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Chi schiero al Fantacalcio

Dieci firme scelgono il giocatore che non deve mancare nella loro fanta-formazione, e perché questo è l'anno giusto per puntare su di loro.

Di Aa. Vv.

C’è sempre un giocatore che ha un peso più rilevante nella formazione di ogni fanta-allenatore. Un nome a cui ci si è affezionati negli anni e a cui è diventato impossibile rinunciare; un giovane sconosciuto ai più che si rivela il colpo dell’asta; un comprimario pescato per caso e diventato in breve imprescindibile; l’attaccante sinonimo di spettacolarità come must have. Dieci firme scrivono del loro giocatore ideale, e del perché questa dovrebbe essere la stagione giusta per puntare su di loro.

Tomás Rincón

Le relazioni più solide e durature non sono quelle che iniziano con un rombo, un’esplosione, e fuochi d’artificio e colori e aspettative. Sono invece quelle che iniziano come una passeggiata in montagna: in salita, con scarpe alte e calze spesse e un bastone per evitare le vipere, fino ad arrivare, se le cose vanno bene, in cima. È strano fare questo preambolo per un giocatore di calcio, ma è una cosa che capita spesso, soprattutto in un gioco come il Fantacalcio, in cui il sentimento e il romanticismo sono un fattore di scelta fondamentale. La scorsa stagione gli spettacoli pirotecnici effimeri e fatui avevano illuminato la scelta iniziale di Edin Dzeko, traditore di attese e di speranze. Il compagno fedele, costante, premuroso, si è invece rivelato quello scelto nel ruolo di “ottavo centrocampista”, quello per riempire una casella, quello da non pagare mai più di “uno”. C’entrano le prestazioni, c’entra la sorpresa, c’entra il fascino: lo chiamano El Generál, e lui gongola, narciso, e si fa fotografare con la mano destra tesa alla fronte, nel saluto militare; su Twitter scrive cose come «La mente può vincere la materia» o «Essere realista è il cammino più percorso verso la mediocrità»; fotografa libri che sta leggendo, spazzatura affascinante in mano a un calciatore così, tipo The 21 Irrefutable Laws of Leadership di John C. Maxwell. Sul campo, poi, corre, recupera palloni, li passa (bene), dribbla tanto (e bene: è stato il giocatore con la maggior percentuale di dribbling riusciti della Serie A 2015/16, tra quelli che ne hanno provati più di 25), e ha imparato a segnare: 3 gol in 33 partite, ed erano sette stagioni che non ne segnava nemmeno uno. Un generál è per sempre. (Davide Coppo)

 

Lucas Torreira

I momenti in cui si ferma. Per valutare l’efficacia di Lucas Torreira, bisognerebbe contarli. E scartare tutte le volte in cui, invece, non lo fa: dopo aver recuperato un pallone; dopo aver lanciato un compagno; dopo essere avanzato di qualche metro, perché continuerà ad avanzare. Guardarlo è un’esperienza a suo modo coinvolgente: non ha una qualità superiore alla media; non si spreca in giocate ornamentali; non si inventa acrobazie inusuali. È interessante studiare l’armonioso dinamismo che percorre i 167 centimetri di questo motorino uruguaiano, che la Sampdoria ha richiamato alla base dopo la promozione vissuta da protagonista con il Pescara. Torreira ha appena 20 anni, e quella che gli si prospettava quest’anno era un’altra stagione in Serie B prima del grande salto. Anche perché la concorrenza in blucerchiato è imponente: Barreto, Linetty, Cigarini, Bruno Fernandes. Giampaolo in estate lo testa, gli dà tanto spazio, e lui corre, corre, e non si ferma mai, e lo fa solo quando incoccia contro le gambe da supereroe di Messi nel Trofeo Gamper a Barcellona ed è costretto a uscire. Si rimette subito in piedi, gioca titolare in Coppa Italia e parte dall’inizio anche a Empoli, alla prima di campionato. Da lui non dovremmo aspettarci molti gol, né molti assist, e chissà se resterà titolare tutto l’anno. Ma basterà una sola corsa per restarne colpiti. (Francesco Paolo Giordano)

 

Ádám Nagy

Intanto pensate questo: è stato votato e inserito tra i migliori giovani a Euro 2016. Lo voleva a tutti i costi il Marsiglia, per lui avrebbe fatto carte false il Siviglia, il Leicester di Ranieri ha provato a soffiarlo alla concorrenza. Ádám Nagy è, in tutti i sensi possibili, un ragazzo d’oro. Alla fine il Bologna lo ha strappato alla concorrenza con un’operazione di mercato piuttosto complessa. Nagy è l’anello di congiunzione tra il regista moderno e il centrocampista d’inserimento che fa vincere le partite. L’ungherese non ha ancora una fisicità sviluppata e solida (soffre un po’ i contrasti pesanti) ma ha grande visione di gioco, qualità, senso della posizione (non sta mai fermo, ruota continuamente e non dà punti di riferimento). Nagy ha volontà d’acciaio. Nel 4-3-3 di Roberto Donadoni giocherà mezzala o regista, a seconda delle necessità del tecnico. A fare la differenza, però, saranno gli inserimenti. La capacità di penetrare come una saetta tra le linee rende Nagy (almeno sulla carta) un giocatore in grado di arrivare al gol, non soltanto di servire i compagni con l’ultimo passaggio. E poi non gli manca il tiro da fuori, altra caratteristica importante e potenzialmente decisiva in quel ruolo che richiede sempre di più caratteristiche offensive e di ripiegamento. Forse la nota meno positiva è l’età, 21 anni, e a ventuno non puoi essere così smaliziato da impattare con la Serie A senza nemmeno un problema. (Giorgio Burreddu)

 

Duván Zapata

Ho guardato Roma-Udinese di sabato con una certa attenzione. Ho guardato Duván Zapata, con una certa attenzione. Sono napoletano, quindi mi sento ancora legato all’attaccante colombiano. Lo vedo e lo percepisco ancora come un “patrimonio” della mia squadra. E poi, individuavo in lui l’uomo-chiave dei friulani. Non mi sbagliavo: Zapata ha tirato tre volte verso Szczesny, e l’unica conclusione non ribattuta era dentro lo specchio della porta; poi ha messo insieme 2 key passes (tra i bianconeri solo Hallfreðsson, con 3, ha fatto meglio) e 5 interventi difensivi. In più, ha vinto il 53% dei duelli individuali, tra cui 6 su 9 scontri aerei. Dopo Roma-Udinese, e dopo aver letto i dati della sua prestazione, sono ancora più convinto che sia lui l’ago della bilancia per il campionato dei friulani. Anche dodici mesi fa, del resto, non era partito proprio male (3 gol e un assist nelle prime 6 presenze a singhiozzo) prima di infortunarsi. Poi c’è il contesto, ad aiutarlo: la prima Udinese del post-Di Natale ha scelto Iachini per la panchina, che è un po’ come rifiutare in partenza quasi tutte le velleità di gioco spettacolare. Una decisione pure rispettabile e comprensibile, soprattutto quando il tuo parco macchine offensivo si compone di Ryder Matos, Peñaranda, Perica, Harbaoui e Thereau. Tante scommesse, pure affascinanti se consideriamo il funambolo De Paul come attaccante aggiunto; oltre a loro c’è Cyril Thereau, una certezza assoluta per squadre e progetti così. Una cosa e una rosa che fanno tanto Udinese, sì, ma in tono minore rispetto al passato. Per tutti questi motivi, ecco perché Zapata: questa può essere la stagione della consacrazione. Anzi, deve esserlo. Per lui, ma anche e soprattutto per la sua squadra. Che non affronterà sempre la Roma, e qualche gol dovrà pur farlo se vuole salvarsi. Zapata, ad oggi, è il candidato numero uno. Per provarci, almeno. Probabilmente, è pure l’unico davvero credibile. (Alfonso Fasano)

 

Diego Perotti

Quando Diego Perotti sbarcò in Italia, nel luglio 2014, ero quasi certo che sarei riuscito ad accaparrarmelo all’asta del fantacalcio. Del resto chi avrebbe mai puntato sul talentuoso e fragile ex Siviglia e Boca Juniors che, probabilmente, avrebbe saltato metà stagione causa infortunio? Uno, io. Tanto più che, se non ricordo male, all’epoca era messo in lista come centrocampista. Mi stupii quando al mio “uno” nessuno rilanciò. Poco male: i dividendi furono alti e la classifica buona. Dettagli che, lo scorso settembre, mi sono costati parecchi rilanci e, infine, la dolorosa rinuncia alla sua riconferma. Ma quest’anno ci riprovo. Perotti è uno dei cardini del sistema spallettiano, all’interno del quale può ricoprire tutti e tre i ruoli dell’attacco, che sia esterno o falso nueve ad aprire alle incursioni di Strootman e Nainggolan. Quindi assist a ripetizione, presenza costante nella zona di campo dove più facilmente si ottengono i bonus, un’impiantista di gioco cucita sulle sue caratteristiche, concreta possibilità di andare in doppia cifra (Spalletti ci era quasi riuscito con Perrotta, perché non con uno come Diego?), ottimo rigorista (chiedere all’Udinese), primo addetto ai piazzati dalla trequarti in poi. Unica controindicazione: scordatevi le mezze misure. O 4 o 8, quasi mai il 6.5 che ti salva la giornata. Perotti è così, prendere o lasciare. Io, come avrete capito, prendo. (Claudio Pellecchia)

 

João Pedro

Quest’anno sono arrivato all’asta del Fantacalcio particolarmente impreparato, con le idee poco chiare e indeciso. Ne è venuta fuori una rosa un po’ sghemba, con qualche difetto, che mi lascia perplesso eppure mi fa sperare. Un obiettivo, però, ce l’avevo. Uno solo, su tutti, e l’ho centrato: João Pedro. Perché lui? Perché lo conosco bene, calcisticamente, e l’ho visto negli ultimi due anni. So, per esempio, che è capace di un’eccezionale indolenza, ma quando si accende è difficile da fermare. So che calcia benissimo col destro, da fermo o su azione, che si inserisce bene senza palla e, particolare inusuale per un trequartista brasiliano, fa gol anche di testa. Nel suo primo anno intero in A (quello al Palermo, appena diciannovenne, con una sola presenza, non lo si può prendere in considerazione) ha segnato 5 gol nel contesto di una squadra che si avviava, spenta, verso la retrocessione. La scorsa stagione, in B, è arrivato a 13 reti (secondo marcatore del Cagliari) e ci ha aggiunto 8 assist. Uno così, a centrocampo, è manna pura per i fantallenatori. Può segnare quanto Hamsik costando molto meno. Sulla sua titolarità ci sono pochi dubbi: Rastelli ci ha dovuto rinunciare per l’esordio contro il Genoa, ma già conta i giorni che lo separano dal suo rientro in campo. Perché lo sa, senza JP10 tra le linee, il Cagliari non balla la samba, diventa prevedibile e lento, fa fatica a creare la superiorità numerica. E ha una risorsa in meno da fermo e sotto porta. (Gabriele Lippi)

 

Papu Gómez

C’è un insidioso scollamento temporale tra la prima girandola di voti, di «te l’avevo detto che» sinceri o simulati, di sentenze che saranno anche premature ma covano dentro da tutta l’estate, e il gong che mette fine al mercato, quello vero. Sette giorni magmatici, in cui la programmazione sconfina nell’azzardo, e capita che il pilastro designato della tua squadra cambi casacca e voli verso altri lidi, fitti d’incognite per lui, ma soprattutto per te. Sarà ancora titolare? Avrà la stessa continuità di rendimento? E ne maledici l’inutile ambizione. Poi ci sono le eccezioni, quei rumors che non smuovono apprensione: «Sassuolo, nuovo assalto al Papu Gómez». Leggi, rileggi e ti scopri impassibile. Sarà perché il 4-3-3 di Eusebio Di Francesco pare un abito cucito su quei 164 centimetri di garra e fantasia, come e più del 3-4-3 targato Gian Piero Gasperini. Sarà perché, più semplicemente, Alejandro non ti ha mai tradito: dal Catania, quando appena 22enne ripagò la tua fiducia con quattro centri, fino all’Atalanta, fucina inesauribile di sei e mezzo, prezioso serbatoio di gol e di assist. Sette e otto, rispettivamente, nell’ultimo campionato. Che per un attaccante sarebbero un bottino modesto,  ma tra i centrocampisti rasentano l’eccellenza. Roba da Miralem Pjanić, Paul Pogba, Antonio Candreva, per dire. E allora, mentre leggi impassibile, riconosci – questo sì – un brivido d’orgoglio. Quelle vette, in fondo, tu e il Papu le avete scalate insieme. (Sergio Colombo)

 

Edin Dzeko

Guarda il mondo da quasi due metri di altezza e di mestiere fa l’attaccante. Questo basta a fare di lui il perno del tridente della Roma, vera punta in un reparto con molti velocisti e pochi uomini di area: Edin Dzeko ha dato il via alla sua seconda stagione da romanista e le cose non sono partite benissimo. La squadra è stata eliminata dalla Champions League e lui dovrà puntare tutto sul campionato per riscattare la scorsa stagione: otto goal in Serie A, undici in totale con la Roma. Davvero pochi. Eppure vale la pena scommettere su Dzeko: da quando emigra tra una nazione e l’altra d’Europa, ha sempre faticato nel suo primo anno, riuscendo a dispensare sorrisi da lì in poi. Al Wolfsburg, dove lo portò Felix Magath, il suo primo anno segnò in Bundesliga otto reti da titolare; l’anno successivo 26. In Inghilterra arrivò a gennaio, negli anni in cui il Manchester City non pensava troppo agli equilibri di bilancio: fu pagato 35 milioni di euro e nei primi sei mesi di Premier League riuscì a far goal appena due volte in 15 partite. I palati citizens non ne rimasero impressionanti, ma dall’agosto successivo le cose cambiarono: nel 2011/2012 Dzeko centrò le porte inglesi 14 volte. Il totale in quattro anni e mezzo al City è di 72 goal in quasi 190 partite. A Roma, dove ha giocato una sola stagione, viaggia su numeri completamente diversi, ma non sia mai che la stagione nata male di Luciano Spalletti & co non possa trasformarsi in quella della sua rinascita. Nella prima di campionato contro l’Udinese ha messo in campo molta cattiveria (agonistica) e buone giocate: rigore procurato e goal. Nei preliminari contro il Porto è sembrato il buon vecchio fantasma, ma la Roma non la giocherà più la Champions in questa stagione: meglio per Edin che vorrà prendersi la A per guardare tutti dall’alto, come è giusto che sia. (Michele Chicco)

 

Marek Hamsik

Marek Hamsik è sempre stato il mio centrocampista ideale al Fantacalcio. È un giocatore tatticamente intelligente e dalle ottime doti balistiche inserito in un sistema di gioco offensivo che ne esalta le qualità. Abbandonato il ruolo di trequartista nel 4-2-3-1 durante l’era Benitez, l’arrivo di Sarri ha portato al cambiamento di modulo e della sua posizione. Hamsik gioca mezzala sinistra nel 4-3-3, è più lontano alla porta rispetto a prima, ma la nuova collocazione gli permette di giocare un numero maggiore di palloni. Nonostante il calo di gol (solo 6 in 38 presenze nella passata stagione), il centrocampista slovacco si conferma un buon assist man. Molte sono le azioni che partono dai suoi piedi: merito della capacità di abbassarsi sulla mediana a impostare per poi inserirsi tra le linee avversarie e raccogliere i passaggi dei compagni. Hamsik è un box to box midfielder che necessita di ampi spazi per inventare la giocata. Sotto questo aspetto, la presenza di un attaccante come Higuaín che amava svariare molto sul fronte offensivo era deleteria; Hamsik può adesso attaccare la profondità e affrontare difese più aperte. Aumenteranno le chance per gli inserimenti da dietro e di conseguenza la percentuale di tiri in porta. (Indro Pajaro)

 

Dani Alves

Dani Alves sarà la prima scelta di Allegri sulla fascia destra e, date la sua forte motivazione, esperienza, e superiorità tecnica rispetto al livello medio della Serie A, dovrebbe riuscire a influire sulle gare anche quando giocherà “con il freno a mano tirato”. Ma soprattutto, come Juve-Fiorentina ci ha già detto, Alves sarà una delle forze motrici del gioco offensivo dei bianconeri, con frequenti discese sulla fascia che lo porteranno al cross, al fraseggio con Dybala o con la mezzala di turno, e, perché no, al tiro: dalle sue azioni possono avere origine diverse occasioni da rete e, vista la capacità realizzativa suoi compagni attaccanti, il brasiliano promette tanti assist. È una sua caratteristica: proprio l’anno scorso ha toccato il traguardo personale di 100 assist nella Liga. Inoltre, da Alves non mi aspetterei molte penalizzazioni legate ai cartellini: ha ricevuto solo un rosso nelle ultime cinque stagioni al Barça e, coperto nelle sue discese da Barzagli nel 3-5-2 fluido della Juve, non dovrebbe trovarsi quasi mai costretto al fallo da giallo. C’è anche un criterio irrazionale che mi porta a scegliere Alves: tra tutti i nuovi acquisti della Juve che ho iniziato a seguire su Instagram, il brasiliano è il più pop, senza dubbio quello che più mi sarebbe piaciuto avere in classe alle superiori. (Elena Chiara Mitrani)

 

 

Nell’immagine in evidenza, Edin Dzeko esulta dopo la rete all’Udinese alla prima di campionato (Filippo Monteforte/AFP/Getty Images)