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Frank

È finita a Genova l'esperienza di de Boer come tecnico dell'Inter? Il pensiero di quattro firme nerazzurre sull'olandese, e sull'Inter vista fin qui.

Di Aa. Vv.

La sconfitta numero cinque in campionato, quella contro la Sampdoria, potrebbe essere fatale per il futuro di Frank de Boer. 14 punti in classifica, undicesimo posto, una continuità di prestazioni, ancor prima che di risultati, mai trovata. Il destino del tecnico olandese sulla panchina dell’Inter si deciderà nelle prossime ore: resterà oppure no? Abbiamo chiesto a quattro nostre firme, tutte di fede nerazzurra, che cosa farebbero se fossero loro a decidere della permanenza di de Boer, e cosa hanno capito della schizofrenica Inter 2016/2017.

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Che Frank de Boer sarebbe potuto diventare il capro espiatorio perfetto, lo temevo sin dal primo momento in cui l’ho sentito parlare in italiano. A uno che senza alcun riguardo – cioè senza pararsi il culo – si è espone al ridicolo con tale disinvoltura e coraggio, può succedere di tutto. Gli può succedere, per esempio, di accettare di allenare una squadra tormentata quale è l’Inter dodici giorni prima dell’inizio di un campionato feroce come la Serie A, senza sapere nulla delle nevrosi che affliggono il calcio italiano e trovandosi di fronte una rosa di giocatori scelta dal suo predecessore, Roberto Mancini. E non saprei dire con esattezza cosa abbia dato all’Inter Frank de Boer, forse qualche svolazzo di calcio impavido, alcune indecisioni difensive, il godimento disperato di vincere contro la Juventus e i successivi turbamenti psicologici generati dall’incapacità di soddisfare le aspettative che una tale impresa ha generato. Ma il punto non è questo. Il punto è che se una società decide all’ultimo momento di assumere un allenatore come lui, separandosi da un altro con cui aveva lavorato nell’anno e mezzo precedente, e che quest’anno poteva raccogliere i frutti della semina, può significare solo due cose: o che ha un gran fiducia in un tecnico che è andato a scovare in Olanda, oppure che non sa dove mettere le mani. E che la risposta sia la seconda delle due, lo si è capito appena le cose hanno cominciato ad andare male.

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L’esordio in A, al Bentegodi contro il Chievo (Giuseppe Cacace/Afp/Getty Images)

Anziché difenderlo, è iniziata ad apparire alla società una scelta possibile quella di licenziarlo, giacché gli consentirebbe di lavare le sue numerose colpe nel rito tribale dell’esonero, scaricando tutte le responsabilità sull’ultimo arrivato e profumando di candido se stessa, ossia il carnefice che ha inviato al massacro il malcapitato. Stare con Frank de Boer, per me, non è dunque una scelta tecnica (ci sono almeno cinque o sei allenatori che preferirei vedere seduti lì al sua posto): è una rivolta contro la superficialità di chi sta gestendo questo club, che già di suo non ha una storia recente di efficientissima amministrazione. Qui, però, oltre alla presenza di quattrini asiatici (comunque inferiori, in proporzione, a quelli che vi metteva il Massimo Moratti dei tempi d’oro) si avverte solo l’assenza di una visione, e lo zig zag di una navigazione a vista. Perciò, meglio rendere luminoso questo vuoto, piuttosto che illudersi che far fuori Frank De Boer farà finalmente splendere il sol dell’avvenire. (Nicola Mirenzi)

Il bellissimo gol del vantaggio contro la Juve, 18 settembre 2016

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Nel suo arco narrativo nerazzurro, Frank de Boer è passato da essere un’incognita ad agosto, un fallito dopo la sconfitta in Europa League contro l’Hapoel Be’er Sheva, un genio dopo la vittoria contro la Juve, un incompetente dopo le sconfitte con Sparta Praga e Roma, un peso di cui liberarsi in fretta dopo le figuracce contro Cagliari e Atalanta, un dead man walking dopo la sconfitta contro la Sampdoria. Per noi de Boer è ancora una specie di oggetto misterioso. Non riusciamo a incasellarlo in nessuna categoria che negli anni abbiamo usato per definire un allenatore. A guardarlo in conferenza stampa o a bordo campo, Frank sembra una specie di androide senza emozioni. Lontanissimo da Spalletti, Allegri, Sarri, Conte o Mourinho. Mai reazioni istintive, sempre misurato nelle risposte, con la barriera linguistica che, nel suo caso, diventa una colpa.

De Boer è arrivato il 9 agosto, in una situazione di emergenza dopo la fuga di Mancini. Forse il primo errore è stato questo: siamo sicuri che la dirigenza nerazzurra volesse puntare su di lui per un progetto a lungo termine? Frank non è un allenatore duttile, non si adatta alla rosa, non rinnegherebbe il 4-3-3 nemmeno sotto tortura. Ha avuto solo dodici giorni per preparare l’esordio contro il Chievo e l’intera stagione, un tempo insufficiente a far assorbire alla squadra il suo credo tattico. Solo a sprazzi l’Inter è riuscita a coincidere con la polaroid che FdB ha ben chiara in testa. I nerazzurri delle ultime uscite sono una squadra senza equilibrio, che commette troppi errori in fase difensiva, che non riesce a finalizzare la quantità di cross prodotti (va bene andare sul fondo, ma bisognerebbe intanto crossare bene, poi portare in area qualcuno in più del solo Icardi). Prendiamo l’ultima partita, quella a Marassi: incomprensibile Banega così fuori dal cuore del gioco, pessimo João Mário davanti alla difesa, discutibili i cambi di Éder e Candreva, Icardi troppo isolato (e quindi preda facile per la difesa blucerchiata). Quello che fa più paura è l’integralismo di de Boer, la sua incapacità di cambiare idea e di leggere le partite e apportare modifiche in corsa.

Inter Milan's Brazilian forward Gabriel Barbosa reacts during the Italian Serie A football match Inter Milan vs Bologna at the San Siro stadium in Milan on September 25, 2016. / AFP / GIUSEPPE CACACE (Photo credit should read GIUSEPPE CACACE/AFP/Getty Images)

La frustrazione di Gabigol, in una delle sue rare apparizioni (Giuseppe Cacace/AFP/Getty Images)

L’undicesimo posto e i 14 punti in classifica materializzano l’incubo di un’altra stagione buttata via mentre si aspetta Simeone come un messia. L’esonero sembrerebbe una resa, un’ammissione di colpa da parte della dirigenza, un tentativo goffo di correre ai ripari. I traghettatori (Guidolin, Pioli, Mandorlini) non sembrano convincenti. Eppure. Quanto durerà la fiducia espressa nei confronti di de Boer solo qualche giorno fa? Quanta pazienza e quanto tempo siamo disposti a concedergli? In questo scenario l’esonero sembra la scelta peggiore, la scelta più facile e più stupida: scaricare le colpe su de Boer, addossargli il peso del fallimento, nascondere la miopia dei dirigenti. (Sebastiano Iannizzotto)

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Frank è abituato a far giocare, a e vincere. Nessun allenatore ha fatto meglio di lui in patria: né Rinus Michels, né Louis van Gaal, né Guus Hiddink. E l’Inter di De Boer è l’unica ad avere un’identità fra le squadre nerazzurre viste negli ultimi anni. Leggere che «questo gioco non è nel dna dell’Inter», fa sorridere e al tempo stesso pensare che solo il Real, il Barcellona e il Milan dei bei tempi possono permettersi certi slogan, di fronte ad un allenatore che tende a speculare, e non a migliorare un’idea di calcio. Si può vincere in tanti modi, tutti legittimi. La storia dice che all’Inter è capitato il più delle volte con allenatori più attenti alla fase difensiva. Ma non per questo chiunque provi a dare un’identità di gioco diversa all’Inter va identificato come un pirla. A meno che non si sia già deciso di prendere Simeone e stiano cercando di farcelo capire. In questo caso, ancora di più, tanto vale dare a de Boer la chance della stagione completa, nonostante la sconfitta con la Sampdoria. Una partita, quella di Genova, che è un perfetto trattato di deburismo per intensità, gioco sulle fasce, rischi in difesa e una discreta dose di sfiga.

Inter Milan's coach Frank De Boer from Netherlands looks on during the Italian Serie A football match Inter Milan vs Juventus on September 18, 2016 at the 'San Siro Stadium' in Milan. / AFP / MARCO BERTORELLO (Photo credit should read MARCO BERTORELLO/AFP/Getty Images)

A San Siro, prima della partita contro la Juventus (Marco Bertorello/AFP/Getty Images)

Ma certi allenatori, e de Boer fa parte di questa schiera, praticano un tipo di gioco che richiede un apprendistato senza scorciatoie. Trascurare questo tipo di dettaglio dà la misura dell’approssimazione che ha circondato il processo decisionale dell’Inter nel momento in cui si è scelto Frank de Boer per rimpiazzare Roberto Mancini. Perché è evidente che se l’allenatore è sotto accusa per i risultati, con una squadra che lui non ha potuto scegliere in alcun modo, né sotto il profilo dei giocatori in rosa né sotto quello della preparazione atletica, il suo profilo non poteva e non doveva essere preso nemmeno in considerazione. Eppure sfido chiunque a rimpiangere il gioco (non) visto sotto Mancini. Frank de Boer è riuscito a dare alla squadra un’identità tattica già visibile: la costruzione di triangoli per favorire il portatore di palla e creare più linee di passaggio, l’attenzione all’utilizzo delle fasce laterali, l’alto numero di uomini che attaccano l’area, la ricerca costante delle sovrapposizioni sono tutti elementi che fanno parte del progetto di gioco all’olandese. Vero che con Banega e due ali l’Inter è troppo sbilanciata o che l’ex Siviglia, Candreva, João Mário e Perisic fanno fatica a giocare tutti insieme. Tutto dipende dalla disponibilità al sacrificio dei giocatori, ed è forse su questo aspetto che Frank dovrà concentrare – o avrebbe dovuto, la notte potrebbe portare cattivi consigli – gran parte del lavoro. Non avremmo visto i trionfi della prima Juventus di Lippi se l’allenatore non avesse convinto Ravanelli e Vialli a sfiancanti rientri a centrocampo. Il Bayern di Guardiola è arrivato a giocare con Alonso davanti alla difesa e con Coman, Thiago, Müller e Costa dietro a Lewandowski. Frank de Boer sta lavorando proprio in questo senso: raggiungere un equilibrio tattico all’interno di una predisposizione spiccatamente offensiva dell’undici di partenza. Esonerarlo, costringerlo alla banalità del risultato, premesso che non è lui a dover dimostrare la bontà del suo curriculum, sarebbe un errore troppo grande. (Cristiano Carriero)

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Frank de Boer è calmo e sorride. Usa un gesto cordiale come scudo. Forse per questo, quando lo osservo o lo ascolto, mi sento distante, estraneo. Mi domando come fa a essere sempre così tranquillo, e non capisco se quella è una serenità sincera o costruita. Oppure se, semplicemente, de Boer è fatto così. Non lo so, comunque mi sembra un uomo di un universo parallelo: tutto scorre – l’esonero già scritto, i titoli di giornali, il caso Icardi – ma Frank rimane imperturbabile, osservatore anziché osservato. In ogni conferenza stampa concede una battuta, strizza l’occhio ad un interlocutore immaginario di fronte a lui, e poi sorride. Frank sembra rivolgersi al tifoso interista e quello è un modo per empatizzare con lui, per rassicurarlo. Ed è in quel momento che la distanza prima percepita si annulla: d’un tratto mi sento vicino a lui, nel suo stesso mondo. Inconsciamente mi fido di quella calma e di quella coscienza. Mi fido di Frank de Boer. Anche l’Inter dovrebbe farlo. Mi piace anche il tono diretto nelle dichiarazioni dell’olandese, e le parole che usa, i discorsi che fa: sempre “di calcio”, lontani quindi dall’extra, dalla polemica. Conta il campo, come gioca la squadra, il pensiero che c’è dietro.  Percepisco, a volte, una sufficienza nei suoi confronti. Non la capisco. Dicono: de Boer è “troppo buono” per una squadra come l’Inter, un ambiente come San Siro. Credo venga confuso il suo modo di fare con una mancanza di leadership. La bontà di Frank è tangibile, ad esempio nello sforzo verso l’italiano: sa di essere più incisivo in inglese, ma vi rinuncia per rispetto. Si sente ospite, nonostante un’accoglienza tutt’altro che ospitale. Ma nei confronti della squadra de Boer è un leader inflessibile, come testimoniano i casi Brozovic e Kondogbia.

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L’analisi si sposta infine sulla distanza tra gioco e (mediocri) risultati. Ma credo che questi ultimi siano una conseguenza del lavoro, e arriveranno solo con il tempo che difficilmente verrà concesso. Serviva de Boer, dopo Mancini, per innestare l’idea di un calcio affascinante, collettivo e avvolgente. In Italia è utopia, dicono: no, semmai un atto di coraggio. L’Inter ha bisogno di tutto questo, di sentirsi al centro di un’evoluzione, di avere come riferimento un orizzonte preciso. Ma è un processo lungo, infatti la squadra è codificabile nelle intenzioni – vuole pressare alto, aumentare l’intensità, far scorrere il pallone su tracce lunghe – ma non ancora nell’applicazione. È un’ottima squadra, quella nerazzurra, se la fai giocare in avanti: e non è forse quello che de Boer vuole? E allora “bingo”, verrebbe da dire. Invece sembrano proprio i giocatori, i protagonisti, gli attori a non capire il copione, a non seguire il direttore d’orchestra. Ha ammesso, l’olandese, che «non tutti danno il 100%», confermando la teoria del sospetto. Dunque, Frank de Boer merita l’Inter perché l’Inter ha bisogno di lui, più di quanto se ne renda conto. Non merita l’Inter, invece, in partite come quella contro l’Atalanta, quando rinnega le sue idee sull’altare del risultato, tradendo la squadra e se stesso. Ma capita, lungo l’inospitale strada verso la grandezza, di perdersi. L’importante è ritrovarsi, prima che sia troppo tardi. (Claudio Savelli)

 

Nell’immagine in evidenza, Frank de Boer sconsolato dopo la sconfitta contro la Samp (Marco Bertorello/AFP/Getty Images)