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Del Potro è tornato

Una serie di infortuni, l'assenza dai campi, giù nel ranking: Juan Martin Del Potro a Rio ha superato le difficoltà e, dopo aver battuto Djokovic, non vuole fermarsi.

Di Emiliano Guanella

La Torre di Tandil è tornata e questa volta non vuole più fermarsi. Juan Martin Del Potro è il protagonista che pochi si aspettavano della prima settimana del torneo olimpico di tennis. Dopo aver battuto Djokovic nel primo turno in due set, entrambi finiti al tie break, ha superato il portoghese Joao Sousa e poi il giapponese Taro Daniel. In pochi giorni a Rio de Janeiro, Delpo ha saputo mostrare la sua qualità migliore, la capacità di risollevarsi e tornare a vincere. «A mi la vida me dio revancha», ama dire Diego Armando Maradona, suo amico e compagno di fede calcistica, quel Boca Juniors che Del Potro non rinuncia mai ad andare a vedere, quando si trova a Buenos Aires. Bombonera o Grand Slam, non fa differenza, la passione è la stessa. Ma se la rivincita di Diego era quella costante del campione con la rabbia di chi è partito dagli inferi di Villa Fiorito, quella di Juan Martin è la molla per sopportare gli infortuni, quella serie di quattro interventi al polso dal 2010 ad oggi, tre dei quali negli ultimi due anni. Diversi mesi di inattività cercando di convincersi che non poteva finire lì, che non puoi abbandonare il tennis dopo aver vinto a 21 anni un U.S. Open battendo in finale un tal Roger Federer.

La vittoria di Del Potro agli Us Open, nel 2009

«Dopo ogni intervento dovevo stare in riposo assoluto; non potevo allenarmi, non potevo fare nulla. A casa cercavo di non guardare tennis in televisione, ma la mia testa finiva sempre lì, l’ansia mi divorava l’anima». Dopo il bronzo a Londra 2012, con la storica semifinale di oltre quattro ore persa con Federer, il polso cede di nuovo. Troppo dolore, quel rovescio a due mani che è il suo punto forte ma anche causa di piccole lesioni che tornano quando pensavi che nulla poteva fermarti. Juan Martin non ha paura della sala operatoria, va e viene da Buenos Aires a Rochester, in Minnesota, per farsi operare da Richard Berger, uno dei migliori al mondo in chirurgia alla mano. Ha milioni di fans sparsi per il mondo, lascia in youtube messaggi di ringraziamento, il calore del pubblico sugli spalti diventa abbraccio virtuale per cercare di venirne fuori. A metà dell’anno scorso torna ad allenarsi, è pronto per la nuova stagione e sono tanti i colleghi che lo incoraggiano.

La vittoria contro Djokovic a Rio

Il sorteggio del torneo di Rio è beffardo. Lui parte da numero 145 al mondo, si scontra con il numero uno. Al campo centrale del parco olimpico di Barra due terzi del pubblico, brasiliani e del mondo intero, sono venuti per vedere Djokovic, ma ci sono anche tanti argentini che si fanno sentire. All’inizio è come una piccola fiamma, poi la speranza cresce nel vedere che Delpo è solido, concentrato. Si fa infilare un paio di volte di troppo a rete, ma non perde il servizio e Djokovic inizia a sentire il colpo. Gli sfugge il primo e poi il secondo tie break, addio Olimpiadi. Finiscono abbracciati a rete, entrambi con la lacrime agli occhi. Uno per una vittoria che premia gli sforzi fatti negli ultimi due anni per tornare a galla, l’altro perché ci temeva davvero a dare una medaglia d’oro alla sua Serbia. Il giorno dopo gli organizzatori non sono benevoli con l’argentino, che a mezzogiorno deve scendere in campo contro Joao Sousa e poi nel pomeriggio si trova ad affrontare assieme a Mariano Gonzalez il doppio spagnolo Nadal – Lopez, che perde in tre set. Tre partite in 23 ore; quasi sette ore in campo in un giorno. «Scelta assurda  – ha detto – da parte degli organizzatori, dovevano farmi riposare almeno per il doppio». Tra i suoi tifosi c’è anche un grande amico, il “vecchietto” Manu Ginobili, che è a Rio con l’ultimo torneo della generazione dorata del basket argentino. Undici anni di differenza, entrambi sono de miti con la celeste y blanca; se non giocassero quasi in contemporanea andrebbero reciprocamente a farsi forza negli spogliatoi. Uno ha scritto un pezzo di storia del basket, l’altro ha ancora molto da dare al tennis e solo lui sa quanto è grande la voglia di vincere, dopo tanto tempo seduto. Delpo è tornato, lasciatelo volare.

 

Nell’immagine in evidenza, Juan Martin Del Potro esulta dopo aver battuto Joao Sousa al secondo turno delle Olimpiadi (Martin Bernetti/AFP/Getty Images)