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Meravigliosa minoranza

La seconda squadra più "seconda" che ci sia, ma ricchissima di orgoglio: cosa vuol dire tifare Espanyol?

Di Antonio Moschella

Un sommesso brusio si propaga tra gli alberi che circondano la Ciutat Esportiva Dani Jarque, centro di allenamento dell’Espanyol, nei giorni precedenti la sfida con il Real Madrid. L’allenatore Quique Sánchez Flores, che eccetto il giorno prima delle partite ha sempre lasciato che i tifosi potessero contemplare gli allenamenti nella loro interezza, ha sorpreso tutti lo scorso mercoledì, imponendo una sessione a porte chiusa senza preavviso. Il clima della sfida ai campioni d’Europa in carica è pesante proprio come quel caldo afoso che accompagna lentamente l’addio dell’estate, tra una pioggia scrosciante e il ritorno dirompente del sole. La vigilia di un incontro così importante è la scusa perfetta per immergersi a fondo in una realtà calcistica da sempre all’ombra di un Barcellona che negli ultimi dieci anni ha messo altre miglia di distanza dai cugini, arrivando a creare un gap sportivo e soprattutto mediatico che fa impallidire.

Eppure pochi sono a conoscenza del fatto che sia stato l’Espanyol il primo club a permettere a calciatori catalani e spagnoli di giocare nelle loro fila, dato che il Barça, fondato dallo svizzero Joan Gamper, agli albori della sua storia puntava su giocatori stranieri. Niente a che vedere con la presunta difesa dei valori catalani sbandierata oggigiorno, assorta a stendardo politico e forse strumentalizzata eccessivamente in un momento in cui la Masía non produce più titolari. Le masse di turisti che si recano periodicamente al Camp Nou per sfruttare l’affitto di un abbonamento stagionale di un socio decennale che non intende muoversi dal divano di casa, hanno da contraltare il tifo diverso, meno vincente e prestigioso, ma più sanguigno, che si respira appena fuori città, in quel di Cornellà, a poco più di dieci fermate di metro dallo stadio del Barcellona. È la passione di quella che i tifosi chiamano Meravillosa Minoría, il che lascia intendere facilmente il loro status di eterni secondi, forse i più secondi del mondo.

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Ramon Robert Estrella, presidente, allo stadio Cornellá (Josep Lago/Afp/Getty Images)

«L’Espanyol o ce l’hai nel sangue o non puoi capirne l’essenza» afferma Alex, che lascia intendere come la passione per i colori biancazzurri sia tramandata esclusivamente da padre in figlio, mentre due bambini di 10 e 7 anni attendono i calciatori all’uscita dell’allenamento per gli autografi di rito. Il loro padre è chiaro: «Se non fosse stato per me questi due oggi tiferebbero per il Barça. Sono molto orgoglioso che i miei ragazzi siano dell’Espanyol in un momento come questo in cui i blaugrana vincono e fanno spettacolo». Si tratta, insomma, di una Cuestión de fe, come recita il titolo del libro del giornalista Enric González, un tempo corrispondente del quotidiano El País da Roma, dove ha raccolto materiale in abbondanza per scrivere un altro libro chiamato Historias del Calcio. Enric, come gli altri, è cosciente che sostenere la seconda squadra del capoluogo catalano significa mordere costantemente la polvere praticamente da sempre, ossia da quando al poderoso Real Madrid di Di Stefano e Puskas, sostenuto dal dittatore Francisco Franco, si oppose l’antisistema Barcellona di Kubala.

Il motto La força d’un sentiment è una filosofia di vita secondo la quale il tifoso dell’Espanyol vive delle effimere ma elettriche emozioni che gli trasmette la sua squadra, che possono essere anche uno 0 a 0 contro il Barcellona dopo una partita durissima (come accaduto il 2 gennaio di quest’anno) o anche una cavalcata inaspettata in Coppa Uefa nella stagione 2006/07, quando solo una sciagurata serie di calci di rigore impedì alla squadra allora allenata da Alejandro Valverde di vincere la finalissima contro il Siviglia.

Tifosi e tifose (Photo by David Ramos/Getty Images)

Tifosi e tifose al derby del 2015/16, al Cornellá (Photo by David Ramos/Getty Images)

Le travagliate vicissitudini moderne dell’Espanyol hanno avuto inizio nel settembre 1997, quando venne demolito lo stadio di Sarrià, dove fu messo a segno il primo gol della storia della Liga ma soprattutto dove Paolo Rossi scolpì il suo nome nella storia del calcio con la tripletta al Brasile di Zico e Falcao. C’era bisogno di uno stadio nuovo e la transizione attraverso l’impianto olimpico di Montjuic sembrava inizialmente un buon compromesso, mentre invece alla fine si rivelò essere un ostacolo nella crescita del club. Le difficoltà ad arrampicarsi sulla collina che aveva ospitato i giochi olimpici, servita a malapena da qualche mezzo pubblico e praticamente isolata in caso di ritorni in tarda serata, creavano carovane di autobus e macchine di tifosi che bloccavano l’accesso allo stadio. Inoltre la pista d’atletica, una rarità nei campi da calcio spagnoli, “raffreddava” l’impatto e l’incitamento dei tifosi. Diversamente dal Camp Nou, stadio borghese, il vecchio Sarrià aveva sempre spiccato per il calore dei suoi occupanti che, in mancanza di una squadra di fenomeni, davano sfogo a una passione apparentemente senza senso risultando essere il vero uomo in più. Poi, la svolta, attraverso la costruzione dello stadio di Cornellà, fuori città ma di nuovissima generazione e con una vista da far invidia a un anfiteatro. «Sarà pur lontano, ma almeno questo stadio lo sentiamo nostro» risponde gioioso Alex, da sempre è uno dei fedelissimi soci dell’Espanyol, che adesso deve ancora recuperare l’obiettivo minimo delle 30mila adesioni.

È il rifiuto di vincere facile e di essere una squadra come le altre che smuove i sostenitori dell’Espanyol, molti dei quali non dissociano la loro catalanità, anzi credono di esserne i veri portatori, nonostante il nome possa lasciar spazio a equivoci. Catalanissimo era Dani Jarque, che oggi da il nome al centro di allenamento e che spicca come uno dei migliori giocatori usciti dal vivaio biancazzurro, storicamente tra i più produttivi in Spagna. Ed è al minuto 21 di ogni partita che, ricordando l’ex capitano morto per un attacco cardiaco in quel di Coverciano nel 2009, l’intero stadio genera una pioggia di applausi in memoria di colui che avrebbe potuto essere il simbolo del club e che oggi avrebbe solamente 33 anni.

Il tributo, nel 2009, a Dani Jarque allo stadio
Il tributo, nel 2009, a Dani Jarque allo stadio (Samuel Aranda/Getty Images)

Tommy N’Kono, leggendario ex portiere del Camerun protagonista dell’exploit a Italia ’90, è sempre il primo ad arrivare e l’ultimo ad andar via agli allenamenti. Il suo ruolo è quello di allenare i due portieri Roberto Jimenez e Diego López, con quest’ultimo che domenica difenderà la porta biancazzurra proprio contro il suo amato Real ed è convinto che «questa è la partita perfetta per ottenere la prima vittoria stagionale». L’ambizione smisurata dell’estremo difensore che con i blancos ha vinto la Champions League 2013/14 – seppur come riserva di Iker Casillas – è figlia della voglia irrefrenabile di giocare per la prima volta nello stadio di Cornellà, dove l’Espanyol non ha mai battuto il Real. Una motivazione non da poco per rialzare la testa e iniziare un percorso di crescita graduale e definitivo, quello che potrebbe portare la quinta squadra spagnola per numero di partite giocate in Primera División a scrutare con più frequenza anche orizzonti europei. Perché il tempo è galantuomo e il premio a una fede squisitamente romantica, in uno sport come il calcio, prima o poi arriva.