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La disciplina di Stefano Pioli

I principi tattici di Stefano Pioli, e come verranno impiegati nel contesto dell'Inter.

Di Claudio Pellecchia

Leggendo l’introduzione della sua tesi del master di Coverciano, si intuisce come, almeno sulla carta, la scelta di Stefano Pioli come nuovo allenatore dell’Inter sia stata la più logica (e, quindi, la migliore) possibile. In quella prime righe l’ex tecnico della Lazio chiarisce la sua personale visione del calcio, basato su un sistema di gioco che sia «equilibrato: che tenga in considerazione allo stesso modo e allo stesso tempo le due fasi in qualsiasi momento di gioco. Elastico: che si possa facilmente adattare a qualsiasi avversario mantenendo sempre gli equilibri. Razionale: che si adatti alle caratteristiche dei calciatori a disposizione». Una sorta di dichiarazione di intenti di quel che saranno le sue prime mosse sulla panchina: valutare il materiale umano ai suoi ordini per metterlo nelle condizioni di rendere al meglio in un’impiantistica di gioco duttile, ordinata e in grado di massimizzare l’efficacia di ogni singola giocata su entrambi i lati del campo.

Il fatto, poi, che la rosa attuale dell’Inter abbia qualche tratto in comune, almeno in alcuni ruoli e nei giocatori chiave, con quella della Lazio condotta ai preliminari di Champions nel 2014/15 (miglior piazzamento in carriera), lascia supporre che la dirigenza abbia optato per il tecnico emiliano in funzione della (ri)valorizzazione di un parco giocatori dalle caratteristiche che Frank de Boer non è riuscito a leggere in maniera ottimale. Che l’attuale 4-3-3 interista sia, almeno in linea teorica, in piena continuità con quanto attuato dal Pioli laziale, è quasi un dettaglio marginale. Si tratta, più banalmente, di una concezione del gioco che sembra adattarsi meglio di altre al contesto umano e tecnico. E se l’allenatore è spesso chiamato a cucire l’abito su misura per la sua squadra, allora per l’Inter 2016/17 non esiste sarto migliore di Stefano Pioli. Tenendo sempre ben a mente (tanto in fase attiva che in fase passiva) il principio fondamentale delle catene di gioco, esplicitato nell’introduzione alla tesi di cui sopra, e relativo alla «collaborazione tra più giocatori dislocati vicino sul terreno in senso orizzontale o verticale dal sistema, […] con movimenti coordinati e funzionali, in relazione a una determinata situazione in un dato settore di campo».

NAPLES, ITALY - APRIL 8: Lazio's coach Stefano Pioli looks on before the Tim cup match between SSC Napoli and SS Lazio at the San Paolo Stadium on APRIL 8, 2015 in Naples, Italy. (Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)

Fase difensiva, rallentamento della giocata avversaria e mantenimento dell’equilibrio   

Fatta eccezione per la parentesi di Bologna (condotto al nono posto nel 2011/12 anche grazie a un sistema difensivo a tre), Pioli ha sempre giocato con una difesa a quattro, costruita intorno ai concetti di tempo (della giocata avversaria da ritardare) e spazio (da occupare in fase di non possesso). L’idea del tecnico è all’apparenza molto semplice: pressing delle punte sui difensori centrali per spingerli al tocco laterale sull’esterno basso di riferimento e una seconda fase di pressione molto alta sulle fasce laterali per ritardare l’eventuale giocata di prima, costringendo gli avversari a rientrare verso il centro del campo dove si è venuta a creare densità a causa della maggior concentrazione di giocatori. La tempistica è tutto: se il giocatore di prima pressione parte con il tempo giusto, si attiverà un collaudato sistema di scalate e rotazioni in grado di coprire il campo tanto in ampiezza, quanto in profondità, con la manovra avversaria che perde un tempo di gioco ad ogni passaggio in più forzato e con i due centrali praticamente mai in pericolo di un potenziale uno contro uno contro gli attaccanti avversari.

La miglior partita della Lazio gestione Pioli: il successo per 4-0 contro la Fiorentina

Un grande esempio di difesa di squadra facilitata dall’elasticità del modulo (dal 4-3-3/4-4-2 di partenza si passa ad una sorta di 3-4-3 spurio con gli esterni bassi che si alzano a turno a seconda della porzione di campo da coprire) e che ha nella Lazio 2014/15 la miglior applicazione pratica possibile: quell’anno i biancocelesti furono al terza difesa del campionato dietro Roma e Juve (38 i gol subiti), mantenendo la porta inviolata in 14 occasioni e subendo appena una rete tra il 15 febbraio e il 12 aprile 2015, il periodo delle otto vittorie consecutive che diedero l’abbrivio per la conquista del terzo posto.

Non contano gli interpreti, ma gli automatismi delle catene laterali in fase di raddoppio e scalata, la capacità di read and react nelle situazioni di “palla libera” e la sapiente occupazione degli spazi anche solo potenzialmente attaccabili dagli avversari. Un modo di interpretare la fase difensiva che ha letteralmente esaltato le caratteristiche di Stefan de Vrij, trasformato da Pioli in uno dei migliori nel suo ruolo oltre che nel giocatore chiave per gli equilibri della retroguardia. Non è un caso che la scorsa stagione, mancando lui causa infortunio, la Lazio abbia subito ben 12 gol in più.

La crescita di de Vrij con Pioli

Palla in uscita, il perno del centrocampo e gli inserimenti per vie centrali

Il fatto che l’Inter non abbia un difensore sufficientemente tecnico in grado di costruire l’azione dal basso (a meno di non voler dare fiducia a Murillo da questo punto di vista) rende, di fatto, impraticabile l’ipotesi di una difesa a tre, quanto meno nell’immediato. È perciò ipotizzabile che, in fase di uscita del pallone, Pioli ricorra a quanto fatto nel recente passato biancoceleste, lasciando la prima costruzione a uno dei due terzini, lasciato libero di agire molto largo sulla fascia di riferimento (e con l’omologo pronto a scalare all’altezza dei due centrali) e di appoggiarsi, alternativamente, sull’esterno alto di riferimento, sulla mezzala che si inserisce alle spalle del diretto marcatore (riecco le catene di gioco con il triangolo formato dai due esterni e dall’interno di centrocampo) o, ancora, al giocatore che non può mancare mai nelle sue squadre: quello chiamato, contestualmente, a dettare ritmi e tempi di gioco, guidare il pressing sul portatore di palla avversario e coprire gli spazi lasciati liberi a seguito dell’inserimento degli interni.

Alla Lazio il ruolo era di Lucas Biglia (a Bologna, invece, Diego Perez), elemento di un Q.I. calcistico fuori dalla norma e autentico deus ex machina della manovra biancoceleste; all’Inter potrebbe toccare a Banega, ugualmente veloce di piede e di pensiero (2 assist, 26 key passes e 88% di pass accuracy in 9 apparizioni in Serie A) ma più in difficoltà nel farsi trovare tra le linee quando viene pressato; diversamente da Joao Mario, il quale, però, pecca ancora in fase di interdizione e di copertura preventiva delle linee di passaggio (appena 12 gli intercetti fin qui registrati), nonché nella capacità di scelta della giocata migliore in relazione alla singola situazione di gioco. Così come Brozovic non sembra avere i tempi e il passo perché tutto possa passare preventivamente dai suoi piedi.

Biglia, l’uomo in più del centrocampo di Pioli

Detto della difficoltà di trovare l’elemento che coniughi al meglio quantità e qualità, è indubbio che la facilità di inserimento dei centrocampisti nerazzurri potrebbe permettere all’allenatore di replicare con successo quanto fatto a Roma: vale a dire lo sfruttamento dello spazio alle spalle del centravanti che viene incontro, con l’inserimento della mezzala per vie centrali. E se per Stefano Mauri le 9 reti del 2014/15 rappresentarono la normalità di un’acclarata continuità realizzativa, le 10 marcature (più 2 assist e 28 passaggi chiave, nettamente la miglior stagione della carriera) di Marco Parolo furono il risultato della giusta intuizione di Pioli di assecondare le qualità di attacco dello spazio dell’ex parmense, abilissimo nel ricoprire il ruolo di “trequartista ombra” nelle fasi di gara (e non sono poche) in cui dal 4-3-3 si passa al 4-2-3-1 per sviluppare soluzioni alternative all’allargamento del fronte del gioco.

Superiorità numerica, attacco della profondità e il centravanti di manovra

Quello di Pioli è un calcio molto verticale, intenso e che, offensivamente parlando, richiede di “muoversi in continuazione in funzione del compagno in possesso palla per dare sempre sostegno e appoggio in modo da offrire più possibilità allo sviluppo della manovra”. Tradotto: passaggio e movimento senza palla devono avvenire quasi in simultanea, affinché il sistema delle catene possa funzionare anche nell’attacco degli ultimi 30 metri avversari.

L’Inter attuale tutto è tranne che una squadra che ha saputo fare della sincronia dei movimenti e dell’apertura di spazi da poter sfruttare per gli inserimenti il proprio punto di forza. In tal senso sarà interessante vedere come Pioli riuscirà a convincere Mauro Icardi a sacrificarsi ancor di più di quanto già non stia facendo, accentuando il suo venire a cercarsi palloni giocabili al di fuori dei 16 metri dell’area di rigore. Del resto, l’argentino è il primo vero bomber di livello internazionale che il tecnico abbia mai allenato: dall’Acquafresca dei tempi di Bologna alla premiata ditta Klose/Djordjevic, i #9 di Pioli non hanno mai segnato tantissimo, essendo maggiormente propensi a una lavoro di sponda a seguito del classico movimento a uscire. Non che Icardi non lo faccia già, ma si tratterebbe di aumentare in maniera esponenziale il numero di situazioni in cui è lui a venire incontro al centrocampista che porta palla, aprendo lo spazio per l’inserimento di una delle due mezzali.

L’inizio di stagione di Mauro Icardi

Da innescare, possibilmente, attraverso l’azione continua e costante dei due esterni offensivi, chiamati ad attaccare la profondità e alla ricerca della superiorità numerica. E se per Candreva si tratterà di un ritorno alle origini (20 gol nell’anno e mezzo di Pioli alla Lazio) di un sistema di gioco ormai mandato a memoria, la possibilità di schierare uno come Ivan Perisic (tatticamente meno anarchico del devastante Felipe Anderson versione 2014/15), consentirebbe all’allenatore di vedere nuovamente applicati quei principi di attacco dello spazio in verticale da effettuarsi attraverso le combinazioni delle due catene di gioco laterali; e, quindi, con il terzino che appoggia all’interno di riferimento che verticalizza subito nello spazio per l’esterno alto che si troverebbe nella condizione di poter puntare l’avversario diretto o di sfruttare la sovrapposizione del compagno che ha iniziato l’azione.

Individualità al servizio del gruppo e responsabilizzazione dei giovani

Due incursori a centrocampo, una punta mobile e votata al lavoro sporco, esterni offensivi rapidi, istintivi e immediati nella giocata, un giocatore di trama e ordito dal quale tutto deve necessariamente passare, un sistema difensivo in cui tutti devono fare la propria parte fin dalla partenza dell’azione nella metà campo avversaria. E ritmo, rapidità nelle proprie giocate e tempistica nel ritardare quelle avversarie in funzione degli spazi e dei tempi che sono più congeniali. Messo così il sistema di Pioli appare semplice e di immediata applicabilità. Non è così. Serviranno tempo, pazienza e un robusto lavoro psicologico sui giocatori per convincerli della bontà del nuovo progetto tattico, spronandoli a mettere le proprie individualità al servizio dell’idea di squadra. Magari provando, nel contempo, anche a dare un senso a quell’oggetto misterioso che risponde al nome di Gabigol: chissà che in lui Pioli non intraveda le stesse qualità che lo convinsero a lanciare un giovanissimo Manolo Gabbiadini (30 presenze e 6 gol nel 2012/13) o a responsabilizzare definitivamente quel Keita (in rete nell’andata del preliminare contro il Bayer Leverkusen) che oggi è la vera arma in più della Lazio.

Servirà, quindi, un gruppo unito, umile, recettivo e pronto a fidarsi della bontà delle idee del nuovo condottiero. Perché, come conclude egli stesso nella sua tesi, «è chiaro che avere a disposizione non solo bravi giocatori ma soprattutto uomini intelligenti, altruisti e ambiziosi renderà il nostro compito più semplice e sarà più facile cercare di contribuire a produrre un buon calcio, efficace e spettacolare».

 

Nell’immagine in evidenza, Stefano Pioli durante un Napoli-Lazio dell’aprile 2015 (Francesco Pecoraro/Getty Images)