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Un Melo, mille Melo

Il cestista più medagliato di sempre ai Giochi, ma anche uno dei più grandi a non aver vinto un titolo Nba: le infinite contraddizioni di Carmelo Anthony.

Di Claudio Pellecchia

Baltimora, nel Maryland, è una città complessa. È una delle poche realtà degli Stati Uniti a essere amministrativamente indipendente (non soggetta, cioè, all’autorità della singola contea ma unicamente a quella dello Stato centrale), nonché il più grande scalo portuale degli Stati Uniti. Ma è anche la dodicesima città più pericolosa d’America, con un tasso d’omicidi sette volte superiore alla media nazionale. Crescerci, quindi, non deve essere granché. Soprattutto se provieni dalla parte Ovest. Patria dei Ravens della NFL e teatro, tra il 28 e il 30 aprile 2015, degli scontri che infiammarono la città al grido di «Giustizia per Freddie Gray», il venticinquenne afroamericano morto a seguito delle ferite alla spina dorsale riportate durante l’arresto da parte della polizia locale per motivi mai del tutto chiariti. Sullo sfondo di una questione razziale mai sopita, il tumulto squarcia il ventre molle della città e l’animo di molti suoi figli.

Compreso quello di uno che, da parecchi anni ormai, vive non lontano da qui. Difficile dire come si sia sentito in quei giorni, perso nel limbo dell’ennesima stagione fallimentare dei suoi Knicks e il dramma umano che lo riporta alle origini. Perché Carmelo Anthony, pur essendo nato a Brooklyn, a Baltimora ci è cresciuto. In particolare in un quartiere chiamato “La Farmacia” (e non certo per l’alto standard di assistenza sanitaria), dove due sono le cose che ha imparato in fretta: schivare le pallottole e trovare un modo per andarsene. Potrebbe fregarsene, godersi il quinquennale da 120 milioni di dollari firmato appena l’anno prima, continuare la vita da superstar Nba annoiata da tutto, anche dal suo spaventoso talento. E invece, alla fine, decide di far sentire anche lui la sua voce. Prima a mezzo social, da brava tweetstar che si rispetti. Poi, spendendosi in prima persona. Come se, di colpo, fosse tornato il ragazzino che schivava le pallottole e cercava un modo per andarsene da lì. Con la voglia, però, di tornare, fare la differenza, magari convincere e convincersi a restare.

We all want Justice. And our city will get the answers we are looking for. My deepest sympathy goes out to the GRAY Family. To see my city in a State of Emergency is just shocking. We need to protect our city, not destroy it. What happens when we get the answers that we want, and the media attention is not there anymore? We go back to being the same ol Baltimore City again. If not yourself, then Think about the youth. How this will impact them. Let’s build our city up not tear it down. Although, we want justice, let’s look at the real issues at hand. For example, When was the last school built in Baltimore? That’s just one example. I know my community is fed up. I’m all about fighting for what we believe in. The anger, the resentment, the neglect that our community feels right now, will not change over night. Continue, fighting for what you believe in. But remember, it takes no time to destroy something. But, it can take forever to build it back up. Peace7. #Thisonehitshome #BeMore #LetsNotFallForTheTrap “Please Understand What State Of Emergency Mean”(Destroy and Conquer) #StayMe7o

Una foto pubblicata da @carmeloanthony in data:

Non sarebbe restato, ovviamente. Ma sarebbe tornato, ancora una volta. A oltre un anno di distanza e a pochi giorni dall’inizio dell’Olimpiade che lo avrebbe consacrato come il cestista più medagliato di tutti i tempi. L’occasione, frivola, della registrazione dello spot promozionale per il nuovo modello personalizzato della sua linea di sneakers si è trasformata in un’esperienza educativa tra passato, presente e futuro, con Melo che ha mostrato al figlio Kyan (8 anni) dove il papà era cresciuto e dove era riuscito a non far crescere lui. «Qui è dove ho imparato tutto, dalla sopravvivenza all’essere l’uomo che sono oggi». In questa evidente, quasi voluta, contrapposizione tra vecchio e nuovo, povertà e ricchezza, disagio sociale e ostentazione, c’è tutto Carmelo Anthony. L’uomo, certo, ma anche il giocatore. Perché senza capire da dove viene l’uomo, non si può comprendere la parabola dell’altro. E, in questo senso, siamo al cospetto della miglior personificazione possibile di Baltimora, con le sue contraddizioni, i suoi pregi, i suoi difetti, l’essere così uguale a se stessa e così diversa dalle altre. Proprio come lui, proprio come l’altro suo figlio prediletto, quel Michael Phelps che pure qualche memorabile pagina di sport in carriera l’ha scritta.

RIO DE JANEIRO, BRAZIL - AUGUST 19: Carmelo Anthony #15 and Kevin Durant #5 of United States celebrate a play against Spain during the Men's Semifinal match on Day 14 of the Rio 2016 Olympic Games at Carioca Arena 1 on August 19, 2016 in Rio de Janeiro, Brazil. (Photo by Christian Petersen/Getty Images)

Carmelo Anthony e Kevin Durant durante la semifinale di Rio contro la Spagna (Christian Petersen/Getty Images)

Carmelo Anthony è il primo giocatore della storia Nba ad aver vinto tre medaglie d’oro olimpiche consecutive, ma anche uno dei più forti a non aver ancora vinto (e chissà se mai ci riuscirà) un titolo; avrebbe tutto per portare una squadra alla vittoria, ma gli risulta impossibile giocare in un sistema che non abbia nei suoi isolamenti la principale opzione offensiva; è unanimemente considerato dai colleghi il miglior attaccante sulle terre emerse, ma, quando arriva il momento, non riesce mai a battere chi lo vede come il pericolo pubblico numero uno; si è ispirato a Michael Jordan e a Kobe Bryant ma, quando è stato il momento di lasciare Denver, non è andato né a Chicago dai Bulls, né a Los Angeles dai Lakers; è uno dei più impegnati nel sociale, ma anche uno dei più attenti all’esibizione dei (costosi) dettagli; quando non aveva niente economicamente voleva tutto sportivamente, ma quando ha avuto tutto economicamente ha scelto di non voler più nulla sportivamente. E anche sui social non si capisce che tipo sia: il suo profilo Instagram è diviso a metà tra lo spazio dedicato ai numerosi e munifici sponsor e le citazioni di Malcolm X, Rosa Parks, Muhammad Alì e altri grandi esponenti della pop culture afroamericana. Con te che sei ancora lì che ti chiedi se ti trovi di fronte a un bieco affarista o a una versione riveduta, corretta e più ricca di John Carlos e Tommy ‘The Jet’ Smith (giusto per restare in tema di Olimpiadi).

Pensandoci bene, però, era chiaro fin dagli che sarebbe stato così. Perché uno che capisce che nella pallacanestro avrebbe fatto qualcosina solo al terzo anno di high school, con gli avversari letteralmente scherzati fin da quando era una matricola (stagione chiusa, tra l’altro a 23 punti, 10.3 rimbalzi e 3.7 assist di media), tanto normale non deve essere. Così come non è normale, dopo un’edizione del McDonald’s All America da 19 punti e con vittoria nella gara delle schiacciate, scegliere di andare al college invece di tentare subito il grande salto in Nba. E anche qui, attenzione: non Baltimore University dove mamma Martha lavora come segretaria, ma Syracuse, nello stato di New York, nel primo (vano) tentativo di lasciarsi alle spalle ciò che era stato fino a quel momento. Del suo anno da Orangeman sarebbe persino noioso parlare (22.2, 10 rimbalzi e 2.2 assist di media in 35 partite, compreso un memorabile 33+14 alle Final Four contro Texas), non fosse che, nella partita che consegna il primo e unico titolo ai figli delle Adirondack Mountains, il suo 20+10 finisce nel dimenticatoio. A decidere tutto, infatti, è la stoppatona di Hakeem Warrick che ricaccia in gola ai Jayhawks di Kansas le urla di gioia sul tiro finale che avrebbe significato pari 81 e supplementare.

I 33 punti contro Texas: è il 2003

Poco male. Stavolta c’è la Nba che chiama per davvero, con uno dei Draft migliori di sempre, quello del 2003. A questo giro, il biglietto di sola andata da Baltimora arriva non da prima scelta (LeBron James, e vabbè), non da seconda (Darko Milicic), ma da terza: destinazione Denver e le montagne del Colorado, nell’ennesima e personale visione del mondo alla rovescia. Il primo anno i Nuggets, che non dovrebbero combinare granché, arrivano fino ai playoff, raggranellando consensi e un’onorevole eliminazione per mano dei T-Wolves ben più di quanto non dica il 4-1 finale. Dal 2004/2005 le cose non possono che migliorare, per Melo e per la squadra. E, ovviamente, accade tutto l’opposto: reduce dai disastri in terra di Grecia con il Nightmare Team e dalle incomprensioni con Larry Brown, medie individuali (dai 21.2 punti, 6.1 rimbalzi e 2.8 assist dell’anno da rookie ai 20.8, 5.7 e 2.6 di quello da sophomore) e prestazioni di squadra calano drasticamente, culminando in altre due eliminazioni consecutive al primo turno. Con il nostro che non manca di metterci del suo: una rissa nella gara contro i Knicks del dicembre 2006 che gli costa 15 gare di squalifica, l’arresto per guida in stato di ebbrezza l’anno successivo, alla vigilia di un’importante serie di playoff contro i Lakers di Kobe Bryant (persa 4-0), con il quale aveva duellato fino all’ultimo canestro per il titolo di capocannoniere. Cominciano, inevitabili, a circolare le prime voci, i primi dubbi. Il talento c’è ed è indiscutibile. Tanto più per chi, il 10 dicembre 2008, nella partita contro i Timberwolves, aveva eguagliato il record di punti (33) in un quarto del mitico George Gervin.

33 punti in un quarto, nel 2008

Ma il talento da solo non basta. Per prendersi questa lega c’è bisogno di un qualcosa che Anthony non ha e dimostra di non avere alle successive finali della Western Conference quando ancora i Lakers e ancora Bryant li tirano fuori alla sesta partita. Passano gli anni, cambiano gli allenatori e i compagni di squadra (Marcus Camby, Allen Iverson, Kenyon Martin, J.R. Smith, Chauncey Billups giusto per citarne alcuni), ma il risultato non cambia: statisticamente Anthony è uno dei primi cinque dalla Nba, ma non è un franchise player, uno di quelli che ti fanno vincere quando serve e quando conta. Sarebbe necessario cambiare, affermarsi altrove, magari in un contesto che non ti consenta di trentelleggiare a piacimento ma che ti permetta di esaltare le tue doti all’interno di un progetto vincente di squadra. E secondo voi, invece, non finisce nell’unico posto al mondo che non ha nulla di tutto ciò? Ma, mentre nella trade che, nell’estate 2011, lo porta a N.Y. (e spedisce a Mile High City, tra gli altri, anche il nostro Danilo Gallinari) le colpe sono relative, il Melo-Dramma della free agency 2014 ha un solo attore protagonista. Lui.

Il 13 giugno decide di uscire dal suo contratto con i Knicks. Potrebbe andare ovunque: a Chicago, rinunciando a 50 milioni di dollari, ma tornando a respirare l’aria di una contender per il titolo a Est; ai Lakers, dove i richiami dell’amico-rivale Kobe e di un faraonico piano di marketing incentrato su di lui e la moglie LaLa sono fortissimi; a Houston, con i Rockets che vorrebbero farne la pietra angolare di un Big Three con James Harden e Dwight Howard; a Dallas, per provare a dare una mano a Nowitzki nel bissare il titolo del 2011. La scelta, invece, è in pieno Anthony style. Ovvero in totale contrasto con quello che il buon senso dell’agonista suggerirebbe: prende i soldi dei Knicks. Tanti e subito: 120 milioni per i successivi 5 anni. Che vogliono dire ingombro totale del salary cap e addio alle residue speranze di costruire una squadra decente. Il web, però, non perdona nulla. E da “my city, my heart” a “my city, my wallet” il passo è breve. Brevissimo. Come e più dell’unico, vero, momento di gloria vissuto nella Grande Mela. Il 24 gennaio 2014, infatti, Anthony riscrive la storia sua, dei Knicks e del Madison Square Garden: 62 punti contro i Charlotte Bobcats, career high e nuovo record di punti segnati nella World’s Greatest Arena da un giocatore dei Knicks, scalzando in un colpo solo Bernard King (che ne aveva messi 60 nel Christmas Game del 1984) e Kobe Bryant (61 il 2 febbraio 2009).

Il career high di Carmelo, 62 punti contro i Bobcats

Occhio, però, a dipingerlo banalmente come uno dei tanti “perdenti di successo” del basket a stelle e strisce. Uno che vince quattro medaglie olimpiche, di cui tre d’oro consecutive, non può essere giudicato sulla base di una simile e superficiale lettura. Anche perché, pure stavolta, i successi a cinque cerchi sono figli di quella contraddittorietà di base che lo caratterizza. Normalmente, le stelle della Nba (e Carmelo Anthony, anello o meno, è una stella), dopo una logorante stagione da 80-100 partite, tendono a declinare la chiamata alle armi della madrepatria, consci che la bontà e l’ampiezza del materiale umano a disposizione di coach K (e, da qui al 2020, di Gregg Popovich) torneranno comunque buoni allo scopo: vincere senza problemi, dominando senza ritegno. Melo no, Melo c’è sempre, felice di esserci: dal suo esordio tra i pro ha saltato solo i Mondiali del 2010 e del 2014. Poi è sempre stato il primo ad arrivare al training camp e l’ultimo a scendere dall’aereo che riportava le superstar vittoriose a casa. Ed è giusto, quindi, che nella storia della Nazionale della prima decade del terzo millennio, la firma in calce sia la sua. Con tanto di record nella partita dei record, quella contro la malcapitata Nigeria malmenata 156-73 a Londra 2012:

Contro la Nigeria alle Olimpiadi londinesi, 37 punti in 14 minuti

37 punti in 14 minuti, con 10/12 da tre: miglior marcatore di sempre in una gara olimpica e record di triple mandate a bersaglio (su 29 di squadra, altro primato) da un singolo giocatore a questi livelli. Come mai nessuno prima, come, presumibilmente, mai nessuno dopo. Nessuno che non sia lui, ovviamente. Perché anche a Rio, in quella che è stata una delle partite più belle e tirate del torneo olimpico contro l’Australia, arriva l’ennesima dimostrazione di talento strabordante: 31 punti, 14 nell’ultimo e decisivo quarto, 9/15 dall’arco dei tre punti e LeBron James raggiunto e scalzato dal primo posto nella classifica dei marcatori all time con la Nazionale.

Chi è, dunque, Carmelo Anthony? Captain America del basket olimpico o uno dei tanti grandi giocatori a non aver mai vinto un titolo Nba? Uno dei più grandi realizzatori viventi o un accentratore incapace di esprimersi in un contesto collettivo? Quello che ha sacrificato una carriera migliore sull’altare del business e del guadagno o quello che non può far a meno di rispondere alle chiamate di Team Usa? L’uomo che usa i social per pubblicizzare e pubblicizzarsi o l’attivista che scende in strada tra e con la sua gente per manifestare a favore dei diritti civili? Quello che snobba il villaggio olimpico per uno yacht cinque stelle extralusso o quello che, alla vigilia dei quarti contro l’Argentina, gioca con i bimbi delle favelas? Probabilmente è tutte queste cose e nessuna di esse. Forse Anthony è “soltanto” uno dei più grandi giocatori di sempre in cui convivono i pregi e i difetti di un uomo normale, ingigantiti dal suo status di privilegiato nello sport e nella vita. Con una contraddittorietà di fondo che, però, lo rende unico, speciale, inimitabile. Da degno figlio di Baltimora. Da degno figlio dell’America.

Nell’immagine in evidenza, Carmelo Anthony in uno scatto dello scorso novembre a Charlotte (Streeter Lecka/Getty Images)