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Ultimo tango a L.A.

Cosa serve ai Los Angeles Clippers perché non siano "i soliti Clippers", nella stagione che, forse, rappresenta l'ultima occasione per vincere.

Di Francesco Arrighi

La stagione dei Los Angeles Clippers era iniziata nel migliore dei modi, con un 14-2 che valeva la prima piazza nella competitiva Western Conference, e un sistema di gioco convincente. Quando però hanno perso tre partite consecutive tra il 25 e il 29 novembre, molti commentatori improvvisamente sono tornati a sghignazzare dei “soliti Clippers”, inconcludenti e destinati a squagliarsi alle prime avversità. In realtà, basta un’occhiata al calendario per rendersi conto che, da ottobre a oggi, i Clippers hanno avuto due giorni di riposo consecutivi una sola volta. La spiegazione di questo brusco calo va ricercata dunque nella mancanza di riposo e allenamento, anche perché, di quelle prime 16 gare, ben 10 sono state disputate in trasferta. Peraltro, L.A. ha subito dato un segnale di riscossa, sbancando agevolmente la Quicken Loans Arena di LeBron James e dei suoi Cleveland Cavs.

Indipendentemente dal record contingente (al momento di scrivere, 16-6), chi ricorda l’Nba di dieci o quindici anni fa sa quanta strada hanno fatto i Clippers per arrivare dove sono. Billy Crystal (unico supporter celebre dei bianco-blu da tempi non sospetti, nonché protagonista di Forget Paris, commedia cult per chi ama l’Nba degli anni novanta) ci consiglierebbe di riavvolgere il nastro, per scoprire che fino a pochi anni fa la locuzione “soliti Clippers” sottintendeva mediocrità assoluta, e non un’eccellenza che stenta a spiccare definitivamente il volo. Essersi consolidati come una formazione credibile ad alto livello è un risultato non scontato per un’ex franchigia-barzelletta, sbertucciata da tutti.

Memphis Grizzlies v Los Angeles Clippers

Parliamo dei tempi (nemmeno così lontani) in cui l’allora proprietario Donald Sterling, seduto in prima fila assieme al suo entourage, si permetteva di urlare alla propria superstar Baron Davis: «Fai schifo ai liberi, sei il peggior tiratore di liberi di sempre!». Quest’aneddoto è stato raccontato da Blake Griffin e, per la cronaca, il mitico Barone in quel momento segnava dalla lunetta con oltre l’80%. Non si tratta di un’uscita estemporanea, ma di un costante dileggio cui Sterling sottoponeva i suoi dipendenti, mentre il Commissioner David Stern e i media giravano la testa dall’altra parte. Almeno fino alla famigerata telefonata pubblicata dal sito scandalistico TMZ, in cui Donald Sterling chiedeva alla fidanzata di non portare gente di colore alle partite della sua squadra.

Ignorare Sterling divenne impossibile, e così l’Nba si attivò per costringerlo a cedere la franchigia all’attuale proprietario, Steve Ballmer, ex Ceo di Microsoft. È ironico che questo passo (doveroso, certo, tuttavia tardivo) sia giunto quando Sterling aveva iniziato a comportarsi come un proprietario Nba (quasi) normale, allestendo un roster competitivo (complice la stessa National Basketball Association, che nell’estate del 2011 di fatto gli offrì su un piatto d’argento Chris Paul) e affidando la realizzazione del nuovo centro d’allenamento al rinomato studio Rossetti, già noto per aver disegnato, tra gli altri, l’Arthur Ashe Stadium dello US Open di tennis e il TD Garden di Boston.

I comportamenti e le vedute di Sterling erano noti nei circoli Nba, ed è triste pensare che sia occorso quest’incidente per costringere i vertici dell’Olympic Tower a prendere provvedimenti. Sterling acquistò i Clippers a inizio anni Ottanta imitando Jerry Buss, che aveva comprato i Los Angeles Lakers da Jack Kent Cooke nel 1979. Sterling (nato Donald Tokowitz, laurea in legge e una carriera costruita con gli affari immobiliari) spostò la franchigia da San Diego a Los Angeles, interpretandola come una forma d’intrattenimento personale, lisciandosi l’ego con le interviste ed esibendo i giocatori alle feste, un po’ come i radical chic, che, per provare il brivido del selvaggio, invitavano le Pantere Nere ai loro party in qualche attico dell’Upper West Side newyorchese. In 33 anni targati Sterling, i Clips hanno affrontato i Playoffs solo 6 volte, mentre non mancano aneddoti su stipendi pagati in ritardo e giocatori promettenti lasciati andare allo scadere del contratto da rookie perché non c’era la volontà d’investire un centesimo. Per anni i Clippers si sono allenati in strutture non all’altezza (fino al 2008 usavano lo Spectrum Club, una normalissima palestra aperta al pubblico) e l’intero staff della franchigia ha sempre lavorato con contratti annuali.

Toronto Raptors v Los Angeles Clippers

Con il rubicondo Steve Ballmer alle redini, i Los Angeles Clippers hanno definitivamente cambiato pelle, completando un percorso intrapreso dall’arrivo di Chris Paul, l’uomo che più di tutti ha trasformato la cultura sportiva della franchigia, e da Doc Rivers, l’allenatore capace di architettare un’ottima difesa (che quest’anno concede appena il 43,5% e il 36,1% da tre) e di dare credibilità al progetto, sgombrando l’orizzonte dall’ombra ingombrante dei cugini giallo-viola, che ha sempre fatto sentire i Clippers “figli di un dio minore”. Reduce da un 2015/16 di luci e ombre, e condizionato da un salary cap che non consente grandi spazi di manovra, il plenipotenziario Rivers ha conservato il nucleo storico di Los Angeles, muovendosi sul mercato in cerca di giocatori da rotazione a basso prezzo. L’allenatore campione Nba 2008 cavalca un quintetto base di rara efficacia, mentre il problema storico dei Clippers – la produzione della second unit – resta un’incognita appesa agli exploit realizzativi di Jamal Crawford e agli spunti di Austin Rivers, Raymond Felton e dei veterani Mo Speights e Paul Pierce.

Il quintetto formato da Chris Paul, J.J. Redick, Luc Mbah-a-Moute, Blake Griffin e DeAndre Jordan è titolare di un net rating (il differenziale tra il rating offensivo e quello difensivo) pari a 20,7, superiore al 12,9 del quintetto base di Golden State. Purtroppo, però, dietro agli starters c’è troppo poco, e questo costringe lo staff tecnico a cavalcare i titolari troppo a lungo (al momento di scrivere L.A. ha schierato il quintetto per 399 minuti, contro i 237 dei Dubs di Oakland). È evidente che una simile disparità in termini di risorse rispetto alla diretta concorrente di Division implica un alto tasso di consunzione degli interpreti principali, costretti a fare gli straordinari già a novembre solo per stare al passo con formazioni più profonde. È una situazione che presenterà il conto ai Playoffs, quando lucidità e condizione fisica faranno tutta la differenza del mondo (ne sa qualcosa proprio Golden State, che l’anno scorso ha pagato cari gli sforzi compiuti in Regular Season per conquistare il miglior bilancio di sempre), senza dimenticare che i Cavs potranno costeggiare la regular season e i Playoffs della Eastern Conference fino alle Finals, mentre chiunque uscirà vincente dalla tonnara dell’Ovest sarà inevitabilmente più stanco.

La vittoria dei Clippers alla Quicken Loans Arena di Cleveland

Perché il 2017 abbia un esito diverso dalle stagioni precedenti, sarà vitale trovare una rotazione affidabile, perché cavalcare gli starter per assicurarsi il fattore campo servirebbe a poco, se poi si arriva ai Playoffs con Griffin e Paul infortunati o spremuti come limoni. Doc Rivers di recente ha iniziato a dosare l’impiego dei suoi uomini in stile Popovich. Blake Griffin è stato sostituito in quintetto da Pierce nella dolorosa sconfitta al doppio supplementare contro i Brooklyn Nets (condita dall’espulsione di un iracondo Rivers), mentre contro i Pelicans il turno di riposo è toccato J.J. Redick. Proprio la reazione dopo le sconfitte contro Pistons, Pacers (sia ad Indianapolis che a Los Angeles) e Nets rende chiaro che qualcosa è cambiato nella testa dei Los Angeles Clippers: la squadra è rimasta sul pezzo, ha fatto a fette Cavs e Pelicans senza cali di tensione, giocando due partite solide, senza nervosismi e gestendo i momenti della partita. La vulgata vuole che Chris Paul sia un leader troppo duro ed esigente, o che Blake Griffin sia una stella costruita, e che dietro a muscoli e schiacciate ci sia poco, ma chi segue la Lob City riconosce al volo l’impatto dei due All Star sul resto del roster che, a sua volta, ha risposto presente.

Doc Rivers esegue un playbook formato dai classici set offensivi Nba che richiedono buoni fondamentali e capacità di reagire in fretta se l’opzione A viene bloccata dalla difesa. A volte Los Angeles ricasca nell’antico vizio di spezzare il flusso dei passaggi, ritrovandosi a stagnare in uno sterile possesso perimetrale che sfocia in attacchi emergenziali di tipo “ISO”, ma, nel complesso, Paul e compagni non hanno problemi a mettere punti a referto. C’è la classica giocata a due sul lato, con Paul che passa a Griffin all’altezza del prolungamento della linea del tiro libero, per poi tagliare e ricevere a sua volta in post basso, c’è il classico doppio blocco per Chris Paul (la chiamata è “forty-five”) e le soluzioni in uscita dai blocchi per Redick (come gli “screen flare”), oppure ancora il buon vecchio “twenty-one” sul lato.

 

Il quintetto ideale di L.A. schiera due cecchini assai poco temibili come il centro texano DeAndre Jordan (ha segnato 86 tiri al ferro, e solo 4 da un metro e mezzo o più) e l’ala camerunense Luc Mbah-a-Moute. Entrambi sono difensori formidabili che hanno imparato a essere efficienti (Jordan tira con il 64% dal campo, Mbah-a-Moute vanta il 40% da tre) e a punire le difese che non fanno scattare la pre-rotazione, tagliando forte a canestro sul blocco o dal lato debole. Completa il quintetto J.J. Redick, e sono lontanissimi gli esordi in quel di Orlando, quand’era esclusivamente uno specialista del tiro; in questi anni trascorsi sotto al sole della California, Redick è maturato in un cestista a tutto tondo. L’ex Duke difende di squadra e ha imparato a usare le proprie doti balistiche (con il 48,1% dal campo, 46,2% da tre e 90,6% dalla lunetta, è molto vicino al club del 50-40-90 che costituisce l’eccellenza assoluta) come specchietto per le allodole, prendendo in controtempo il difensore in recupero per attaccare il canestro dal palleggio, oppure limitandosi a sostare in angolo, costringendo la difesa ad allargarsi, e quindi creando spazio per i compagni.

Di recente l’ottimo Adam Mares ha scritto su Vice a proposito della “forza gravitazionale” di J.J., che toglie dall’equazione un difensore, costantemente concentrato su Redick e spesso impossibilitato a fare quell’aiuto-e-recupero indispensabile nelle difese “shell” moderne. Non doversi preoccupare dell’aiuto dal lato debole è un bel vantaggio per giocatori senza tiro come DeAndre Jordan e per Luc Richard Mbah-a-Moute, e allo stesso tempo, rende più semplice la vita alle sue due superstar. Tacciati d’essere una formazione con poco tiro, i Clippers di fatto schierano in quintetto tre esterni con almeno il 40% da dietro l’arco (Paul, Redick e Mbah-a-Moute) e due lunghi bravi a finire nel verniciato. I bianco-blu non possono vantare l’attacco frizzante e divertente di altri club, e infatti servono appena 22,3 assist a partita (dodicesimi Nba), ma sono la sesta miglior squadra per quanto riguarda le palle perse (solo 12,9) e sono secondi per palle rubate (9,0).

 

La nota dolente, come anticipato, è la second-unit. Per mescolare le carte, Rivers sta sperimentando un quintetto con doppio playmaker (Paul e Felton), mentre l’eterno Jamal Crawford continua a fare il suo (12 di media, con il 40,8%) in uscita dalla panchina. È poco per una squadra che ambisce a giocare fino a giugno, e un eventuale salto di qualità di uno tra Austin Rivers, Raymond Felton o addirittura Alan Anderson, sarebbe accolto dallo staff tecnico come un’autentica e insperata manna.

Non si può parlare dei Clippers senza dedicare almeno qualche riga ai due demiurghi che determinano i destini del club, nel bene (la vittoria al primo turno contro gli Spurs campioni in carica nel 2015) e nel male (una leadership non sempre sicura, e qualche passaggio a vuoto nei momenti topici): parliamo naturalmente di Chris Paul e Blake Griffin. Blake, ala forte di clamorosa potenza e atletismo, è reduce da una stagione a base di disavventure e infortuni, che l’ha costretto a guardarsi allo specchio e rimettere ordine nella propria esistenza professionale e privata. La critica si concentra spesso sulla sua brutta meccanica di tiro (non è un fatto estetico: Blake spezza il movimento tra salto e tiro, spesso scoccandolo mentre già ricade, anziché in fase ascendente, e questo impatta sulle sue percentuali), ma quel che conta davvero è l’equilibrio tecnico e psicologico, ed è l’unica, autentica discriminante tra qualche All-Star Game passeggero e la gloria riservata a chi conquista il titolo. Per vincere, Griffin dovrà usare il suo ragguardevole arsenale tecnico in modo efficiente, come quando cattura un rimbalzo e conduce la transizione palleggiando con eleganza, oppure quando usa muscoli e coordinazione per ricevere e finire a canestro in modo dinamico.

Portland Trail Blazers v Los Angeles Clippers

Il one-two punch di Los Angeles si completa con Chris Paul. L’uomo da Wake Forest non sarà mai un leader accomodante ma, a trentun anni, sembra aver finalmente raggiunto l’equilibrio tra le sue straordinarie doti tecniche (17,8 punti di media con il 45,6%, 2,5 rubate e 9,1 assist, senza cedere un millimetro in difesa) e il talento naturale da “generale in campo” che fa di lui il miglior playmaker puro in circolazione su ventotto metri di parquet, e pazienza se ogni tanto non le manda a dire.

Impossibile sapere a dicembre se, in giugno, questi Clippers agguanteranno il primo titolo della loro tormentata storia: sarebbe una sorpresa clamorosa, almeno quanto il titolo vinto dai Dallas Mavs nel 2011, e sarebbe un epilogo da favola per The Truth, al secolo Paul Pierce, giunto all’ultima stagione di una carriera strepitosa. Nel 2017 Griffin e Paul potranno uscire dai rispettivi contratti, e quasi certamente lo faranno, per monetizzare le opportunità di guadagno offerte dal nuovo contratto collettivo. Allo stato delle cose, ci sembra viceversa improbabile che Griffin decida di tornare nel natio Oklahoma per giocare con Russell Westbrook, o che Chris Paul risalga metaforicamente sulla famigerata banana-boat per costruire l’ennesimo super-team targato LeBron. Inevitabilmente però, parlare di scadenze contrattuali aggiunge pepe alla missione della squadra, perché il ricordo della vicenda di Kevin Durant con OKC è ancora fresco, e insegna che nell’Nba odierna è meglio non dar nulla per scontato. Per togliersi ogni dubbio, ai Clippers resta una sola cosa da fare: vincere.