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La versione di The Players’ Tribune

Una realtà che dà voce agli atleti nella forma più pura e autentica. Abbiamo discusso di The Players’ Tribune con Sean Conboy, deputy editor del progetto.

Di Oscar Cini

Disruption. Traducendo la parola letteralmente ne risulta il termine “rottura”, ed è un termine centrato, che si sposa perfettamente con quanto promette di essere un certo tipo di giornalismo dopo l’avvento del fenomeno The Players’ Tribune. Il sito di informazione sportiva, lanciato dall’ex New York Yankees Derek Jeter, il 1° ottobre del 2014, rappresenta una voce nuova nel panorama del racconto sportivo. È una piattaforma in cui gli atleti stessi si raccontano, individuano i punti centrali della propria carriera, del proprio momento storico come sportivi ma anche e soprattutto come uomini. Gli essay che leggiamo ci raccontano di persone, di fragilità e debolezze, di punti di forza. Sean Conboy, deputy editor di The Players’ Tribune, sottolinea la portata di quanto fatto in questi anni: «È straordinario quanti atleti abbiano contribuito al lavoro del sito in solo due anni. Più di mille in due anni. Quando tutto è nato ci aspettavamo l’entusiasmo degli atleti nel potersi raccontare direttamente, ma non potevamo prevedere quanto loro si sarebbero aperti, parlando di una larga serie di problemi come depressione, gender equality, razzismo, istruzione e tragedie personali. Le nostre storie vanno oltre quello che c’è sul campo».

La bravura di Jeter e soci è stata capire dopo poche storie che quella tendenza al racconto personale non era soltanto una loro idea, ma una vera esigenza: «È stato chiaro dopo aver lavorato con i primi subscribers che per gli atleti c’è un desiderio profondo di essere compresi a un livello più personale. Sono esseri umani e delle volte sia i fan che i media se ne dimenticano. La sorpresa sta nel vedere quanto l’audience è coinvolta: abbiamo un tempo medio sulla pagina per i nostri articoli sopra i 5 minuti. Di solito molti articoli sono intorno ai 7 e gli 8 minuti, capita spesso. Significa che le persone non stanno solo cliccando ma leggono, condividono sui social media creando una discussione. Riceviamo molte mail da parte di professori che ci dicono di usare i nostri articoli per tenere alta l’attenzione degli studenti. Ne siamo molto orgogliosi».

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Ogni articolo è costruito grazie all’aiuto di un contributor che supporta l’atleta durante la realizzazione dei testi, indirizzandolo e cercando di restituirne le intenzioni nella maniera più fedele possibile. E qui sta una delle prime questioni sollevate dagli esterni, che analizzano il fenomeno con occhio critico: questa realizzazione apparentemente senza filtri non viene minata dall’intervento di un collaboratore? Quanto possiamo considerare un racconto in prima persona quello fatto da un atleta che deve comunque confrontarsi con le idee e l’intervento di un fattore esterno? Da quello che The Players’ Tribune ci dice, il ruolo del contributor non è altro che quello di uno psicologo che accoglie l’atleta sul proprio lettino per farlo aprire, ascoltandone ogni timore, combattendone ogni forma di renitenza. Quando chiedo a Conboy se l’intervento dei collaboratori non comprometta la purezza di quanto scritto mi risponde chiaro: «Gli atleti lavorano sulla propria storia con un editor, ma hanno la completa libertà di raccontare». E aggiunge: «I pezzi d’opinione (op-ed) e le autobiografie esistono da molto tempo, il concetto di narrazione in prima persona non è una novità assoluta. Noi stiamo cercando di dare agli atleti gli strumenti per raccontare delle storie oneste».

The Players’ Tribune, all’inizio, ricercava storie e personaggi capaci di combattere l’afasia che a volte attanaglia il mondo degli sportivi di un certo livello. Con il tempo sono stati loro, spiega Conboy, a offrirsi, consapevoli di avere un luogo unico in cui raccontarsi. «Il nostro successo passa dalla fiducia che abbiamo guadagnato dagli atleti che hanno lavorato con noi». Alcuni di questi atleti hanno raggiunto nel tempo dei veri e propri titoli editoriali, riservati a quelli maggiormente coinvolti con la piattaforma. È il caso di C.J. McCollum, che ha lavorato internamente negli uffici di New York del gruppo durante le pause stagionali. «C.J. era completamente coinvolto nei piani editoriali e nei meeting e nelle sessioni creative, proprio come un normale redattore di un magazine».

Il gruppo di lavoro scelto da Jeter è riuscito a fare in pochissimo tempo di The Players’ Tribune il luogo in cui leggere di sport in maniera esperienziale, viva, immediata. È per questo che secondo alcuni potrebbe essere nato un problema tra Tpt e il resto dei media sportivi, con il sito di Jeter che riesce sempre più spesso ad arrivare primo sulle storie. Ma è un problema che sembra essere costruito più dall’esterno, percepito poco o nulla da chi lavora all’interno di The Players’ Tribune come Conboy: «Non credo ci sia alcun tipo di conflitto con i media tradizionali, noi speriamo che dando agli atleti la possibilità di aprirsi riguardo se stessi si possa costruire un ponte sulla divisione che c’è attualmente tra gli atleti stessi e quei media». Ma è significativo ciò che Conboy aggiunge dopo: «Noi ci consideriamo un media tradizionale. Molti nel nostro staff provengono da EspnSports Illustrated, Gq».

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Uno scatto dall’headquarter di The Players’ Tribune a New York.

Nel 2015 The Players’ Tribune ha avuto una crescita esponenziale, soprattutto in fatto di possibilità di produzione, frutto degli investimenti da parte della New Enterprise Associates, ma anche dell’ingresso di Kobe Bryant tra i soci. Coinvolto nel progetto già dal 2014, l’ex Lakers ha investito 15 milioni di dollari nello sviluppo della piattaforma che ha attratto il suo interesse come intersecazione perfetta delle sue passioni per media, tecnologia e narrazione sportiva. Ma come si sviluppa la visione futura di un media in espansione costante? Per quanto riguarda il Tribune, Conboy spiega che vedremo sempre più video realizzati da e per gli atleti nei prossimi mesi, «ci sarà anche un maggior numero di interventi da parte di sportivi del mondo calcio. Abbiamo già avuto storie raccontate da Claudio Ranieri e Francesco Totti, ma c’è molto altro in arrivo». Tpt è modernità, e proprio per questo nei prossimi mesi un ruolo importante lo avranno i branded content.

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Se si vuole continuare a leggere storie di qualità, molto passa anche da un compromesso credibile tra narrazione e contenuti sponsorizzati. Proprio questi ultimi hanno contribuito alla nascita di contenuti come “From Somewhere” realizzato insieme a Powerade o la serie sul recupero di Kevin Love dall’infortunio alla spalla patito nel 2015. «I branded content sono importanti per il nostro futuro. Comunque sia, anche quando lavoriamo con i nostri partner di mercato cerchiamo di farlo in maniera elegante e autentica. Tutto quello che facciamo con The Players’ Tribune deve passare una sola, semplice prova: l’autenticità. Se manca quella non avremo mai l’attenzione dei nostri lettori».

Il racconto in prima persona scuote e affascina, ci stimola e piega verso quell’afflato voyeuristico per cui cerchiamo di entrare nelle vite degli altri, per conoscerne i dettagli, le unicità, le questioni per cui possiamo immedesimarci totalmente in uno sportivo o in un altro. Oppure possiamo guardarlo con la diffidenza di chi è troppo diverso, lontano da noi.  Ma perché gli atleti preferiscono la piattaforma di Jeter? C’entra la libertà di esprimersi, il peso che acquistano le proprie parole, c’entra il metodo adottato, che è differente. Il lavoro svolto da The Players’ Tribune è a cavallo tra giornalismo tradizionale, new journalism e pr, ma ci dà lo spazio e la possibilità di entrare in mondi che altrimenti non conosceremmo se non attraverso uno sguardo terzo e iper-mediato. In questo caso siamo soltanto noi e gli atleti a interagire, a dialogare, a tentare di trovare un compromesso tra ciò che possiamo sapere, conoscere e leggere. Per dirla come Kobe: «Siamo all’inizio di una rivoluzione».

Tratto dal numero 13 di Undici.