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L’esperienza della corsa

La corsa è praticata da chiunque, o quasi, e quasi sempre: cosa ci insegna? A creare una semantica dello spazio, a conoscere se stessi, a risolvere problemi.

Di Vincenzo Latronico

Da due o tre decenni, milioni di persone in tutto il mondo escono di casa la mattina o la sera – con dei vestiti costosi studiati apposta per l’occasione, con dei gingilli tecnologici legati ai bracci o al collo – e si avviano di corsa in una direzione. Poi a un certo punto si girano e tornano indietro.

Lo faccio anche io. A volte mi chiedo come spiegherei il jogging a Cicerone (a volte mi chiedo come gli spiegherei Facebook) e comincio mentalmente: la forma, la salute, le endorfine. Sì, tutto chiaro: Cicerone elogiava la lotta libera, capirebbe. Eppure c’è qualcosa di specifico nel jogging, una qualità propria che potrebbe avere a che fare con le ragioni del suo straordinario successo: un successo che supera le barriere di classe e genere ed età come mai nessuno sport in precedenza. C’entra il modo in cui si inserisce nelle tue giornate, il modo in cui ti porta a rapportarti allo sforzo e al tuo corpo e ai luoghi.  Lo si potrebbe chiamare l’esperienza della corsa. È di questo che vorrei parlare qui.

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C’è anche una cosa di cui non vorrei parlare, ed è il modo in cui la corsa funziona come metafora o specchio o alibi pop per l’attività di scrittore, che è la mia. La gradualità. Il tempo in solitudine. Lo sforzo moderato ma protratto. La necessità di saper dosare le energie. La lotta interiore. La disciplina. Non vorrei parlarne perché da una parte è una metafora ovvia, dall’altra è già stata esplorata meglio di come possa farlo io – da Haruki Murakami e da Giorgio Fontana, per dire – e dall’altra ancora (alcune cose hanno una terza parte) non mi sembra particolarmente rilevante o significativa qui. Forse gli scrittori trovano nella corsa mattutina un buon correlativo di ciò che fanno nel resto della giornata: buon per loro (noi), tutti e cinque che siamo. E gli altri?

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Corro da alcuni anni. Lo faccio male ma con gusto e buona volontà. Nei periodi migliori facevo 10 km a uscita, 40 a settimana, a un passo medio di 5 minuti al chilometro. Mi sono allenato per la mezza maratona ma non l’ho mai finita. Periodicamente sono vittima di dolori misteriosi che imputo a problemi di postura e movimento: gli strappi alla schiena, l’anca che scricchiola, lo stinco dolente, la fascite, il tallone. Allora mi faccio sedurre da una nuova teoria sulla suola giusta, o sul migliore tipo di falcata, e dopo un po’ passa. Poi ne arriva un altro, diverso. Questo mi colloca in pieno nella massa delle persone che fanno jogging per conformismo: per stare in forma, perché la palestra è alienante, perché a una certa età è quello che si fa. Perché è bello, anche, ma questo lo si scopre dopo un po’.

Ho iniziato nel 2009, avevo 25 anni, dall’adolescenza non facevo sport: un pomeriggio a Milano sono stato convinto dall’esempio umiliante di mia sorella e mi sono trascinato per uno stremante giro del parco Sempione. Non ne ricordo molto – il cane strattonava per inseguire le crocchie di piccioni, avevamo sentito che fermarsi era fatale quindi per attendere i semafori saltellavamo sul posto, un po’ ridicoli nelle tutine di felpa comprate apposta. Fumavamo entrambi.

Però con me ha attecchito, chissà perché. Pochi mesi dopo mi ero trasferito in Germania e ogni mattina facevo i miei 4 chilometri, poi 6, poi 8, sul canale che passava davanti all’appartamento che subaffittavo. Quell’inverno è stato il più freddo da decenni, a dicembre con -20 il balcone al mattino era un muro di ghiaccio, e uscendo a correre non sapevo come dovevo vestirmi – con troppi strati sudavo e tornavo prima per non ammalarmi, con pochi strati il gelo pungeva l’interno dei polmoni come una sorsata di spilli e tornavo prima per non ammalarmi. All’epoca ogni scusa era buona. Poi ho imparato.

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Sì, ma cosa significa imparare? Il jogging è praticamente l’unico sport praticato in larghissima misura da autodidatti, senza un corso introduttivo, senza un maestro. Un giorno ti senti grasso, o fiacco, o ti fai ricattare da un’amica astuta: compri le scarpe, ingoi la vergogna ed esci. Se valesse lo stesso dello snowboard, le Alpi sarebbero costellate degli incisivi degli incauti. Se valesse del tennis, il cielo intorno ai campi sarebbe un tripudio di stelle filanti. Se valesse dello yoga non voglio neanche pensarci. Naturalmente, in un certo modo questo è un problema: correndo male ci si fa male (la mia schiena lo attesta), e soprattutto si spreca tempo facendo un sacco di sciocchezze, non si capisce come ritmare la respirazione e calibrare le energie, ci si scalda goffamente e si resta indolenziti per giorni.

Però poi si capisce – e penso che questo processo di comprensione sia alla base della passione che molti hanno per la corsa. Per tutti quelli che non hanno mai fatto sport da ragazzi (siamo tanti) è uno dei pochi modi per prendere, da adulti, le misure del proprio corpo: cosa può fare e in che condizioni, come ascoltarlo. Dalla corsa mattutina scopri come hai dormito, come sarà la giornata, quali parti del corpo sono in buone condizioni e quali no. Diventa un rito del risveglio, un riprendere il collegamento con se stessi.

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Col tempo, correndo, scopri anche un modo diverso di percepire lo spazio. Se penso alle mie prime corse sono i paesaggi che mi tornano in mente. I giri iniziali erano confinati a un tratto di canale interno al mio quartiere, sgarrupato ma in via di riqualificazione. Sull’argine sfilavo accanto a hipster che limonavano, a relitti delle feste che smascellavano sulle panchine, a monticelli di mozziconi di sigarette ai piedi del salice che aggettava in acqua: ma in buona sostanza non scoprivo niente. Erano i posti che attraversavo tutti i giorni. Col tempo ho iniziato ad allungare il percorso, esplorando: fino allo sterrato dove parcheggiavano le roulotte dei Sinti, fino alla discarica a cielo aperto dove i corvi si litigavano gli avanzi di cibo, fino al ponte ferroviario oltre il quale avevo decretato che ci fossero soltanto rottami di auto e leoni.

Questo tipo di esplorazione è un modo di attraversare lo spazio che è specifico della corsa. Non è la passeggiata del flâneur che si perde nella vita della città: sei troppo concentrato per guardarti intorno bene, e di norma non ti puoi soffermare. Ma non è neppure un attraversamento cieco, finalizzato al traguardo, come quando percorri in automobile la stessa strada di ogni giorno e il setaccio mentale filtra completamente tutto ciò che accade sui marciapiedi. Hai dei punti di riferimento precisi (il ponticello, la terza rotonda, la fabbrica di dolciumi da cui al mattino esala sempre quel profumo diabolico di cioccolata e caffè), che osservi di fronte a te parametrandone l’ingrandimento progressivo al tuo bilancio energetico. Ogni metro ha un costo preciso in termini di fatica e concentrazione. Hai una vulnerabilità molto maggiore alle circostanze: una salita lieve, una buca, una carreggiata accidentata dalle radici dei pini diventano elementi cruciali da prevedere: e quindi ci fai caso: e quindi te le ricordi. Guardi meglio.

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Questo vale doppiamente quando ti porti le scarpe in vacanza o per un viaggio di lavoro, e corri in un posto che non conosci, e a ogni falcata perlustri con lo sguardo i dintorni in un’esplorazione non turistica ma funzionale, finalizzata a studiare una traiettoria e valutare le distanze, stipulare dei punti di riferimento. Forse la fatica fisica in luoghi ignoti rievoca istinti profondi, solletica il senso del rischio: di certo, per me, attiva la memoria. Quattro anni fa sono stato in Massachussetts d’inverno: non ricordo nulla della conferenza a cui ho assistito né dei pasti, una decina, che ho consumato lì. Ma una mattina sono andato a correre e ho ancora un’immagine chiara del sentiero boschivo che si stendeva verso Somerville, serpeggiando fra i lembi di giardino delle villette edoardiane. Ricordo le strelitzie selvatiche nella bordura dei canali che spartiscono a reticolo la campagna fuori Latina; ad Amburgo potrei ricostruire dopo una sola volta il perimetro delle rive dell’Alster, il club di vela a cui stavo per mollare aggirando le Porsche in doppia e tripla fila, il ponte di pietra da cui ho ricominciato a vedere l’arrivo, i brutti palazzi moderni da cui ero partito; a Tarsogno in provincia di Parma il castagneto in salita che mi sfiancava al ritorno; a Bergen il negozio di chincaglieria natalizia a cui avevo deciso di spingermi nel giro del porto, fallendo per la pioggia e rincasando miseramente in taxi.

Ricordo tutte queste cose come chiunque corre ricorda i luoghi in cui lo fa in modo diverso dagli altri: perché semantizza lo spazio, lo legge in un modo diverso da quando lo attraversa per divertimento o per lavoro, senza scopo o con una meta precisa. Correre è un po’ tutte e due.

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Cosa pensavo mentre vedevo quelle cose? (Cosa pensa chi corre?) All’inizio, soprattutto a quanto mi mancava, a quanto avevo già corso. Cercavo scuse per tornare indietro, o misuravo il tragitto mentendo a me stesso per convincermi di aver già fatto i 3, 4, 5 chilometri che mi ero preposto. A volte ci cascavo, a volte no. Ne ho parlato con molte persone e svariati mi hanno detto che era capitato anche a loro, all’inizio: non solo il corpo, ma anche la mente è completamente assorbita dalla corsa.

Il primo cambiamento è quando inizi a contare i respiri e le falcate: sei già abbastanza esperto da aver capito (o intuito o ricostruito affannosamente) quali sono i ritmi giusti, ma non hai ancora raggiunto il punto in cui ti ci adatti da te, per automatismo. Tre dentro, due fuori. Tre dentro, due fuori. Ti concentri per sgonfiare il petto attraverso il naso ma senti l’ossigeno che manca e desideri respirare a bocca aperta, uno e uno, pur sapendo che così ti sfianchi subito e sei appena partito. Tre dentro, due fuori.

Dopo un po’ in questa trama il controllo costante della strumentazione diventa automatico, e si fa spazio per pensare ad altro. Esci decidendo di sottoporre alla tua mente un problema e all’arrivo ti si presenta, da sé, una soluzione, o perlomeno un abbozzo, senza che tu sia consapevole dei ragionamenti attraverso cui è arrivata. Tre dentro, due fuori. Quella conversazione del giorno prima. Tre dentro, due fuori. La chiusura di quel capitolo su cui continui a essere arenato. Tre dentro, due fuori. La cena di compleanno. Diventa una forma di meditazione, e intanto sono quasi al ponte. Tre dentro, due fuori. Me ne manca solo uno poi mi giro e torno. Tre dentro, due fuori. No, me ne mancano due. Tre dentro, due fuori. Beh però ho allungato all’andata intorno al parco e ho recuperato quei 200 metri che magari posso farmi uno sconticino. Tre dentro, due fuori. Magari no.

 

L’articolo è uscito originariamente sul numero 11 di Undici.

 

Le illustrazioni sono a cura di Andrea Mongia.