potenziali Vardy e Mahrez: Viktor Fischer, talento danese passato per soli cinque milioni al Middlesbrough neopromosso; Sofiane Feghouli, dal Valencia al West Ham (a costo zero), per formare con Payet e Lanzini una specie di squadra speciale della fantasia; Virgil Van Dijk del Southampton, quarto difensore per numero di eventi difensivi della Premier 2015/2016 (383, in 34 partite, media 11,2). E poi, in ultimo, il calciatore protagonista del colpo di mercato più suggestivo e romantico: Fernando Llorente. Un centravanti completo, moderno. Ma pure un simbolo della Baskonia trapiantato in una piccola, orgogliosa realtà calcistica e politica “fuori” come il Galles, come Swansea. Una narrazione bella quasi quanto quella di Ibrahimovic. Solo quasi, però. Non esageriamo. (Alfonso Fasano)

L’All Star Game è in panchina

Hanno iniziato loro, non c’è dubbio. Da Matt Busby a Brian Clough, fino a Sir Alex Ferguson: fare dei manager delle star. Forse perché, per chi ha inventato il calcio, insegnare, innovare e pensare da allenatore è una cosa sacra, e chi ne è capace merita tutta la venerazione possibile. Da Chapman in poi, sulle teste dei tecnici del calcio inglese ha sempre aleggiato un’aura da santoni. E nella straricca Premier League del Ventunesimo secolo, le cose non sono cambiate poi così tanto.

Avere un allenatore di successo, dalla comprovata leadership e di fama internazionale, al giorno d’oggi, significa avere un progetto credibile e vincente. Il Manchester United che acquista Pogba e Ibrahimovic, in realtà, aveva già stimolato la fantasia dei propri tifosi con l’ingaggio di José Mourinho. Sulla sponda opposta di Manchester la notizia più entusiasmante è stato l’arrivo di Pep Guardiola, più che quelli di Sané o Gabriel Jesus. E i tifosi del Chelsea hanno seguito con interesse l’Europeo dell’Italia, non per qualche giocatore interessante, ma per vedere all’opera il piano tattico di Antonio Conte. Il Liverpool è ancora lontano dall’essere una squadra di vertice, ma dall’arrivo di Jürgen Klopp si assiste con maggior interesse e speranze più solide alle vicissitudini dei Reds.

Leicester City's Italian manager Claudio Ranieri (R) watches from the touchline with Manchester United's Portuguese manager Jose Mourinho (L) during the FA Community Shield football match between Manchester United and Leicester City at Wembley Stadium in London on August 7, 2016. / AFP / GLYN KIRK / NOT FOR MARKETING OR ADVERTISING USE / RESTRICTED TO EDITORIAL USE (Photo credit should read GLYN KIRK/AFP/Getty Images)

Claudio Ranieri e, in ombra, José Mourinho durante la Community Shield vinta dal Manchester United (Glyn Kirk/AFP/Getty Images)

In definitiva, l’ingaggio di un allenatore top equivale a un grosso colpo di mercato: come un attaccante che segna tanti gol può essere garanzia di successo, così un manager bravo e astuto può far vincere coppe e campionati. Così la Premier 2016/2017 si è accaparrata i migliori allenatori del mondo, con qualche eccezione come Ancelotti e Simeone. Guardiola alla prima esperienza inglese, Mourinho che dà la caccia alla Premier con una squadra diversa dal Chelsea, Conte che varca i confini italiani, e poi il visionario Klopp e l’esperto Wenger. Tutti con diverse filosofie e con diverse culture calcistiche.

I precedenti tra i big five (tra parentesi: vittorie, pareggi, sconfitte)

CONTE: @Guardiola: 0 @Klopp: 0 @Mourinho: 1 (0, 1, 0) @Wenger: 0

GUARDIOLA: @Conte: 0 @Klopp: 8 (4, 0, 4)
@Mourinho: 16 (8, 5, 3) @Wenger: 8 (4, 2, 2)

KLOPP: @Conte: 0 @Guardiola: 8 (4, 0, 4)
@Mourinho: 5 (3, 1, 1) @Wenger: 6 (1, 2, 3)

MOURINHO: @Conte: 1 (0, 1, 0) @Guardiola: 16 (3, 5, 8)
@Klopp: 5 (1, 1, 3) @Wenger: 15 (8, 6, 1)

WENGER: @Conte: 0 @Guardiola: 8 (2, 2, 4)
@Klopp: 6 (3, 2, 1) @Mourinho: 15 (1, 6, 8)

In questo meltin’ pot manageriale, a farne le spese, come accade da tempo, è proprio la tradizione manageriale inglese. Eddie Howe del Bournemouth, Alan Pardew del Crystal Palace e Sean Dyche del Burnley sono gli unici allenatori inglesi al via, in attesa che venga formalizzato il probabile incarico di Mike Phelan all’Hull City. A loro si aggiungono i gallesi Tony Pulls del West Bromwich e Mark Hughes dello Stoke City, più lo scozzese David Moyes che, dopo le esperienze negative con Manchester United e Real Sociedad, riparte dal Sunderland. In mano british ci sono, perciò, solo squadre di medio-basso livello: come se l’esterofilia riconosciuta su chi va in campo si estendesse anche su chi sta in panchina. Per la regola (presunta, ma in voga in Premier) del chi viene da fuori è più bravo, e dunque più forte è la squadra. Anche l’Italia ne ha beneficiato, visto che saranno quattro i tecnici nostrani (Ranieri, Conte, Guidolin e Mazzarri). (Francesco Paolo Giordano)

Chelsea's Italian manager Antonio Conte takes part in a training session at Chelsea's Stamford Bridge Stadium in London on August 10, 2016, ahead of the start of the English Premiership season on Saturday August 13, 2016. / AFP / JUSTIN TALLIS / (Photo credit should read JUSTIN TALLIS/AFP/Getty Images)

Antonio Conte durante un allenamento del Chelsea allo Stamford Bridge (Justin Tallis/AFP/Getty Images)

I conti dei club e il mercato

La Premier League è in assoluto il campionato più ricco al mondo. L’imponente giro d’affari ha permesso alla massima lega inglese di dar vita a una campagna acquisti estiva al di sopra delle aspettative; come se tutti i timori sull’effetto-Brexit di fine giugno fossero stati spazzati via dal rumore delle banconote. Solo dalla cessione dei diritti televisivi per il triennio 2016-2019 la Premier ha incassato 8,3 miliardi di sterline: 5,14 sono arrivati dalla commercializzazione per il mercato domestico (+71% rispetto all’accordo precedente) e il resto dall’overseas. Un vero record; risorse fresche distribuite in maniera più democratica tra le società di quanto avvenga in altre leghe europee, ad esempio la Serie A. Grazie ai diritti televisivi, agli stadi di proprietà, al merchandising e alla straordinaria capacità di attirare investitori stranieri, ad oggi la Premier ha speso in aggregato per il calciomercato estivo ben 915 milioni di euro; i club ne hanno incassati appena 375 (dati Transfermarkt). Solo per quattro società su venti – Everton, Southampton, Swansea e Hull City – la bilancia tra entrate e uscite è positiva; tutte le altre hanno investito più di quanto ricevuto.

La regina tra le spendaccione è il Manchester United: il rapporto tra entrate e uscite dice -185 milioni di euro. I Red Devils fino ad ora si sono concentrati sugli innesti ed è presumibile che il resto del mercato sia dedicato al sale. Zlatan Ibrahimovic è arrivato a parametro zero; Henrikh Mkhitaryan è costato 42 milioni; Eric Bailly 38; Paul Pogba è stato pagato 105 milioni di euro ai quali bisogna aggiungere un brillante ingaggio per cinque stagioni (o anche sei). Se sia stato un prezzo giusto per far ritornare il francese all’Old Trafford lo dirà il campo; intanto in panchina ci sarà José Mourinho che è stato sedotto dagli oltre 10 milioni di sterline all’anno promessi dai Glazer, i proprietari americani del MUFC. Cifre alte, ma sostenibili grazie alla capacità di slegare il risultato finanziario da quello sportivo: l’accordo di sponsorizzazione con Adidas vale 75 milioni di sterline a stagione (da moltiplicare per dieci); quello con l’americana Chevrolet 47 milioni di pound fino al 2021. Oltre a questo c’è la valorizzazione del matchday e la promozione del brand all’estero: nel 2015/2016, una delle annate peggiori della storia recente dello United, il club si aspetta di superare il mezzo miliardo di sterline di ricavi, proiettando la società al top tra le inglesi in termini di fatturato.

Manchester City's Argentinian forward Sergio Aguero (2nd L) celebrates with his teammates after scoring during the friendly football match between Arsenal and Manchester City at the Ullevi stadium in Gothenburg on August 7, 2016. / AFP / JONATHAN NACKSTRAND (Photo credit should read JONATHAN NACKSTRAND/AFP/Getty Images)

I giocatori del Manchester City festeggiano un gol nell’amichevole contro l’Arsenal dello scorso 7 agosto (Jonathan Nackstrand/AFP/Getty Images)

Gli azzurri di Manchester sono al secondo posto nel rapporto tra spese e ricavi: hanno distribuito 190 milioni di euro in mezza Europa per assicurarsi i migliori e ne hanno incassati 19,5. La bilancia non regge; ma va bene per regalare a Pep Guardiola il sogno Champions League. Il City è il simbolo di quanto la Premier possa attrarre gli stranieri: è nelle mani di una holding che controlla diverse società nel mondo – in USA e Australia – e può contare su investitori del Qatar e della Cina. Un melting pot finanziario che ha permesso di far diventare citizen John Stones (55mln) e Leroy Sané (50mln), solo per citare i due innesti più cari.

Le altre non stanno a guardare. Il Leicester che deve difendere il titolo per ora è quasi in pari: 47,5 spesi e 45,8 incassati. Il Chelsea di Antonio Conte segna -45 milioni, ma è difficile pensare che possa fermarsi: ha comprato Michy Batshuayi per 39 milioni e Kanté per 35,8. Anche il Liverpool (-36,8 in totale) negli ultimi venti giorni di mercato si muoverà, avendo preso (tra gli altri con minore impatto) Sadio Mané (41,2 milioni) e Georginio Wijnaldum (27,5). Stessa sorte toccherà al Tottenham che ha fatto due soli acquisti – Vincent Janssen (22,1) e Victor Wanyama (14,4) – ma ugualmente perde 25,9 milioni tra entrate e uscite. L’Arsenal è riuscita a far peggio: tre calciatori pagati e nessuna valorizzazione condannano il club al momentaneo -52 milioni. La star in arrivo è Granit Xhaka, sbarcata in cambio di 45 milioni di euro. Ma Arsene Wenger è uno che ha sempre saputo accontentarsi. (Michele Chicco)

Le new entry

Il Middlesbrough ha dovuto aspettare sette anni, Burnley e Hull City hanno invece impiegato una sola stagione per tornare in massima serie. Sono queste le squadre che nella nuova Premier prendono il posto di Newcastle, Norwich e Aston Villa. Il Boro è tra tutte il club con il maggior carico di aspettative: classificatosi secondo nella passata edizione del Championship, è allenato da un manager, il 42enne spagnolo Aitor Karanka – vice di Mourinho al Real Madrid dal 2010 al 2013 – molto apprezzato dalla piazza e ha condotto un mercato estivo assai dispendioso e promettente. Il fiore all’occhiello è stato l’arrivo in prestito dal Valencia di Alvaro Negredo (23 gol in 49 presenze con il Manchester City nel 2013-14), oltre agli ingaggi di Gaston Ramirez, Viktor Fisher, Brad Guzan, Victor Valdes e Marten de Roon. Esperienza e talento che dalle parti del Riverside Stadium hanno acceso l’entusiasmo: la voglia di puntare a qualcosa di più della semplice salvezza è concreta e tangibile.

MIDDLESBROUGH, ENGLAND - MAY 07: Albert Adomah of Middlesbrough celebrates following the Sky Bet Championship match between Middlesbrough and Brighton and Hove Albion at the Riverside Stadium on May 7, 2016 in Middlesbrough, England. (Photo by Chris Brunskill/Getty Images)

Albert Adomah festeggia tra il pubblico la promozione del Middlesbrough, lo scorso 7 maggio (Chris Brunskill/Getty Images)

Meno scoppiettanti i movimenti in entrata del Burnley, vincitrice dello scorso campionato con 4 punti di vantaggio sul Middlesbrough. Agli ordini del confermato Sean Dyche sono arrivati dal Charlton, retrocesso in League One, il nazionale islandese Johann Berg Gudmundsson e il portiere Nick Pope, mentre l’esuberante Joey Barton ha lasciato Turf Moor per accasarsi ai Glasgow Rangers, lasciando un buco da coprire nel centrocampo dei Clarets. Secondo il Daily Express, la dirigenza non vuole ripetere la pessima annata del 2014/15, quando il Burnley si piazzò al 19° posto retrocedendo subito dopo la promozione, e ha messo a disposizione un budget di 60 milioni di sterline. L’obiettivo rimane mantenere la categoria. Attenzione a Andre Gray, attaccante dal passato burrascoso e trascinatore nella passata stagione con 23 gol, prossimo al debutto assoluto in Premier League all’età di 25 anni.

Situazione ai limiti del grottesco invece per l’Hull City, promosso dopo il quarto posto e la vittoria nei playoff contro Derby County e Sheffield Wednesday. Steve Bruce, timoniere dei Tigers per tre anni, ha rassegnato le dimissioni lo scorso 22 luglio. Tra le motivazioni, scrive il Guardian, un rapporto ormai compromesso con Ehab Allam, vice presidente e figlio del proprietario Assem Allam e un mercato ancora immobile. Nessun acquisto, a fronte della cessione al Newcastle del centrocampista Mohamed Diamé. La rosa conta attualmente solo nove giocatori disponibili e si vocifera che Allam abbia bloccato gli investimenti come vendetta verso i tifosi che si erano ribellati nel 2014 al suo tentativo di cambiare il nome da Hull City a Hull Tigers, poi impedito da parte della Federazione inglese. Per il nuovo manager si prospetta il non facile compito di portare nuovi innesti e guidare una squadra scarsamente attrezzata. (Indro Pajaro)

 

Nell’immagine in evidenza, Zlatan Ibrahimovic esulta dopo il gol decisivo nella Community Shield (Glyn Kirk/AFP/Getty Images)