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2017: Odissea tattica

Come è cambiata, e sta cambiando, la Serie A tatticamente: verso un'idea più proattiva e meno speculativa del gioco, in controtendenza rispetto al resto d'Europa.

Di Alfonso Fasano

Lo scorso 14 ottobre, Edoardo Dalmonte pubblica su Espn un pezzo sul disastroso avvio dell’Inter di de Boer. È l’occasione per una riflessione storica e circostanziata sull’evoluzione tattica della nostra Serie A: «Il progetto del tecnico olandese è una vera e propria lotta per imporre questo tipo di calcio. Eppure, la storia del campionato italiano dimostra che preferire uno stile offensivo, o comunque basato sul possesso palla, raramente garantisce uno scudetto a maggio. È una realtà, documentata per esempio dalle ultime rivali della Juventus, ovvero Napoli e Roma. Oppure dal fatto che l’ultimo titolo di una squadra costruita per giocare il cosiddetto calcio-champagne sia stato quello del Milan, nel 2004. Tra l’altro, l’unico scudetto di Ancelotti in Italia. Pure il suo maestro Arrigo Sacchi, un altro cultore del gioco d’attacco, ha vinto una sola volta la Serie A. È una coincidenza che il suo successore Fabio Capello – di idee più difensiviste – abbia vinto quattro campionati su cinque?».

L’analisi di Dalmonte è condivisibile. Realistica e storicamente verificata, almeno fino alla lettura dell’albo d’oro. Però basta riavvolgere il nastro del 2016 appena finito, per andare oltre. E per accorgersi che la Serie A sta vivendo un momento di mutamento, un passaggio verso un’idea più proattiva e meno speculativa del gioco. Proprio mentre il resto d’Europa sta forse vivendo un ristagno, un ritorno al passato.

FLORENCE, ITALY - DECEMBER 22: Paulo Sousa manager of ACF Fiorentina shouts instructions to his players during the Serie A match between ACF Fiorentina and SSC Napoli at Stadio Artemio Franchi on December 22, 2016 in Florence, Italy. (Photo by Gabriele Maltinti/Getty Images)

Paulo Sousa mentre istruisce i propri giocatori durante la gara di Serie A tra Fiorentina e Napoli (Gabriele Maltinti/Getty Images)

La “rivoluzione italiana” è una naturale evoluzione della grande cultura tattica del nostro movimento, ma forse anche una necessità. Questa considerazione è stata espressa da Blair Newman in un articolo pubblicato un anno e mezzo fa sul Guardian. L’oggetto del pezzo è la grande stagione (2014/2015) dei club italiani nelle coppe europee: «La tattica è una possibilità per sovvertire la banalità del calcio moderno, permettendo alle squadre con meno possibilità finanziarie di ambire, di tanto in tanto, a grandi successi. In questo senso il calcio italiano è in una posizione relativamente forte, anche perché oggi le idee costano molto meno di nuovi giocatori. La Serie A non può più essere la prima, la seconda o addirittura la terza scelta per i giocatori d’élite, ma continua a rimanere un luogo di grande ispirazione tattica».

Fiorentina-Napoli 3-3

Le idee migliori non vengono dalla ragione,
ma da una lucida, visionaria follia.

Erasmo da Rotterdam

Una delle ultime partite del 2016 è stato un assoluto benchmark tattico e spettacolare per la Serie A, ma pure la tappa di un doppio percorso sperimentale, quello iniziato da Sousa a Firenze e quello che Sarri ha impiantato a Napoli. Già l’ultimo precedente, nel febbraio scorso, venne raccontato da As come «un’esibizione in cui le due formazioni hanno confermato di praticare il gioco più spettacolare del Belpaese». Nel frattempo le due squadre sono cambiate – e hanno vissuto periodi difficili, soprattutto nel rapporto triangolare col calciomercato e i giudizi delle rispettive tifoserie -, ma non è mutato l’approccio dei due allenatori, che vive sulla ricerca di un calcio equilibrato ma proattivo, comunque legato a idee fondamentali, fisse. Ovvero, il controllo dei ritmi del match e degli spazi in campo, quindi della partita, attraverso la gestione del pallone.

L’espressione di queste idee è ovviamente variabile, ed  è legata più a dei principi di gioco riconoscibili che ai moduli con cui i giocatori si dispongono in campo. Soprattutto nel caso della Fiorentina, il 4-3-3 o il 3-5-2 sono solo una conseguenza delle caratteristiche dei giocatori a disposizione e (a volte) di quelle degli avversari. Lungo tutta la sua esperienza con Sousa, la viola si è distinta per una grande versatilità tattica, per un camaleontismo di schemi. Per il vasto campionario di moduli conosciuti e praticati, da cui poter pescare l’abito migliore per ogni partita senza modificare le caratteristiche base: possesso difensivo, intensità nel pressing, compattezza tra le linee e gioco verticale nella metà campo avversaria. Tutto questo ha rappresentato una grande novità per la Serie A.

fiorentina

Le due partite in alto sono riferite alla scorsa stagione, le due in basso a quella in corso. La Fiorentina si trasforma in campo con estrema facilità, passando dalla difesa a tre a quella a quattro con naturalezza. Spesso, questo cambiamento di modulo avviene anche durante la stessa partita (come raccontato anche nell’analisi tattica di Fiorentina-Roma su TheseFootballTimes).

I viola rappresentano l’esperienza tattica meno dogmatica dell’intero campionato, eppure hanno un’identità definita. La leggi nei numeri: Sousa ha costruito una squadra votata al possesso palla (554 passaggi di media a partita tra l’ultimo campionato e quello in corso, solo il Napoli ha una quota più alta) e alla costruzione dal basso; la Fiorentina utilizza molto la conclusione da fuori area (8 gol arrivano oltre i sedici metri, cifra record per la stagione in corso) e cerca di sfruttare al meglio, soprattutto nella ricerca della profondità, la qualità di Kalinić nella lettura degli spazi. Il fallo da cui nasce la punizione che porterà all’1-1 di Bernardeschi nel match contro il Napoli è un perfetto esempio dell’applicazione di tutti questi principi di gioco. È una somma che definisce la squadra.

Possesso basso per far alzare la linea di pressione del Napoli, Bernardeschi retrocede nell’halfspace tra difesa e centrocampo (sguarnito) e Kalinić si infila alle spalle di Maksimović. Che non può fare altro che buttarlo giù per fermarne la corsa.

Dall’altra parte del campo, il Napoli. Probabilmente, l’espressione tattica e spettacolare più forte e riconoscibile della Serie A. Tanto da non apparire italiana, e quindi suscitare ammirazione ed elogi persino da parte di un pubblico con una visione molto critica del nostro background calcistico. I giornalisti di As, all’indomani della vittoria sul campo del Benfica, in Champions League, hanno raccontato così la squadra di Sarri: «Il Napoli si esprime attraverso un calcio d’attacco, veloce, con tanto controllo di palla. Una contraddizione per la tradizione e la cultura calcistica italiane».

Differentemente dalla Fiorentina, il Napoli esplica i suoi principi di gioco attraverso un solo schema, quello più congeniale alle caratteristiche dei suoi giocatori. È un 4-3-3 che si trasforma in 4-5-1 in fase difensiva, ed è l’espressione di un’idea fondamentale: la squadra disposta in campo per possedere le partite. Questa definizione “racchiude” i due concetti chiave dell’idea di Sarri: la gestione della palla e il predominio degli spazi tramite ritmo alto e superiorità numerica nella zona dove si svolge il gioco, in fase attiva quanto in fase passiva. Il Napoli cerca di recuperare il pallone il prima possibile; poi, esattamente come la Fiorentina di Paulo Sousa, utilizza il possesso  in chiave difensiva, per riorganizzarsi e poi risalire armonicamente il campo.

FLORENCE, ITALY - DECEMBER 22: Maurizio Sarri manager of SSC Napoli shouts instructions to his players during the Serie A match between ACF Fiorentina and SSC Napoli at Stadio Artemio Franchi on December 22, 2016 in Florence, Italy. (Photo by Gabriele Maltinti/Getty Images)

La differenza sta nello sviluppo successivo della manovra, teso a sfruttare la maggior qualità assoluta dei suoi calciatori, le loro skills: capacità di trattare la palla, rapidità nello stretto, lettura preventiva degli spazi. Con calciatori come Hamsik, Mertens, Callejón e Insigne, più Higuaín lo scorso campionato, Sarri ha scelto di costruire una squadra compatta, cortissima e altissima in campo (contro la Fiorentina, baricentro a 54 m, lunghezza media di 29 m e larghezza di 30), in grado di portare molte conclusioni alla porta avversaria. Il Napoli è la squadra che tira più volte a partita in Serie A (17,7), ha saputo rinnovare il suo modo di costruire la manovra offensiva nonostante l’addio di Higuaín e l’infortunio successivo di Milik. L’utilizzo di Mertens come prima punta e i risultati delle ultime partite dimostrano come le idee del tecnico producano un calcio spettacolare, che prescinde dagli interpreti. E che riesce comunque a essere equilibrato: il Napoli, in difesa, subisce 9,7 conclusioni a partita. Solo la Juventus ha un rendimento migliore, con 8,2 tiri in porta concessi per match.

Possesso palla ragionato, interscambio di posizione tra Hamsik e Mertens. Insigne converge al centro del campo per aumentare la densità in zona palla, la difesa della Juventus resta piatta e non riesce a leggere in tempo l’inserimento di Callejón. Che però è solo una parte dello schema, la variabile impazzita – e che in questo caso funziona. Al momento del lancio di Insigne, infatti, ci sono due soluzioni di passaggio pulite: Hamsik che fa il contromovimento e Mertens largo a sinistra. Manifesto del possesso posizionale di Sarri. L’altra opzione quando al Napoli non riesce questo o questo.

Tendenza proattiva

Si può resistere all’invasione degli eserciti,
ma non a quella delle idee.

Victor Hugo

Il Napoli di Sarri e la Fiorentina di Sousa praticano il gioco più fresco e postmoderno del campionato, e in qualche modo rappresentano l’evoluzione tattica della Serie A ad altissimi livelli. Sono due rappresentanti di un gruppo di squadre, sempre più ampio, che tendono a essere dominanti in campo attraverso un calcio propositivo, di controllo. Un club tattico che si è affermato nel 2016, e di cui fa parte anche la Roma. Spalletti ha modellato i giallorossi secondo criteri diversi in riferimento alle due stagioni a cavallo dell’anno appena terminato. Se la prima parte è stata costruita su un 4-3-3 spurio ma difficilmente alterabile, utilizzato in modo da sfruttare le grandi qualità dei due esterni d’attacco e la superba regia offensiva del centravanti finto-aggregativo Perotti, il nuovo campionato ha saputo offrire una Roma in grado di cambiarsi d’abito più volte lungo il cammino. Anche durante la stessa partita, se necessario.

La squadra giallorossa passa dalla difesa a tre a quella a quattro nel corso dei 90′ – come la Fiorentina di Sousa -, poggia molto sul lavoro degli esterni cosiddetti “bassi” (Bruno Peres ed Emerson, con 18 e 17 key passes, sono il quarto e il quinto terzino della Serie A per occasioni create) e riscrive due concetti fondamentali della prima Roma spallettiana: il centravanti utilizzato come terminale offensivo e, insieme, come fonte di gioco (Džeko aggiunge 21 occasioni create ai 13 gol stagionali) e gli inserimenti in avanti dei centrocampisti, primo tra tutti Nainggolan (36 conclusioni tentate verso la porta e 23 occasioni create).

AS Roma's coach Luciano Spalletti looks on during the Italian Serie A football match between Juventus and As Roma on December 17, 2016 at the Juventus Stadium, in Turin. / AFP / MARCO BERTORELLO (Photo credit should read MARCO BERTORELLO/AFP/Getty Images)

Luciano Spalletti prima del match tra Juventus e Roma (Marco Bertorello/Afp/Getty Images)

La Roma è un esempio perfetto di duttilità rispetto all’interpretazione di un modulo tattico. Spalletti, pur mantenendo sempre una certa elasticità di schemi (come visto sopra), non si è mai discostato troppo dalla disposizione più utilizzata nel nostro campionato – il 4-3-3. Eppure, da una stagione all’altra, ha completamente modificato i principi di gioco della sua squadra: nel 2015/2016, la Roma era una tutta tesa al possesso palla (media di 417 passaggi corti riusciti per match, solo Napoli e Fiorentina hanno raggiunto una quota più alta), a una costruzione della manovra raffinata e prevalentemente orizzontale. Quest’anno, i giallorossi hanno una cifra di passaggi corti riusciti decisamente più bassa (355 a partita, la quarta della Serie A), hanno alzato il numero di lanci lunghi (da 48 a 53) e di conclusioni per match (da 15,32 a 17,56). Una metamorfosi in squadra verticale che inserisce Spalletti nel novero dei tecnici che prediligono un’interpretazione veloce del 4-3-3, pur con tutte le contaminazioni del caso. Appartengono a questa shortlist allenatori come Di Francesco, Donadoni, Mihajlović (quello vestito di granata) e Simone Inzaghi.

Udinese-Lazio, lezione di 4-3-3 verticale: Anderson tiene palla sulla destra, l’esterno sinistro (Keita) incrocia e crea superiorità numerica sul lato destro. Immobile parte da dietro – secondo l’interpretazione moderna del ruolo del centravanti -, e la mezzala opposta (in questo caso Lulić) si inserisce a sostegno dell’azione offensiva. Palla nello spazio, difesa dell’Udinese che tiene malissimo la linea e occasione a tu per tu con il portiere.

Anche altri club in Serie A utilizzano questa particolare disposizione in campo, adattandola però a principi di gioco sostanzialmente diversi. Il Milan di Montella, ad esempio, è una squadra che utilizza un 4-3-3 meno frenetico, più orizzontale e ampio, orientato all’equilibrio tra i reparti e allo sfruttamento delle due fonti di gioco principali, Suso e Bonaventura. Entrambi schierati in zone di campo che gli permettono di giocare il pallone a piede invertito, sono i primi due calciatori per occasioni create della rosa rossonera (rispettivamente, 28 e 29). Suso è pure secondo in Serie A per numero di assist vincenti (6, solo Felipe Anderson arriva a 7). Montella ha adattato la sua squadra a questi due calciatori, con un modulo che permettesse la creazione del gioco nella zona sinistra del campo (quella di Bonaventura) e assicurasse un maggiore predisposizione all’attacco col pallone sulla fascia destra (la terra di Suso, supportato da un terzino più offensivo, Abate). Il 4-3-3, in questo caso, permette all’ex tecnico di Fiorentina e Sampdoria una possibilità duplice: Bonaventura mezzala o esterno d’attacco, con Niang e Pašalić come possibili alternative a seconda di un assetto più o meno spregiudicato.

A Pescara, invece, Oddo sceglie un’interpretazione diversa dello stesso modulo. Il 4-3-3 del tecnico abruzzese esplica un’idea di ricerca del possesso, perseguita attraverso l’inserimento di calciatori molto tecnici in tutte le zone del campo. Non a caso – e nonostante l’ultimo posto in classifica -, il Pescara è la settima squadra di Serie A per numero di passaggi effettuati.

AC Milan's Italian head coach Vincenzo Montella monitors a training session in the Qatari capital Doha on December 22, 2016, on the eve of the Final of the Italian Super Cup between AC Milan and Juventus. / AFP / KARIM JAAFAR (Photo credit should read KARIM JAAFAR/AFP/Getty Images)

Stefano Pioli, con la sua Inter riveduta e corretta dopo l’interregno di Frank de Boer, chiude gli iscritti al partito del 4-3-3. Il tecnico emiliano sta trasformando il tentativo di squadra orizzontale e tecnicamente dominante dell’allenatore olandese in un esperimento più vicino alle proprie idee: l’Inter delle ultime partite ha sviluppato dei concetti tattici simili a quelli esibiti nella scorsa stagione da Mancini, con una grande attenzione allo sviluppo della manovra sulle catene laterali (l’Inter è la prima squadra in Serie A per numero di cross/key passes riusciti per match, 4) e all’utilizzo di centrocampisti in grado di interpretare bene le due fasi (da qui, il recente tentato recupero di Brozović). La differenza, rispetto al passato, è la maggiore intensità di gioco e l’utilizzo di un calciatore in grado di giostrare anche da trequartista, con il passaggio durante i 90′ al 4-2-3-1. Nell’Inter, Joao Mario e Banega si alternano in questo ruolo di raccordo.

4-3-3

Quattro esempi diversi di utilizzo del 4-3-3 nella nostra Serie A: dall’alto a sinistra, in senso orario, gli schieramenti di Torino (nel match d Genova contro la Sampdoria), Milan (nella gara in trasferta contro l’Empoli), Pescara (nella sfida casalinga al Cagliari) e Bologna (nella partita al Dall’Ara contro il Palermo). I match fanno tutti riferimento alla stagione in corso.

Molti tecnici del campionato italiano, dunque, scelgono il l 4-3-3. Il modulo che, come vedremo, fa da riferimento in Europa. E che negli ultimi anni «ha avuto grande successo anche grazie alle numerose squadre di vertice che lo utilizzano o l’hanno utilizzato, come ad esempio il Barcellona e il primo Chelsea di Mourinho» (John Robertson, su FourFourTwo). Più che la disposizione in campo dei calciatori, però, la differenza rispetto al passato sta nell’atteggiamento di molte squadre di Serie A. Nell’idea su cui fondare la costruzione tattica. Nella volontà, da parte degli allenatori, di impostare un calcio proattivo e di imporre i propri concetti. Sempre, comunque. Tutti gli esempi fatti finora, parlando del 4-3-3, identificano squadre che non modificano il loro assetto e non stravolgono i loro principi di gioco in base agli avversari. O che, perlomeno, non lo fanno sempre.

Accanto a queste, ecco altri esempi di allenatori legati a un’idea non speculativa del gioco, e che esplicano i loro principi attraverso moduli diversi: Giampaolo a Genova, Rastelli a Cagliari, Martusciello a Empoli. Questi tre tecnici sono soliti schierare i loro giocatori con una variante del 4-3-3, il 4-3-1-2, ma è una differenza solo numerica, non sostanziale. L’idea non cambia, neanche al variare della qualità assoluta della rosa, ma cambia rispetto al passato. Il new deal del calcio italiano sta nell’intenzione di costruire gioco, che viene prima prima della distruzione o della limitazione di quello altrui. Persino squadre dalla configurazione prevalentemente e fondamentalmente reattiva – ad esempio il Genoa di Juricl’Atalanta di Gasperini o il Chievo di Maran – praticano un football di grande intensità, e per questo riescono a offrire spettacoli spesso gradevoli, altre volte addirittura esaltanti.

TURIN, ITALY - NOVEMBER 26: AC ChievoVerona head coach Rolando Maran looks on during the Serie A match between FC Torino and AC ChievoVerona at Stadio Olimpico di Torino on November 26, 2016 in Turin, Italy. (Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)

Rolando Maran prima di una gara di Serie A tra Torino e Chievo Verona (Valerio Pennicino/Getty Images)

Non è un caso che, a gennaio 2016, Arrigo Sacchi parli così in un’intervistaRepubblica: «Questo è il campionato più interessante degli ultimi 50 anni. L’Italia sta uscendo da una dittatura tattica, da un’era in cui il portiere se ne stava sotto la traversa cascasse il mondo, il 2 faceva il 2, il 6 faceva il 6, già era tanto se avevi una seconda punta accanto al 9. Penso a Napoli, Fiorentina, Empoli e Sassuolo che al centro mettono il gioco. C’è una democrazia calcistica in atto. L’avanzata del merito».

Genoa-Juventus 3-1. Esaltazione e vittoria del calcio reattivo, edizione 2016.

La nostra analisi della Serie A si chiude con la Juventus. Un’esperienza tattica particolare, che Allegri sta in qualche modo mantenendo a metà tra il trend evolutivo verso un calcio non speculativo e lo sfruttamento della grande forza dell’organico bianconero: la difesa. I bianconeri praticano un gioco dominante, eppure sono la quarta squadra per numero di conclusioni verso la porta avversaria (16 a partita, nella stagione scorsa erano secondi) e la quinta per percentuale di possesso palla (54%, l’anno scorso erano quarti). Il blocco difensivo a tre rappresenta un’opzione quasi immutabile, che però non ha più molti seguaci in Serie A (come modulo fisso o comunque di partenza, viene utilizzato solo da Atalanta e Genoa). È lo schema migliore per limitare i rischi (solo 8,2 tiri concessi a partita), gestire il possesso basso in superiorità numerica e quindi esaltare le doti di regista arretrato di Bonucci, ma l’interpretazione bianconera tende a sposare ritmi bassi e finisce per scontrarsi con un centrocampo «incapace di controllare il gioco e di congelare il possesso» (Mina Rzouki, Espnfc).

Una scelta, quella di Allegri, che è valsa lo scudetto 2016, la Coppa Italia e il titolo d’inverno. Il tecnico bianconero, però, viene spesso criticato per un atteggiamento troppo conservativo. E per un depotenziamento delle qualità offensive di Higuaín, passato dai 5,2 tiri per partita di Napoli ai 3,2 di questi primi mesi in bianconero. Il tutto, nonostante la vicinanza di un altro attaccante, in ogni caso (Mandzukic o Dybala) meno accentratore dell’argentino e quindi potenzialmente “al suo servizio” anche e soprattutto in fase di costruzione del gioco.

TURIN, ITALY - DECEMBER 03: Juventus FC head coach Massimiliano Allegri looks on during the Serie A match between Juventus FC and Atalanta BC at Juventus Stadium on December 3, 2016 in Turin, Italy. (Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)

Outside of the Boot, dopo Juventus-Roma, descrive una Juve «brava a creare occasioni da gol attraverso conclusioni da fuori e giocate individuali». Per These Football Times, i bianconeri «tendono ad attaccare tanto attraverso la forza bruta e il sovraccarico in certe zone di campo, ma ciò che colpisce più di ogni altra cosa è la loro assoluta disciplina difensiva». Per il 2016, è stato quanto necessario per vincere e poi mantenere un ampio vantaggio su tutte le inseguitrici. Ma è l’espressione di idee calcistiche in controtendenza rispetto alla maggioranza delle squadre di Serie A. Come la coppia d’attacco e la difesa a tre: che, paradossalmente, sono i grandi temi tattici del 2016 calcistico in Europa.

In Europa: ritorno al futuro (o mancanza di innovazione?)

Il futuro influenza il presente
tanto quanto il passato.

Friedrich Nietzsche

Back to the future: how football’s tactical evolution has begun to invoke the past“. È il titolo di un pezzo del Guardian, pubblicato lo scorso maggio. L’analisi di Jonathan Wilson parte dal modulo di Leicester e Atlético Madrid, capaci di rovesciare le gerarchie del calcio inglese ed europeo grazie a «un 4-4-2 che aveva dominato il calcio inglese a metà degli anni ’80, che è una reinterpretazione di un vecchio modo di giocare». Il punto fondamentale di questo sistema, la coppia d’attacco, ha rappresentato una delle chiavi tattiche del Portogallo campione d’Europa, come spiegato anche in una review tattica del 2016 pubblicata dal Telegraph. La verità, però, è più complessa (e meno romantica): lo stesso Leicester City, caratterizzato da un approccio estremamente verticale al gioco (18esimo posto per passaggi effettuati in Premier nel 2015/2016), ha utilizzato un modulo misto, a metà tra il 4-4-2 e il 4-3-3. Una sorta di 4-2-3-1 asimmetrico, sbilanciato dal lato di Mahrez. Con Vardy terminale offensivo e Okazaki a fungere come uomo di raccordo con i tre centrocampisti.

leicester

Quattro schieramenti del Leicester campione d’Inghilterra durante la scorsa stagione. Il 4-4-2 resta solo sulla carta.

Lo schema, quindi, è solo nominalmente a due attaccanti. Esattamente come per il Portogallo e per l’Atlético Madrid, con Ronaldo e Gameiro (oppure Fernando Torres/Vietto nell’Atlético 2015/2016) supportati da uno o due trequartisti (Nani e João Mário per i lusitani, Griezmann e Fereira Carrasco nei Colchoneros). La  versione moderna del 4-4-2, quindi, non è pura o propriamente detta, ma è fortemente influenzata dalla disposizione a una punta, tipica del calcio moderno. Lo stesso JJ Bull, autore sul Telegraph del pezzo che ha ripercorso i trend tattici nel 2016, ha scritto che «il 4-4-2 del Leicester campione d’Inghilterra era in realtà un 4-3-3, con Mahrez e Okazaki a supporto di Vardy».

La Serie A, come abbiamo raccontato precedentemente, va quindi nella stessa direzione del calcio europeo. Il 4-3-3, per tutto il 2016, ha rappresentato il modulo di riferimento. Come avviene da un po’ di anni, del resto. È uno schema dalla grande adattabilità, in grado di adeguarsi e dare sfogo a tutte le filosofie di gioco. Non è un caso, per esempio, che il Barcellona di Guardiola – al netto dei continui esperimenti da laboratorio del tecnico catalano – utilizzasse principalmente questa disposizione. Proprio come la versione di Luis Enrique, che «ha fatto un passo indietro rispetto al purismo di Pep e ha sposato uno stile di passaggi più verticale grazie al passaggio di testimone tra Xavi e Rakitić» (Jonathan Wilson, sul Guadrian).

BARCELONA, SPAIN - DECEMBER 21: Head coach Luis Enrique of FC Barcelona looks on during the Copa del Rey round of 32 second leg match between FC Barcelona and Hercules at Camp Nou on December 21, 2016 in Barcelona, Spain. (Photo by David Ramos/Getty Images)

Il Real Madrid campione d’Europa offre un’interpretazione ancora più veloce dello schieramento, basata sulla regia a tutto campo di Modrić e sulla profondità offerta dalla coppia Ronaldo-Bale. Mourinho ha conquistato le ultime cinque vittorie consecutive in Premier dopo aver adottato questa disposizione per il suo Manchester United, Ancelotti propone uno schema simile nel Bayern Monaco.

In attesa che si compia definitivamente a Manchester la nuova revolución guardiolista, il 2016 non ha fatto registrare trend davvero innovativi nel calcio europeo. Gli ultimi due turning point, in relazione a stravolgimento dei principi di gioco, sono quelli del Tiqui-Taca e del Gegenpressing tipico della nuova scuola tedesca dei Laptop Trainer. È il ristagno di cui abbiamo già accennato, “interrotto” però dalla nuova riscoperta della difesa a tre. Questa chiave, molto più del 4-4-2, rappresenta la vera e grande novità tattica dell’anno che è appena giunto al termine. Il merito principale va ad Antonio Conte, in grado di far combaciare perfettamente i ritmi infernali della Premier ai suoi principi di gioco.

Il Gegenpressing del Bayer Leverkusen, che discende direttamente dal Borussia Dortmund di Klopp. L’ultima vera rivoluzione tattica dopo il guardiolismo.

E al suo schema preferito, adottato dopo un inizio incerto con una difesa a quattro non particolarmente adatta agli uomini a disposizione. Il Chelsea è primo in Premier con un largo margine sulle inseguitrici, ma è un’esperienza successiva alla perfetta interpretazione del modulo offerta dall’Italia all’Europeo. Già durante l’avventura francese, Conte era riuscito a sorprendere gli addetti ai lavori. JJ Bull, sul Telegraph, ha definito la Nazionale azzurra come «un gruppo di calciatori di medio livello trasformati da Conte in una squadra dominante». 

I principi di gioco adottati dal tecnico salentino sono i soliti, è il suo repertorio adattato ai calciatori a disposizione: grande fisicità, solidità difensiva (8.5 conclusioni subite a partita, appena 13 gol subiti) e costruzione bassa della manovra, sfruttando la superiorità numerica del blocco arretrato e le skills di David Luiz, regista arretrato più che difensore centrale (120 lanci lunghi tentati in 15 match di Premier) tra Azpilicueta e Cahill. Una riedizione in Premier del trio Barzagli-Bonucci-Chiellini.

Chelsea's Italian head coach Antonio Conte gestures from the touchline during the English Premier League football match between Chelsea and Bournemouth at Stamford Bridge in London on December 26, 2016. / AFP / Ben STANSALL / RESTRICTED TO EDITORIAL USE. No use with unauthorized audio, video, data, fixture lists, club/league logos or 'live' services. Online in-match use limited to 75 images, no video emulation. No use in betting, games or single club/league/player publications. / (Photo credit should read BEN STANSALL/AFP/Getty Images)

Antonio Conte durante la gara tra Chelsea e Bournemouth a Stamford Bridge (Ben Stansall/Afp/Getty Images)

Accanto al Chelsea, anche altre squadre hanno adottato questo schieramento: in Premier, il Bournemouth e il Watford. Qualche esperimento è stato tentato anche da Pochettino al Tottenham e da Bilić al West Ham. Il Galles, agli Europei, ha utilizzato uno schema del tutto similare a quello di Conte. L’ex allenatore della Juventus ha talmente colpito l’immaginario tattico del calcio inglese che il Times ha pubblicato un articolo dal titolo autoevidente: “Why everyone will soon be playing three at the back“. Nel pezzo, la quote più interessante è quella di Nigel Winterburn, tredici ani e dieci trofei all’Arsenal. Professione difensore: «Una difesa a tre, legata quindi a un sistema difensivo a cinque, si addice perfettamente al calcio di oggi. I terzini moderni sono più propensi a giocare in attacco che in difesa, è uno schema che favorisce questo tipo di calciatori». Da scelta protezionistica a scelta d’attacco, evoluzione in chiave moderna della difesa a tre. Un sistema che, come spiegato da John Robertson su FourFourTwo, veniva universalmente riconosciuto come «un’arma di cui tener conto se si vuole fermare il contropiede». Oggi è un’altra cosa.

Il Siviglia di Sampaoli, ovvero la difesa a tre in chiave spettacolare. Il match casalingo con l’Espanyol è finito 6-4. All’inizio del montaggio, i rojiblancos vengono “schierati” in campo dalla grafica con un 4-2-3-1. Ma il modulo, ovviamente, è solo un numero.

L’esempio di come sia cambiata la visione dello schema a tre difensori è pure una delle espressioni tattiche più interessanti di questo avvio di stagione: il Siviglia di Sampaoli. Una squadra dalla narrazione suggestiva, ma dai principi tattici moderni e spettacolari. La difesa a tre per la costruzione dal basso, l’aggressività del pressing in tutte le zone del campo, il possesso palla (56% di media a partita, solo il Barça ha una percentuale più alta) la qualità dell’impostazione di un regista che prima faceva il mestiere di trequartista (Samir Nasri, 91% di pass accuracy e 15 occasioni create). Più una banda di fini giocolieri a inventare calcio dietro la prima punta. Che a volte (come a Torino contro la Juventus), potrebbe anche non esserci. Un calcio ricercato, che reinterpreta in maniera ancora diversa il trend tattico più interessante del 2016. E, probabilmente, pure dell’anno che verrà. L’abbiamo visto, letto, capito: gli ultimi 365 giorni sono stati quelli dei «bei vecchi tempi che sono tornati» (JJ Bull, sul Telegraph). I prossimi 365 potrebbero essere quelli di una nuova rivoluzione. La Serie A e una fetta di calcio europeo, forse, sono davvero pronti.