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Teoria e tecnica del difensore centrale

Probabilmente è il ruolo che è cambiato di più nel tempo. Oggi un centrale non è più passivo, anticipa la giocata, è fisicamente diventato più simile agli altri calciatori.

Di Daniele Adani

Roccioso, generoso, invalicabile. È tempo di aggiornare gli aggettivi che accompagnano il ruolo del difensore centrale. Che è oggi diventato protagonista delle partite di calcio, anche se ancora questa centralità non gli è stata del tutto riconosciuta né dagli addetti ai lavori, né dagli appassionati.

Ai tempi del “roccioso” il difensore reagiva semplicemente al movimento dell’attaccante. Oggi, anticipando la reazione altrui, effettua un’azione e costringe l’attaccante a reagire, invertendo così i compiti del passato e distruggendo il cliché. L’avversario è quindi costretto ad adeguarsi, davanti al grande difensore che ha spesso onore, e onere, della prima mossa. Il duello tra i due è prima di tutto una battaglia di pensiero, una guerra psicologica. Uno si muove, l’altro reagisce, uno esegue uno spostamento oppure finge un movimento, l’altro si adegua, ma è grazie alla strategia che oggi il difensore centrale partecipa alla manovra nello stesso modo in cui ci partecipa un attaccante. Non è più o non è solo un elemento che si comporta di conseguenza all’azione dell’attaccante o della fase offensiva avversaria: è lui a orientare davvero la giocata.

È il mondo capovolto. Ed è un’evoluzione che parte da lontano. Negli Anni Ottanta i difensori non erano, nei movimenti, legati tra loro, avevano ruoli ben definiti all’interno del reparto: i marcatori che toglievano estro e fantasia, cercando di limitare i giocatori offensivi, il libero che poteva essere centrocampista aggiunto e doveva essere un “ripulitore” di palle sporche nello spazio, palle che uscivano dai duelli individuali dei marcatori. A volte si avevano degli esterni, dei terzini fluidificanti che interpretavano la loro partita lungo la corsia cercando di crossare bene, parzialmente incuranti però di quel che accadeva nei duelli a cui partecipavano i loro colleghi.

Oggi la prima caratteristica di un buon difensore è saper pensare nello stesso modo dei propri compagni di reparto. Ecco il primo aspetto dell’evoluzione del difensore di oggi rispetto a quello di trent’anni fa. Nel calcio moderno, il difensore ha parametri fisici, organici, di forza, di intensità uguali, o che si differenziano poco dall’esterno, dal centrocampista, dalla punta. È un atleta che non sta più in disparte, slegato dalla squadra, ma sale, accompagna, ricopre più metri in campo, lo fa scivolando sugli esterni, muovendosi in generale molto di più: ed è sempre coinvolto nella manovra. Non è per lui sufficiente, quindi, solo contenere, togliere riferimento al suo diretto avversario e osservare cosa fanno i suoi compagni predisposti all’azione offensiva, ma vive i 90 minuti della partita, ogni situazione, ogni zona, in maniera mentalmente e fisicamente attiva.

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Un tempo il calciatore era meno atleta, e all’interno di una squadra di calcio il difensore viveva di alcuni aspetti situazionali che gli consentivano, grazie a un ritmo di gioco generalmente inferiore rispetto a oggi, di avere più tempo per riposare. Tattica e ritmo (“squadra corta” non è un concetto astratto) lo costringono, invece, a vivere in maniera attiva ogni fase della gara: a essere legato al centrocampo, a partecipare maggiormente alla manovra, a prendersi nuovi compiti di costruzione di gioco. Lo studio della strategia, la volontà di costruire la manovra in maniera differente, abbinata alla crescita della parte atletica, fanno del difensore il primo attaccante, perché è lui il primo a far partire l’azione.

Tuttavia, nel momento in cui effettua la trasformazione, non smette di essere l’ultimo uomo in campo ed è costretto a pensare in maniera pessimistica, anche quando la palla è lontana da lui, anche pochi secondi dopo il suo passaggio. Il compito del difensore non termina più con una chiusura, ma con un inizio di manovra successiva.  È richiesta attenzione altissima, visto che la palla scaricata può essere subito persa da un compagno.  Il primo scopo del difensore che sale è costringere l’attaccante a fare fatica: non quello di metterlo in fuorigioco (una conseguenza naturale), ma di allontanarlo dalla porta, forzarlo a una nuova eventuale azione che parte da un punto più lontano. Respingerlo.

L’evoluzione del difensore, diventato molto più pensante, lo porta non solo a giocare in funzione dell’avversario ma a valutare la vera variabile, la palla. Lei è la bussola, orienta, e determina il comportamento di un giocatore all’interno di un reparto, e del reparto stesso. Stimola la ricerca continua di movimenti preventivi e strategici, porta a contrastare l’avversario anche quando non c’è duello diretto, chiede continuamente nuove posizioni da ottenere con letture ragionate, operate sempre in funzione di essa. Comanda, condiziona, costringe all’adeguamento. Prima percepisci la traccia che andrà a percorrere, prima diventi più condizionante e meno condizionato.

Non ci si improvvisa difensore centrale, è un ruolo che richiede specificità uniche. Può interpretarlo chi ha cultura che viene da lontano, che possiede caratteristiche tecnico-tattiche e ha interiorizzato movimenti che prova da sempre e che ha costruito col tempo: seguire i tagli degli avversari, porsi con la postura giusta dei piedi e del corpo magari per anticipare una corsa all’indietro, assorbire un inserimento, una marcatura preventiva: sono tutte situazioni di gioco che, se trascurate soltanto qualche anno, richiedono tempo per rientrare in circolo.

Sweden's forward Zlatan Ibrahimovic (L) vies with Italy's defender Andrea Barzagli during the Euro 2016 group E football match between Italy and Sweden at the Stadium Municipal in Toulouse on June 17, 2016. / AFP / PASCAL GUYOT (Photo credit should read PASCAL GUYOT/AFP/Getty Images)
Andrea Barzagli affronta Zlatan Ibrahimovic durante una gara di Euro 2016 (Pascal Guyot/Afp/Getty Images)

Il difensore centrale moderno, dal punto di vista dello stress, è anche il ruolo più complicato. Oggi si domanda, con troppa facilità, ai centrocampisti di svolgere i compiti del difensore, ma sono probabilmente soltanto due i giocatori che, da un punto di vista mentale, possono ricoprire il ruolo ad altissimo livello: De Rossi in Italia e Mascherano in Europa. Possiedono virtù innate che gli consentono letture individuali originali e efficaci. Straordinarie eccezioni. Ma eccezioni, appunto.

E straordinarie sono le qualità del difensore, che si possono cogliere solo se gli si presta davvero attenzione, evidenziando come in realtà è complicato valutarne i suoi aspetti. Pensando, ad esempio, al valore che si dà a un tackle scivolato ci si accorge che spesso è un rimedio a una lettura precedente tardiva, e si deduce che sarebbe bastato un comportamento adeguato lontano dalla palla, anche di due, tre passi effettuati meglio e prima a evitare il gesto. Una mossa in anticipo cambia tutto. Rende superflua la chiusura in extremis, quella che strappa, tuttavia, l’applauso del pubblico e l’elogio di tanti addetti ai lavori. Ma il bravo difensore si muove a tempo, il suo pensiero anticipato lo porta al posto giusto nel momento giusto. Queste scelte straordinarie non hanno l’effetto spettacolare di un tiro al volo in perfetto equilibrio, ma hanno lo stesso valore e sono più complicate, perché vissute galleggiando per novanta minuti sul sottile filo tra l’errore che compromette una partita e la cosa giusta.

ALICANTE, SPAIN - NOVEMBER 13: Raheem Sterling of England is faced by Gerard Pique of Spain during the international friendly match between Spain and England at Jose Rico Perez Stadium on November 13, 2015 in Alicante, Spain. (Photo by Mike Hewitt/Getty Images)

Piqué affronta Sterling durante un’amichevole tra Spagna e Inghilterra (Mike Hewitt/Getty Images)

È necessario, infine, ricordare una cosa fondamentale: il difensore è entrato nella modernità del gioco da protagonista, ma non può scordarsi ciò che è sempre stato: l’uomo che deve impedire all’avversario di segnare il gol, che è il centro di tutto. Il suo duello senza tempo nell’area di rigore con l’attaccante rimane la sfida più affascinante del fútbol. Quei due rettangoli, agli estremi del campo di gioco, sono il luogo dove si diventa davvero grandi. Il difensore deve sapersi distinguere in area di rigore, dove non sono concessi errori, dove non c’è prova d’appello. Deve capire quando in area va presa la marcatura, quando temporeggiare, accompagnare, ritardare la conclusione, come mettere il corpo tra avversario e porta, come adeguarsi al guizzo del talento avversario. Deve vincere il duello. Ora come allora. La sottile linea rossa che accompagna la storia del difensore, dagli albori fino ad oggi, ti porta, sempre, al magico luogo dell’area.

Tratto dal numero 13 di Undici.