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La maturità del Gallo

Il ruolo di trascinatore a Denver, la delusione del pre-olimpico, il futuro: Danilo Gallinari si racconta nel momento cruciale della sua carriera.

Di Giuseppe Matarazzo

Nello sport i giovani artisti si scontrano sempre con un prima e un dopo. Né più né meno che una spaccatura generata da situazioni, luoghi, persone: c’è Del Piero prima e dopo l’infortunio, c’è Michael prima e dopo Phil Jackson, c’è Ronaldo prima e dopo Milano. Come per lo Stephen Dedalus di Joyce, la maturità arriva a seguito di un trauma. Non ho mai realmente capito se Danilo Gallinari avesse avuto un momento netto di formazione. Otto anni fa, la prima volta che l’ho intervistato, era già uomo.

 

Mancavano un paio di mesi al draft che gli avrebbe aperto le porte dell’Nba. La tranquillità che emanava la sua voce non aveva nulla di costruito, malgrado avesse gli occhi di mezzo mondo puntati addosso. Per tutta la stagione precedente i general manager Nba – McHale in testa – lo avevano seguito passo passo nelle gare dell’Olimpia, consapevoli che il materiale era di primissimo livello ma consapevoli anche che, dall’altra parte dell’oceano, lo scetticismo in caso di una chiamata alta sarebbe stato preponderante. Bargnani era stato preso due anni prima alla numero 1, stava mettendo in piedi buoni numeri ma già la stampa cominciava a dividersi; Belinelli era finito nella versione hippy di Golden State, i Fran Vázquez di questo mondo erano solo di comparsa e l’enorme ombra di Darko Milicic ancora si proiettava su ogni scelta di matrice europea che fosse tra le prime dieci al draft.

 

«Non ho preferenze su dove o come giocare – disse allora – né mi spaventano le responsabilità. Se Milano me le ha date è perché sa che può contare su di me e, cosa più importante, crede nelle mie capacità». Uomo appunto, fatto e finito. Due mesi dopo arrivò la chiamata dei Knicks alla 6, accompagnata dai fischi del Garden per un nome che, pronunciato subito dopo quelli delle due sensazioni di Ucla Kevin Love e Russell Westbrook, suonava quasi come un affronto nella sua palese italianità. Ci vollero pochi mesi affinché l’umorale pubblico newyorkese tramutasse i fischi in applausi, mentre bastarono due anni veri (il primo fu condizionato dal brutto infortunio alla schiena) per trasformare Danilo in una pedina di scambio fondamentale per arrivare nientemeno che a Carmelo Anthony.

DENVER, CO - FEBRUARY 23: Danilo Gallinari #8 of the Denver Nuggets controls the ball against Marco Belinelli #3 of the Sacramento Kings at Pepsi Center on February 23, 2016 in Denver, Colorado. The Kings defeated the Nuggets 114-110. NOTE TO USER: User expressly acknowledges and agrees that, by downloading and or using this photograph, User is consenting to the terms and conditions of the Getty Images License Agreement. (Photo by Doug Pensinger/Getty Images)
Danilo Gallinari con la maglia numero 8 dei Denver Nuggets affronta Marco Belinelli, vecchio numero 3 dei Sacramento Kings (Doug Pensinger/Getty Images)

Oggi Gallinari è Denver, il veterano su cui fare affidamento, il professionista passato indenne tra infortuni, cambi di sistema e cambi di ruolo. Neanche una stagione di stop causata dalla rottura del crociato ha intaccato un approccio che ancora oggi manda fuori di testa allenatori, manager e compagni di squadra. Poi è arrivata Torino. La Torino del pre-olimpico in casa, la Torino di una finale persa contro la Croazia che è costata il secondo biglietto utile, l’ultimo a disposizione, per Rio.  A fare da rumore di fondo, il fastidioso panegirico sulla “Nazionale di più forte di sempre” ripetuto nelle orecchie di uno che dopo Eurobasket 2015 disse «Mi sono rotto le palle di perdere». E se quella sconfitta contro la Lituania bruciò, il k.o. contro la Croazia arde ancora dentro. Un’Olimpiade che avrebbe potuto consacrare una generazione di fenomeni, una qualificazione scappata per due volte di un soffio. «Per assurdo – confessa Danilo – l’estate passata in palestra a lavorare dopo l’infortunio è stata più facile da dimenticare. Avevo un obiettivo mirato e diretto, rientrare in campo il più presto possibile. La sconfitta nel pre-olimpico invece non ti dà la possibilità di rifarti immediatamente, devi aspettare le nuove qualificazioni ed i nuovi eventi con la Nazionale». Aspettare costa. Il destino poi ha messo il croato Simon, uno dei boia dell’Italia, nella sua Olimpia Milano. «Lasciam perdere…», chiosa. Niente. Nessuno sbottonarsi, nessun proclamo, solo silenzio e lavoro fino alla prossima occasione azzurra.

 

Fortuna che è cominciata la nuova stagione in Nba, anticipata da una preseason con numeri da capogiro ed un inizio almeno a livello personale fatto finalmente di continuità, quantità e qualità di rendimento. E magari alimentato anche da un po’ di frustrazione. «Assolutamente no», replica invece Gallinari – «sto solo bene fisicamente e questo mi facilita molto. Chiaramente riprendere a giocare con i ritmi che abbiamo qui in Nba aiuta a dimenticare o quantomeno ad accantonare le delusioni. Come ho sempre detto, siamo una squadra giovane e che può solo crescere, l’obiettivo sono i playoff. A livello personale spero di poter fare una stagione completa, senza complicazioni fisiche e poi, chissà…». I puntini di sospensione sono per l’All Star Game, lo showdown di fenomeni che Danilo ha solo sfiorato, quasi accarezzato, e che lo aspetta. È uno degli appuntamenti più attesi da mezzo mondo e da quest’anno è orfano – come lo sono almeno tre generazioni di appassionati alla prese con una terribile forma di elaborazione del lutto – di tre protagonisti che l’Nba l’hanno cambiata, dentro e fuori dal campo. «Kobe Bryant, Kevin Garnett e Tim Duncan sono tre grandi campioni. Duncan è sempre stato molto serio e professionale, Kg è il re del trash talking. Di Kobe invece non potrò mai scordare i nostri discorsi in italiano durante le partite».

 

L’impatto con Bryant fu di quelli che non si dimenticano: siamo al 3 febbraio 2009. I Lakers, con Gasol e Odom, quando vogliono alzare il livello di pallacanestro a vette inesplorate. Quella sera le triple post offense di coach Zen fu oscurata dai 61 di Kobe al Garden, accompagnati da almeno 2 canestri che sono entrati di diritto tra i 100 più belli mai segnati nella Lega delle stelle. Fortuna che il ricambio non manca. Durant è andato a far compagnia a Curry sulla baia, nuovi fenomeni del calibro di Karl Antony Towns ed Anthony Davis guardano ad un trono che al momento ha un solo Re. «LeBron. Chiaramente l’arrivo di Durant a Golden State li ha messi d’obbligo in una posizione di favoriti, ma LeBron è sempre il numero uno. Per quel che riguarda i nuovi, in effetti nelle ultime 2-3 stagioni sono entrati diversi rookies di altissimo livello, non sono solo fisicamente dominanti ma hanno anche di un tasso tecnico molto buono. Su quelli di quest’anno ancora non mi esprimo, vi dirò più avanti». La possibilità di prendersi tempo per fare paragoni e dare giudizi è una derivazione diretta delle fortune del numero otto, uno che può dire di aver già attraversato un’intera epoca Nba. Dopotutto del veterano Danilo ha la reputazione, le cifre ed il contratto: un rinnovo a 42 milioni complessivi firmato con i Nuggets nel 2012 (con un’estensione nel 2015 per altri 34) entrato ora all’ultimo anno.

DENVER, CO - JANUARY 13: Danilo Gallinari #8 of the Denver Nuggets controls the ball against Klay Thompson #11 of the Golden State Warriors at Pepsi Center on January 13, 2016 in Denver, Colorado. The Nuggets defeated the Warriors 112-110. NOTE TO USER: User expressly acknowledges and agrees that, by downloading and or using this photograph, User is consenting to the terms and conditions of the Getty Images License Agreement. (Photo by Doug Pensinger/Getty Images)
Danilo Gallinari contro Klay Thompson dei Golden State Warriors al Pepsi Center di Denver, Colorado (Doug Pensinger/Getty Images)

C’è una player option per il 2017/2018 ma è presto ancora per pensarci. Le distrazioni sono quelle positive, quella della Milano sportiva cresciuta con ed insieme a lui: l’Eurolega di Bargnani e Datome, ed ovviamente la sponda rossonera della città. «Certo che sto seguendo il Milan, sono molto carico. Adoro l’atteggiamento di Montella e dei giocatori, se tutto va per il verso giusto potremmo toglierci delle soddisfazioni. Sull’Eurolega invece devo dire che il nuovo format è molto interessante e stimolante, appena posso guardo le partite soprattutto di Milano. Comunque per adesso sono in Nba e conto di restarci il più a lungo possibile».

 

L’intervista finisce, la sensazione di ritrovarsi di fronte uno specimen mentale prima ancora che tecnico è uguale a 8 anni fa. «Danilo è un ragazzo estroverso e simpatico, prima di tutto però ha una maturità infinita» è la chiosa di chi di chi lo conosce bene. Peppe Poeta, compagno ed amico di vecchia data, ha condiviso con lui molte esperienze azzurre, non ultima la delusione di Torino. «Danilo ha una testa che associata al suo talento lo rende uno dei 10 migliori europei in Nba. La cosa che più sorprende di lui è che ha sempre tutto sotto controllo, sia dentro che fuori dal campo. Insieme alla sua umiltà è la sua vera forza. Se lo conosco bene credo che la sconfitta al pre-olimpico ancora non l’abbia digerita, è stata una batosta per lui come per tutti noi. Ci tenevamo tantissimo. Non vincere lo secca molto. Tutto questo sarà ulteriore benzina per sé stesso, per l’Nba per le future estati in Nazionale».

 

Nell’immagine in evidenza, Danilo Gallinari con la maglia della Nazionale, lo scorso luglio (Marco Bertorello/AFP/Getty Images)