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Ventuno ottimi motivi per seguire l’Nba

Una guida per approfondire i temi chiave della Nba 2016/2017, che comincia stanotte.

Di Aa. Vv.

 

Westbrook unchained

Quando Kevin Durant ha scelto di giocare con gli Splash Brothers, sembrava ovvio che la permanenza di Russell Westbrook in Oklahoma avesse le ore contate, ma non avevamo fatto i conti con la proverbiale pervicacia di Russy, che si è impadronito della franchigia e lancia messaggi poco concilianti in direzione di KD. Questo non fa che aggiunge pepe alla prospettiva di vederli in campo l’uno contro l’altro (per gli interessati: il 3 novembre alla Oracle Arena, mentre il 18 gennaio ci si vede in quel di Oklahoma City). Westbrook sarà una tripla-doppia ambulante, questo è fuor di dubbio, ma difenderà un po’ meglio? Raggiungerà nuove vette di usage o, viceversa, il suo nuovo ruolo lo spingerà a delegare ai compagni? Russell è in grado di dominare una partita e forse una stagione, questo non è mai stato messo in dubbio neppure dai suoi detrattori: pur misurando appena 1.90 cm, da quando è stato scelto nessuno ha messo a segno più triple doppie di lui – ben 42 – e nell’ultima stagione le sue cifre annoverano 23.5 punti, 7.8 rimbalzi, 10.4 assist, in 34.4 minuti d’impiego, con il 45.4% dal campo. Senza Durant, l’interrogativo è: sarà in grado di domare i propri istinti mettendo le sue incredibili risorse fisiche, emotive e tecniche al servizio delle esigenze del gruppo? (Francesco Arrighi)

FC Barcelona Lassa v Oklahoma City Thunder - NBA Global Games Spain 2016
Russell Westbrook si prepara a grandi salti nella tappa spagnola dei Thunder contro il Barcellona (David Ramos/Getty Images)

I Lakers senza Kobe

Anno I dopo Kobe Bryant, quello della ricostruzione. Si inizia a intravedere un’idea di squadra, con un roster costruito secondo i desiderata di Luke Walton che, in questa sua prima esperienza da head coach, ha deciso di puntare sul collettivo. Mancherebbe un go-to-guy, ma il D’Angelo Russell visto in preseason sembra pronto a prendere in mano le sorti offensive della franchigia. L’obiettivo è una stagione dignitosa per provare a lasciarsi alle spalle il 38-126 sotto Byron Scott. (Claudio Pellecchia)

La megalomania degli Warriors

Quando una squadra stellare aggiunge una superstar del calibro di Kevin Durant (ideale in un contesto di gioco basato sulle conclusioni rapide e sui ribaltamenti), si aprono infinite possibilità tecniche. Non aspettatevi però un’altra regular season giocata “a tutta”: i Warriors saranno ancora divertenti da vedere, ma quest’anno, per vincere il titolo Nba, non ci sarà spazio per nessuna distrazione, siano essi i record o l’esuberanza di Draymond Green. Quindi sì, terrà banco la devastante “death lineup”, ci saranno triple, divertimento e intensità, ma questa è prima di tutto una formazione in missione, con tanta pressione addosso, e tanti “haters” pronti a ribellarsi se qualcosa dovesse andare storto (ricordate con quanta rapidità l’anno scorso gli applausi per Steph Curry si sono trasformati in fischi?). Parlare di difetti è improprio, ma siamo curiosi di testarne la tenuta contro formazioni fisiche e forti a rimbalzo, consapevoli di avere di fronte una formazione che farà epoca. (FA)

Un filo ingiocabili

Gli italiani

Sono rimasti in due. Danilo Gallinari è l’uomo-franchigia dei Denver Nuggets, la cui qualificazione ai playoff dipenderà da una crescita netta dei tanti giovani che compongono il roster. Il Gallo sarà il leader e farà di tutto per conquistarsi un posto all’All-Star Game, ma sarà difficile entrare tra le prime otto a ovest. Marco Belinelli, a 30 anni, sarà il sesto uomo degli Charlotte Hornets, sua settima squadra Nba e con buone speranze di playoff. Porterà energia, punti ed esperienza dalla panchina. (Francesco Mecucci)

Ritorno a casa

A Chicago, essere di Chicago ha la sua importanza. Partito Derrick Rose, è arrivato un altro figlio della Windy City, Dwyane Wade, dopo tredici anni a Miami. Obiettivo dei Bulls è tornare subito ai playoff, dopo aver mancato l’appuntamento nella scorsa stagione. Non sarà semplice, con una franchigia che sembrava volesse smantellare tutto e ricostruire (oltre a Rose, se ne sono andati anche Noah e Pau Gasol) salvo poi mantenere competitività con l’innesto di Rondo e la conferma di Jimmy Butler, nuovo leader designato. Wade, in tutto questo, arriva per portare esperienza e leadership. Nonostante i 34 anni, ha dimostrato di saper ancora prendere in mano una squadra in una serie playoff e persino di segnare da tre – non il suo punto di forza – quando la situazione lo impone. Prima, però, ai playoff bisognerà arrivarci e l’urgenza maggiore, in una Eastern Conference molto incerta, è creare una buona chimica tra lui, Rondo e Butler senza perdere di vista la classifica. Rondo ha la fama di ingestibile, Butler è un irrequieto che è arrivato più volte a spronare coach Fred Hoiberg perché non lo considerava un allenatore duro. Lo staff tecnico ha fatto intendere che il minutaggio di Wade sarà gestito con attenzione, per preservarne il fisico e non esaurirne le energie dopo i primi mesi. Infine c’è l’incognita motivazionale: Dwyane, tornato a casa a fine carriera e con tre anelli già messi al dito, avrà ancora abbastanza fame di successo da poterla trasmettere a tutta la squadra? (FM)

Fare cose del genere a quasi 35 anni: Dwyane Wade

L’ultima recita di “The Truth”

Nel giugno 2017 Paul Pierce lascerà la Nba come ci è entrato: da Celtic, firmando un contratto simbolico di un giorno che gli consenta di ritirarsi da membro della squadra del suo cuore, quella con cui ha esordito e vinto. Non è solo il titolo del 2008: con Pierce (tifoso dei Lakers in gioventù) la gente di Boston ha ritrovato quel green pride che sembrava perduto nel post Larry Bird. L’ultimo anno da giocatore, dei Clippers, lo dedicherà al “suo”allenatore, quel Doc Rivers con cui è salito in cima al mondo e con il quale prova a lasciare un ultimo segno in quella Los Angeles che lo celebrò con le parole di Shaquille O’Neal nel lontano 2001: «Sapevo che era forte, ma non avevo idea che potesse giocare così. Paul Pierce è La Verità». (CP)

Young Guns

Tutto l’hype intorno a Ben Simmons, prima scelta assoluta al Draft 2016, si è dissolto al momento dell’infortunio che lo terrà fuori a tempo indeterminato e che priverà i Sixers del primo vero all around player dai tempi di LeBron James. Sono comunque tanti i rookies da tenere d’occhio: da Brandon Ingram, pietra angolare dei nuovi Lakers, a Buddy Hield, formidabile realizzatore ad Oklahoma University e nuovo compagno di Anthony Davis in quel di New Orleans. Jaylen Brown e Kris Dunn hanno tutte le carte in regola per diventare presente e futuro del back-court di Celtics e T-Wolves, mentre tra i lunghi il tris di croati composto da Dario Saric (Philadelphia 76ers), Dragan Bender (Phoenix Suns) e Ivica Zubac (Los Angeles Lakers) potrebbe limitare l’impatto di Thon Maker (14.2 punti e 9.6 rimbalzi di media nella Summer League con i Bucks). Menzione d’onore per Domantas Sabonis, finito a Oklahoma City nella trade che ha portato Ibaka ai Magic: le premesse per parlare di lui non solo come il figlio del grande Arvydas ci sono tutte. (CP)

Brandon Ingram, giovane stella dei Lakers

La classe del 1998

Pierce a parte, della classe del 1998 restano solo Vince Carter e Dirk Nowitzki. 39 anni l’uno e 38 l’altro, entrambi alla diciottesima stagione Nba, entrambi in due squadre (Grizzlies e Mavericks) che non nutrono particolari ambizioni. Minutaggi e mezzi fisici non sono più quelli di un tempo, la classe invece sì. E val sempre la pena dar loro uno sguardo finché si può. (CP)

Antetokounmpo evolution

Un greco di origini nigeriane alto 2.11 che gioca play: Giannis Antetokounmpo, al quarto anno con i Milwaukee Bucks e fresco di rinnovo per altrettante stagioni a 100 milioni di dollari, è l’evoluzione della specie. Un basket in cui le point guard sono alte come i centri di una volta e i centri di una volta tirano da tre. A Giannis, possibile all-star, sarà sempre più richiesto di portar palla, complice un reparto piccoli non eccelso. Ma potrà tutta la squadra continuare a dipendere solo da lui? (FM)

L’importanza di chiamarsi Knicks

Anche quest’anno i Knicks targati Phil Jackson sembrano essere figli del compromesso tra l’esigenza di soddisfare il pubblico del Garden e quella di imbastire un progetto duraturo. Rispetto alle precedenti dissennate gestioni, Jackson se non altro contiene le spese, e quest’anno consegna al neo allenatore Jeff Hornacek una formazione che potrebbe ambire ai playoff. Joakim Noah e Derrick Rose alzano il tasso di esperienza di un gruppo avvinghiato alle doti realizzative di Carmelo Anthony e alle promesse di futura grandezza affidate a Kristaps Porzingis. I Knicks rimangono però una squadra di difficile decifrazione, con poco tiro (Melo e Porzingis sono destinati a giocare sugli scarichi?) e un solo pallone da dividere tra Brandon Jennings e Rose. (FA)

New York Knicks v Houston Rockets
Derrick Rose con la sua nuova maglia (Scott Halleran/Getty Images)

Le emergenti

Ci sono squadre non da titolo, ma con un trend in crescita e ampie possibilità di progredire. I Minnesota Timberwolves hanno dato tutto in mano a Tom Thibodeau, che imporrà identità difensiva e cultura del lavoro. Towns, Wiggins, LaVine e tanti altri giovani sono pronti a esplodere e può frenarli solo l’inesperienza. Possono aspirare alla postseason. Gli Utah Jazz sono ben allenati da Quin Snyder, hanno una delle migliori difese Nba ma anche uno degli attacchi più sterili. L’arrivo dei veterani Boris Diaw, Joe Johnson e George Hill può comunque essere d’aiuto per acciuffare un posto ai playoff. I Detroit Pistons, guidati per il terzo anno da Stan Van Gundy, hanno un nucleo stabile (anche contrattualmente) e un gran rimbalzista in Drummond, ma potrebbero soffrire l’assenza iniziale di Reggie Jackson per infortunio. Gli Orlando Magic di Frank Vogel, arrivato da Indiana, sono acerbi ma con Ibaka e Biyombo molto più solidi di prima, e nel grande livellamento a est un ottavo posto può scapparci. (FM)

Booker mania

Il nome di Devin Booker non sarà quasi certamente il primo a passarvi per la testa pensando a un futuro dominatore Nba, eppure basta assistere a una partita dei Phoenix Suns per rendersi conto di che razza di giocatore possa diventare questo figlio d’arte (suo padre è il Melvin Booker visto nei palazzetti italiani) cresciuto modellando il proprio gioco su Kobe e Rip Hamilton. Booker ha una comprensione del gioco superiore e vive di letture, senza esagerare con il suo pur eccellente uno contro uno. Naturalmente il gioco di Devin è ancora perfettibile: interpreta bene il pick-and-roll, ma va prevalentemente a sinistra; i suoi passaggi nella tasca sono fantastici, mentre la selezione di tiro è ondivaga, e difende maluccio. Attenzione però, parliamo di un ventenne che avrà tutto il tempo per migliorarsi. (FA)

Uno spagnolo in Texas

Gregg Popovich è sempre stato un estimatore delle doti tecniche e dell’intelligenza cestistica di Pau Gasol, tanto da scommettere con decisione su di lui con un biennale da 31.7 milioni. Vederlo come sostituto di Tim Duncan sarebbe però scorretto, perché chi potrebbe rimpiazzare la migliore power forward di tutti i tempi? Meglio allora scrivere che il catalano giunge in Texas per aprire ufficialmente la nuova era dei nero-argento targata Kawhi Leonard, perché il pragmatismo degli Spurs non fa prigionieri: se LaMarcus Aldridge continuerà a stentare da unico lungo in uno schieramento a quattro esterni, è assai probabile che San Antonio scelga di scambiarlo, e l’arrivo di Pau è una misura cautelativa da leggere anche in tal senso. Comunque vada, da quest’anno sarà Leonard ad avere le chiavi dello spogliatoio; potrebbe giocare da stretch-four accanto a uno tra LMA e Gasol, oppure nella naturale posizione di ala piccola, ma sono solo dettagli per un ragazzo che, grazie alle doti difensive d’élite e un attacco sempre più cesellato dal lavoro in palestra, sarà uno stabile candidato al titolo di MVP per molti anni a venire. (FA)

Steal of the Draft

Chiamare Denzel Valentine alla 14 potrebbe essere stato il miglior colpo estivo dei Chicago Bulls. A patto che l’arrivo di Michael Carter-Williams non levi ulteriori minuti al prodotto di Michigan State in un reparto guardie già affollato dai vari Wade, Rondo e Butler. Occhio anche a Hernangómez (scelto alla 15 dai Nuggets) e Skal Labissiere (ai Kings con la 28), due lunghi da sgrezzare ma che possono far bene fin da subito. (CP)

Denzel Valentine promette giocate di questo tipo

Rockets all’attacco

Guardando ai numeri della passata stagione e al rendimento difensivo in picchiata, tutto avrebbero dovuto fare gli Houston Rockets tranne che scegliersi come allenatore Mike D’Antoni. Ma c’è una logica nella decisione del GM Daryl Morey: costringere James Harden a fare uno scivolamento laterale è quasi impossibile, e allora la scelta più saggia (o l’unica?) è cavalcarlo offensivamente, mettendolo in condizione di fare ciò che vuole nel migliore dei modi possibili. Dovesse aver successo, la cura D’Antoni potrebbe portare in campo una formazione divertente, destinata a giocare ad altissimo punteggio, con tanta corsa e tiro da tre. (FA)

Il Re è sul trono

Federico Buffa identifica nel 96/97 e nel 97/98 le stagioni migliori di Michael Jordan: dopo il titolo vinto nel 1996, al rientro dopo il primo ritiro, il #23 aveva nuovamente legittimato la sua superiorità. Giocare senza la pressione di dover dimostrare nuovamente il suo status di greatest of all time gli permise di raggiungere picchi di eccellenza assoluta. Con il LeBron James versione 2016/2017 potrebbe accadere la stessa cosa. E non solo perché, dopo il ritiro di Bryant, il testimone di MJ è passato a lui. Dopo aver vinto (a Miami) e rivinto quando e dove sembrava impossibile farlo (a Cleveland), il figlio prediletto di Akron ha finalmente pareggiato i conti con i suoi demoni guadagnandosi il rispetto di tutti, anche dei critici più accesi. Un LBJ libero da pressioni e condizionamenti e con la giusta motivazione («La mia motivazione perenne è il fantasma che sto inseguendo, quel fantasma che ha giocato a Chicago») potrebbe essere il preludio alla miglior stagione di sempre. Mettete da parte i tre titoli, i due ori olimpici, i quattro MVP della regular season e i due delle Finals: potreste non aver visto ancora niente. (CP)

N0n ricorda una stoppata su Iguodala in una partita vagamente importante?

Oro di California

Il Golden 1 Center, nuova casa dei Sacramento Kings, è l’arena più connessa della Nba: con 200 gigabit di banda regge fino a 222 mila post su Instagram al secondo, o se preferite 500 mila Snapchat. Ha maxischermi in 4K e fa largo uso di energia solare. 17.500 i posti per la Nba, 19 mila per i concerti. (FM)

Divertirsi a Philadelphia

È un peccato che il GM Sam Hinkie sia stato accompagnato alla porta quando la pars denstruens del suo modello matematico applicato al basket (#TrustTheProcess) si accingeva a lasciare il posto a una pars construens appetitosa, fondata su Ben Simmons, Dario Saric e Joel Embiid (tre possibili rookie of the year nella stessa squadra non si erano mai visti). Philly resta complessivamente scarsa, ma Joel Embiid accenderà il Wells Fargo Center: l’uomo soprannominatosi “The Process” gioca in post basso, tira da tre, protegge il ferro e si muove con la grazia di un ballerino. Certo, l’altra grande speranza, Ben Simmons, si è infortunata prima ancora d’iniziare, ma anche così i 76ers potrebbero diventare una squadra di culto. (FA)

L’ora di Boston

Sognavano Kevin Durant, ma si sono dovuti accontentare di Al Horford. Poco male: per i Boston Celtics, l’ex Atlanta è comunque un grande innesto, che immette leadership, affidabilità, versatilità, difesa, passaggio e anche tiro nel sistema di coach Brad Stevens, uno dei più giovani e interessanti allenatori Nba. Ai biancoverdi, per essere da titolo, manca almeno un’altra star, ma già così partono per affermarsi tra le migliori squadre della Eastern Conference. In attesa del futuro colpo di mercato, il processo di ricostruzione continua a ritmo spedito: Isaiah Thomas e un collettivo sempre più rodato potrebbero essere sufficienti per piazzarsi immediatamente alle spalle dei Cleveland Cavaliers. (FM)

Boston Celtics v New York Knicks
Jaylen Brown, terza scelta assoluta del Draft  (Michael Reaves/Getty Images)

It’s always Lillard time!

Damian Lillard è il sottovalutato per eccellenza. Snobbato all’All Star Game, non convocato da Team Usa per le Olimpiadi di Rio. Non c’è una reale spiegazione per questo: Westbrook a parte, stiamo parlando della migliore combo guard della Nba, uno capace di metterne 51 contro i Warriors senza apparente difficoltà. Eppur questo essere underdog l’ha aiutato a tirar fuori il meglio, da se stesso e dai compagni, arrivando sempre ben oltre era lecito attendersi. Ma adesso che gli è stato legittimamente riconosciuto lo status di superstar, saprà reggere alle pressioni che questo comporta? A naso, la risposta è si. (CP)

High Suns

Poche speranze playoff per i Phoenix Suns: non resta che puntare sullo spirito di squadra. Coach Watson ha introdotto una statistica inusuale: contare quanti high five i giocatori si scambiano in partita. I 5 alti aiutano a giocar meglio insieme? Dacher Keltner, professore di psicologia a Berkeley, dice di sì. (FM)

 

Nell’immagine in evidenza, LeBron James (Jason Miller/Getty Images)