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The Answer

Oggi Allen Iverson entra nella Naismith Hall of Fame: anarchico, feroce, pirotecnico, fuori dagli schemi, vincente, amato. In una parola, unico.

Di Francesco Arrighi

Nel corso di una carriera che si è snodata tra il 1996 e il 2011, Allen Ezail Iverson è involontariamente diventato un’icona di anticonformismo, di ribellione alle regole e all’autorità; un’intera generazione di adolescenti che impazziva per i suoi atteggiamenti e le sue giocate è cresciuta imitando il palleggio incrociato di questo “underdog” che, dal basso dei suoi non irresistibili 183 centimetri, è riuscito a issarsi in vetta alla Nba. Oggi, 9 settembre, “The Answer” entra ufficialmente a far parte della Naismith Memorial Hall of Fame, insieme a Yao Ming, Sheryl Swoopes, Tom Izzo, Jerry Reinsdorf e Shaquille O’Neal. Allen Iverson non era un pozzo di tecnica, e tantomeno possedeva grande etica lavorativa, ma in campo era un leone. Era quasi sempre il più piccolo dei dieci giocatori sul parquet, ma vantava una velocità di base pazzesca, e aveva l’argento vivo addosso: Allen-I non aveva paura di niente e nessuno; giocava 48 minuti di pura aggressione, sempre pronto a lanciarsi nella mischia, incurante dei colpi e degli infortuni.

Avrebbe potuto lavorare di più sulla mano debole, essere meno istintivo, affinare la selezione di tiro; tutte osservazioni tecnicamente ineccepibili, certo, ma quando il piccolo grande uomo calcava il parquet, queste considerazioni divenivano subordinate alla sua clamorosa presenza scenica, alla capacità innata di tenere in pugno una difesa o di dipingere pallacanestro a piacimento. Quattro volte capocannoniere Nba (con una media in carriera di 26.7 punti, e di 29.7 ai Playoffs), nell’arco di 10 anni è stato 7 volte il giocatore ad aver disputato più minuti in una stagione, senza dimenticare 45.1 minuti di media in carriera nei Playoffs, che è un dato irreale, per una guardia di soli 75 kg.

Le migliori 10 giocate, scelte dalla Nba

Tutto, in lui, urlava “ghetto”, e di questo ha pagato lo scotto; ma, al contempo, esibire le proprie origini gli ha costruito un seguito di fedelissimi, sia tra i neri delle periferie degradate (che si riconoscevano in lui, in un certo linguaggio e in certi atteggiamenti) sia tra gli adolescenti bianchi di tutto il mondo, in cerca di un antieroe sul quale proiettare il proprio bisogno di ribellione, o semplicemente bramosi di recitare la parte dei “duri”. Dai pantaloni extra-large, di moda a cavallo tra anni novanta e 2000, al corredo di collane, bracciali e anelli, Allen Iverson divenne un veicolo attraverso il quale l’hip-hop (e un certo modo di essere nero) si sdoganò presso il grande pubblico. La copertina del marzo 1999 di Slam, a lui dedicata, divenne oggetto di culto. I suoi capelli, i tatuaggi fin sul collo, e quel manicotto bianco che ne esaltava ancora di più le braccia interminabili, divennero stilemi iconici e al contempo autentici – sapevano di Street Art, come un quadro del primo Basquiat.

Ai tempi della Bethel High School di Hampton, “Ive” era la stella della squadra di football americano (giocava safety oltre che quarterback, ed era annoverato tra i migliori prospetti nazionali) sia della squadra di basket; la sua carriera però, andò pericolosamente vicina a chiudersi prima ancora di spiccare il volo, zavorrata da una storia personale dolorosa e difficile, inserita in un contesto sociale e familiare che non esitiamo a definire tragico. Hampton è una città di 137.000 anime immersa nel verde rigoglioso del sud-est degli Stati Uniti. Attraversandola, s’incontra una distesa sonnolenta di case in legno verniciato di bianco, con l’immancabile Lexus parcheggiata sul vialetto, e la bandiera a stelle e strisce in bella vista sulla veranda. La presenza di una base dell’Air Force, e la vicinanza di Norfolk (la più importante base navale al mondo), permettono ai residenti un discreto tenore di vita, ma ci sono sacche di povertà estrema, e di conseguenza, tensione sociale.

The Philadelphia 76ers' Allen Iverson gets a kiss
Iverson e la mamma, nel 1999, durante il primo turno dei playoff (Tom Mihalek/Afp/Getty Images))

Il 13 febbraio 1993, Allen e altri “jocks” (studenti-atleti) della sua scuola, trascorsero la serata al Circle Lanes Bowling Alley, uno dei principali punti di ritrovo della città. Si misero a fare casino in fondo al locale, forti dell’adolescenziale certezza d’essere invincibili. Quel giorno però, a lamentarsi dei loro frizzi e lazzi non c’erano solo quieti padri di famiglia, ma anche tal Steve Forrest – bianco, un metro e novanta e una condanna per possesso di cocaina – e i suoi amici. Dalle labbra di qualcuno uscì la parola “nigger” e le cose trascesero rapidamente. Volarono insulti tra i due gruppi, ma soprattutto pugni e sedie, in una rissa da saloon che lasciò due persone a terra, prive di sensi (una era una studentessa universitaria che c’entrava il giusto) e portò a quattro arresti: tutti neri, e tra loro, Allen Iverson, reo (lui però ha sempre negato) d’aver messo una mano in faccia e preso a spintoni una ragazza che, ingenuamente, cercava di fare da paciere. I quattro jocks si beccarono delle condanne per maiming by mob, in accordo con una legge pensata per punire i membri del Ku Klux Klan colpevoli di linciaggi. Iverson fu condannato a 15 anni di prigione, dei quali 10 furono immediatamente sospesi, e, in attesa dell’appello, il giudice pensò bene di negargli la possibilità di uscire su cauzione, esasperando ulteriormente gli animi.

Dopo 4 mesi di reclusione e innumerevoli marce di protesta, arrivò l’atto di clemenza del Governatore della Virginia, Douglas Wilder. In quel momento Iverson era molto più famoso per la cronaca giudiziaria che per le sue prodezze in campo, ma il talento era lì da vedere, cristallino e abbacinante; coach John Thompson, nient’affatto spaventato, lo volle a Georgetown, dove The Answer disputò due stagioni clamorose, con la miglior media punti nella storia degli Hoyas (22,9) e la nomina nel quintetto All-American (nell’anno da sophmore, quando viaggiò a 25 punti ad allacciata di scarpe, le mitiche Jordan XI). “Ive” lasciò in anticipo il college, diventando la prima scelta assoluta nel leggendario draft del 1996, quello di Kobe Bryant, Ray Allen, Jermaine O’Neal, Shareef Abdur-Rahim e Steve Nash. Allen era affezionato a coach Thompson, che per lui si era adattato a giocare un basket poco ortodosso, ma non poteva più aspettare, doveva togliere la sua famiglia dalla strada. Letteralmente. Lo ingaggiarono i Philadelphia 76ers, reduci da un deprimente 1995/96, chiuso con 18 vittorie e 64 sconfitte. Con Iverson in squadra le cose non migliorarono subito (il primo anno portarono a casa appena 22 partite), ma The Answer lasciò balenare lampi della sua futura grandezza: contro i Chicago Bulls sfoderò una prestazione da 37 punti, perdendo 104-108, ma consegnando ai posteri l’immagine del palleggio incrociato stampato in faccia al proprio idolo di gioventù, sua Maestà Michael Jordan, per poi chiudere la stagione con il premio di Rookie of the Year.

Il primo incontro-scontro tra Jordan e Iverson

La storia della famiglia Iverson sembra presa di peso da un episodio di The Wire, ma dietro al folclore della signora Ann Iverson, che si dimena sugli spalti con addosso la maglia numero 3 del figlio, oppure che sorseggia un rosé usando la cannuccia, c’è una vicenda umana ai limiti dell’incredibile. Ann è la primogenita di Willie Iverson, un farfallone che, nella sua vita, ha messo al mondo 17 figli con 4 donne diverse. Rimasta orfana a 12 anni, Ann imparò a sbrigarsela come poteva, contando solo su nonna Ethel, in un contesto nel quale chiedere aiuto era un segno di debolezza e l’uomo bianco era un nemico, mentre tra neri vigeva la legge del più forte. Stando al racconto di Ann, Allen Iverson fu concepito la notte del 22 settembre 1974. Era il giorno del suo quindicesimo compleanno, ed ebbe un incontro con il leader di una scalcinata gang locale: il sedicenne Allen Broughton. Due mesi più tardi, scoprì di essere rimasta incinta. Broughton se ne lavò immediatamente le mani, e quando finalmente si trovò a tu per tu con suo figlio, ormai adulto, l’incontro avvenne nel parlatorio di una prigione.

Allen (soprannominato Bubba-Chuck) crebbe in una casa sovraffollata e rumorosa. Per cercare un po’ di solitudine, imitava la madre, coprendosi la testa con un asciugamano: un gesto che ripeterà anni dopo, in Nba, per cercare concentrazione, o per riprendersi da una delusione cocente. L’unica figura di riferimento era Michael Freeman, il padre delle sue due sorelle; guadagnava qualcosa facendo il saldatore al porto, ma non abbastanza da mantenere una famiglia numerosa, così iniziò a spacciare droga per arrotondare. Freeman finirà in prigione, innescando una spirale di traversie che condurranno Ann e i suoi tre figli a vivere in un centro per senzatetto. La rabbia, la vulnerabilità, le contraddizioni e l’estrema fedeltà di Iverson sono maturate in queste circostanze, quando il basket era per lui un rifugio, una fuga dalla realtà, e la prospettiva di riscatto sociale. Cinque anni più tardi, mentre attendeva nella Green Room che David Stern pronunciasse il suo nome, Allen garantì alla sua famiglia: «Dove andrò, verrete anche voi, dove mangerò, mangerete».

PHILADELPHIA, UNITED STATES: Chicago Bulls Michael Jordan (R) reacts as Philadelphia 76ers Allen Iverson goes up to the basket for two points in the game 15 January in Philadelphia, PA. Iverson's 31 points led the 76ers in their 106-96 upset of the world champion Bulls. AFP PHOTO TOM MIHALEK (Photo credit should read TOM MIHALEK/AFP/Getty Images)
Faccia a faccia (Tom Mihalek/Afp/Getty Images)

Bubba-Chuck e il suo nuovo coach Nba, Larry Brown, erano troppo diversi per non scontrarsi, ma allo stesso tempo, troppo innamorati della pallacanestro per non essere magneticamente attratti l’uno dall’altro. Ci vorranno anni di tentativi e incomprensioni, però, perché per Brown il rispetto delle regole era sacro (figurarsi, lui che aveva trovato una famiglia a Chapel Hill, alla corte di Dean Smith) mentre Iverson era convinto che le regole fossero solo una scusa dei bianchi per vessarlo a piacimento. I primi tre anni di convivenza non promettevano niente di buono, tra punizioni, allenamenti saltati, pubbliche reprimende e le altrettanto rumorose lamentele della superstar. Brown non voleva uscire dal seminato della “Right Way”, e Iverson non era disposto a lasciarsi alle spalle le logiche da strada e gli istinti che avevano contribuito a farne un giocatore Nba. Allen improvvisava, e gli altri dovevano seguire i suoi assoli. Ecco perché, in carriera, non è riuscito a trovare un partner tecnico con il quale dialogare; non Tim Thomas o Larry Hughes, non Jerry Stackhouse, e neppure Toni Kukoc, o, in anni più recenti, Carmelo Anthony.

Tanti hanno interpretato gli atteggiamenti di The Answer come atti di ribellione anti-sistema o di egoismo, ma in realtà Ive era semplicemente fedele al proprio mondo d’appartenenza. Allen Iverson era Allen Iverson: cambiare non è mai stata un’ipotesi seriamente presa in considerazione. Vederlo oggi, a quarant’anni suonati, con più oro addosso di Tutankhamon, i jeans strappati e un’improbabile T-shirt, ci ricorda che The Answer non ha mai recitato e non è un personaggio costruito a tavolino da qualche brand, per venderci un videogioco o un paio di scarpe. Allo stesso tempo, in Iverson non c’è ribellione politica, o generazionale; Bubba-Chuck non era Muhammad Ali, non ne ha mai avuto la chiarezza di pensiero o la larghezza di vedute. Allen Iverson ha semplicemente lottato per restare il ragazzo di Hampton, nel bene e nel male. Fedele ai vecchi amici, diffidente verso l’autorità bianca (la sua storia di scontri con il Commissioner David Stern meriterebbe un libro), pronto a esibire con orgoglio i simboli della propria appartenenza, dai tatuaggi ai corn-rows, quelle treccine che ha reso popolarissime.

PHILADELPHIA - MAY 11: Allen Iverson #3 of the Philadelphia 76ers goes up for a slam dunk in Game four of the Eastern Conference Semifinals during the 2003 NBA Playoffs against the Detroit Pistons on May 11,2003 at the First Union Center in Philadelphia, Pennsylvania. The 76ers won 95-82. NOTE TO USER: User expressly acknowledges and agrees that, by downloading and/or using this Photograph, User is consenting to the terms and conditions of the Getty Images License Agreement. (Photo by Ezra Shaw/Getty Images)

Iverson schiaccia a canestro contro Detroit, nei playoff 2003 (Ezra Shaw/Getty Images)

 

Larry Brown non riusciva a gestirlo, ma non voleva separarsi da quel talento inebriante. Così, scambiò tutti gli altri, quelli che, per un motivo o per l’altro, non potevano coesistere con le tendenze accentratrici della sua piccola grande guardia. Scambiò Jerry Stackhouse e Derrick Coleman, persino Tim Thomas e Larry Hughes, con i quali aveva immaginato di poter costruire un terzetto giovane e futuribile, consegnando ad Allen-I una formazione di mestieranti (con tutto il rispetto) totalmente dipendenti dalla sua vena creativa. Poi l’irrequieto Larry decise di averne piene le tasche di allenamenti saltati e insulti a ogni sostituzione, così orchestrò uno scambio con Detroit, naufragato all’ultimo secondo per l’opposizione di Matt Geiger, che non era disposto a rinunciare a un trade-kicker del 15% presente nel suo contratto. Iverson, da sempre allergico ai cambiamenti, si ritrovò a tu per tu con la possibilità di dover abbandonare la città e la franchigia per la quale avrebbe voluto disputare tutta la carriera. Scelse così di cambiare, per non dover… cambiare.

Al successivo training camp, l’allora venticinquenne Allen prese da parte Brown, e gli disse che avrebbe voluto avere con lui lo stesso rapporto che Magic aveva avuto con Pat Riley, e Michael Jordan con Phil Jackson; ebbe così inizio uno dei più intriganti rapporti tra stella e allenatore della storia Nba. Circondato da una serie di role-players che non ne intralciavano l’estro (e anzi lo coprivano in difesa) Allen Iverson divenne Mvp (col 35,9% di UsgRt, tirando il 42% dal campo!), mentre Philadelphia (56-26) sigillava il miglior record della Eastern Conference. Allen imparò (più o meno) a mordersi la lingua quando veniva sostituito, e Brown accettò di dovergli concedere un trattamento particolare. Abituati a non incrociare lo sguardo, all’improvviso tra Iverson e Brown era tutto un susseguirsi di pacche e abbracci. Dopo due Gare 7, contro i Toronto Raptors e contro i Milwaukee Bucks, quei 76ers approdarono alle Finals; in Gara 1 batterono i Los Angeles Lakers, sconfiggendoli al supplementare per 107-101. Quella partita sarà sempre ricordata per i 48 di Iverson, e per la sua passeggiata sul povero Tyronn Lue (che, peraltro, fece un discreto lavoro in marcatura). Il resto della serie rimise in ordine le gerarchie; Eric Snow e Aaron McKie gettarono il cuore oltre l’ostacolo, Dikembe Mutombo fu semplicemente perfetto in marcatura su Shaq, ma i Lakers avevano troppo talento e organizzazione rispetto alla hero-ball di Philly e vinsero le seguenti quattro partite, concedendo ai Sixiers solo l’onore delle armi.

I 48 punti di Iverson in Gara 1 delle Finals 2001 contro i Lakers

Allen Iverson era convinto che prima o poi, sarebbe riuscito a regalare a Brown un titolo Nba, ma raramente la vita va come immaginiamo. Tre anni più tardi Larry avrebbe effettivamente vinto l’anello, sì, ma alla testa dei Detroit Pistons, mentre Allen continuò ad essere una macchina da punti, senza però più ritrovare le armonie di squadra che l’avevano reso veramente inarrestabile. Rimase a Philadelphia fino al 2006/07, e, dopo 15 partite, fu scambiato con i Denver Nuggets. Lui e Carmelo Anthony (che ne adottò la capigliatura e il manicotto) non svilupparono mai un’intesa proficua, e così, due anni più tardi, Allen-I fece le valige in direzione Detroit, in cambio di Chauncey Billups. Iverson aveva spento le 33 candeline, e il mix di infortuni e scarso allenamento si facevano ormai sentire in modo impietoso. I Nuggets, reduci da un’eliminazione al primo turno per 4-0, senza la guardia da Hampton arrivarono in Finale di Conference (perdendola 4-2), mentre i suoi Pistons s’inabissarono nella mediocrità di una stagione da 39 vittorie. Da allora, due comparsate, una con i Memphis Grizzlies (3 gare a 12,3 punti di media partendo dalla panchina) e il ritorno a Philadelphia per le sue ultime 25 partite Nba (13,9 punti di media, 41,7% dal campo), poi lasciò la squadra a febbraio, citando ufficialmente le condizioni di salute della figlia, senza che nessuno si peritasse di rincorrerlo per fargli cambiare idea.

PHILADELPHIA, PA - MAY 23: Former Philadelphia 76ers player Allen Iverson walks onto the court to deliver the game ball before the game against the Boston Celtics in Game Six of the Eastern Conference Semifinals in the 2012 NBA Playoffs at the Wells Fargo Center on May 23, 2012 in Philadelphia, Pennsylvania. NOTE TO USER: User expressly acknowledges and agrees that, by downloading and or using this photograph, User is consenting to the terms and conditions of the Getty Images License Agreement. (Photo by Drew Hallowell/Getty Images)
Nel 2012, al Wells Fargo Center (Drew Hallowell/Getty Images)

The Answer dice di essere finito fuori dal giro perché non si è mai piegato a certe logiche, accusando implicitamente “il sistema”. In realtà, la spiegazione del suo declino è più lineare: quand’è calato di livello, ha continuato a ragionare da alpha dog, rifiutando di convertirsi in un comprimario di lusso, alla Jason Kidd (con Mavs e Knicks). Iverson non riusciva a concepire d’appartenere ad un gruppo, senza al contempo dominarlo. Era convinto d’avere ancora un po’ di benzina nel serbatoio, e così tentò l’avventura turca con il Beşiktaş, cullando la segreta speranza di poter rientrare in Nba, ma scese in campo solo 10 volte prima di infortunarsi. Nel bene e nel male, Allen Iverson ha giocato tutta la carriera come sui campetti di Hampton, con una fiera coerenza che è stata il motore delle sue imprese, e, al contempo il suo più grande limite, ben incorniciato dalla celebre conferenza stampa del 2002, quella del “practice” ripetuto decine di volte, implicandone, di fatto, la marginalità rispetto al proprio talento. «Do tutto in campo? Sì, e allora che importa se non mi alleno?». Inutile chiedergli di essere qualcosa di diverso, perché la risposta sarebbe stata sempre la stessa. Un palleggio incrociato, un’esitazione, un altro crossover spacca-caviglie, il difensore fuori equilibrio, e un fade-away. Solo rete.

 

Nell’immagine in evidenza, Allen Iverson nel 2005 (Nick Laham/Getty Images)