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Chiedi chi era Pascutti

Un'ultima intervista con Ezio Pascutti, simbolo del Bologna scudettato del 1964, attaccante implacabile, operaio mancato.

Di Leonardo Tancredi

La televisione trasmette un programma su Gianni Motta, campione del ciclismo degli anni ’60. Immagini in bianco e nero, migliaia di tifosi all’arrivo di Trieste, ultima tappa del Giro d’Italia del 1966, la vittoria più importante di Motta, il ragazzo che aveva imparato a correre in bici lungo i 40 chilometri che separavano Cassano d’Adda dalla fabbrica dolciaria Motta a Milano, il suo posto di lavoro. Solo una beffarda omonimia, il biondo Gianni era figlio di un agricoltore e di una casalinga, niente a che fare con la famiglia di industriali meneghini. Ezio Pascutti è seduto su una sedia a rotelle davanti alla tv, guarda in silenzio il trionfo di Motta, le fatiche del ciclista si riflettono sul suo volto da ottantacinquenne scavato dalla malattia. La stanza della casa di cura dove è ricoverato è pervasa dal bianco e nero della televisione. Sono gli anni Sessanta dentro e fuori dallo schermo, e forse anche nella testa di Pascutti.

«Sono arrivato  a Bologna nel ’54, avevo 17 anni. Facevo la terza superiore e mi sono iscritto alle Aldini Valeriani per garantirmi un futuro perché se andava male col calcio mi toccava tornare a vangare in Friuli, dove sono nato. Quando sono arrivato mi allenavo con la prima squadra, quindi o facevo allenamento il pomeriggio o andavo in officina perché alle Aldini Valeriani si faceva due volte alla settimana officina. A quel punto lì ho detto o la va o la spacca: ho mollato l’officina ed è andata bene, altrimenti c’era la vanga».

Pascutti e Rivera, nella stagione 1964/65

Pascutti e Rivera, nella stagione 1964/65

Ho ascoltato queste parole di Pascutti qualche anno fa in un bar di via San Felice a Bologna, dove l’oste, amico comune, mi aveva procurato un’intervista con un pezzo di storia del calcio italiano. Forse è stata la sua ultima intervista o una delle ultime prima della sua morte, negli anni seguenti non ne avrebbe più avuta la lucidità mentale. Seduti a un grande tavolo di legno con qualche bicchiere di bianco davanti, eravamo a pochi metri dai luoghi in cui l’emigrante friulano aveva trovato accoglienza a Bologna, un pasto caldo, degli amici. Negli anni Sessanta un calciatore era un lavoratore fortunato, ma tra le sue condizioni di vita e quelle di un operaio non c’era l’abisso che oggi separa il mondo degli dei del calcio da quello dei comuni mortali.

«Così sono rimasto a mangiare ai Tre Scalini. Un ristorante che sta qua, dietro al mercato della frutta in via Ugo Bassi. Era il ristorante dove il Bologna mandava a mangiare i suoi giocatori, i giovani così. E pagava il Bologna, perché io non avevo una lira».

Il primo gennaio del 1956 Pascutti, a 18 anni, debutta in Serie A con la maglia del Bologna, ma sul campo del Vicenza. Un pallone scagliato in porta da Pivatelli e deviato sul palo da Sentimenti IV torna al centro dell’area, Pascutti colpisce di testa e segna uno dei tre gol che consentono ai rossoblù di imporsi 3 a 2 in trasferta. Le cose si mettono subito bene, lo spettro della vanga fa sempre meno paura, la scelta di preferire gli allenamenti all’officina sembra essere vincente. «E le Aldini sono state messe da parte. Nel senso che sono rimasto ignorante, ma finanziariamente mi sono sistemato».

Una settimana dopo si gioca a Bologna, al Comunale, si chiamava così lo stadio quando Renato Dall’Ara era in vita e presidente del club, contro i blucerchiati genovesi. Finisce 5-2 per i padroni di casa e Pascutti segna ancora. Bisogna aspettare il 4 marzo per ritrovare l’esultanza del friulano, ancora in casa, nella goleada contro la Pro Patria, 6-1. Dopo tre giorni il Bologna recupera una partita contro il Torino, un altro 6-1 e un altro gol di Pascutti. Da lì in poi, altri 127 e fanno 130, i gol segnati con la maglia rossoblu.

“Chiedi chi era Pascutti”: un estratto da Il cielo capovolto, documentario sullo Scudetto vinto dal Bologna nel 1964

«Avevo appena fatto gol a Vicenza, ero applaudito, ero su di morale. Poi non so, sarà stato il mio modo di fare che sono diventato abbastanza simpatico dai bolognesi. E mi vanto di essere ancora amato. È una bella soddisfazione, dopo tanti anni». Il bomber friulano è subito idolo per i tifosi, l’icona calcistica bolognese per eccellenza, ancora oggi, rimane il tuffo con cui supera Tarcisio Burgnich e insacca di testa. Era il 4 dicembre del 1966, decima giornata di Serie A, il Bologna batte l’Inter 3 a 2, quello di Pascutti il gol dell’1 a 0. Quella foto è in tanti bar sotto le Due Torri, incluso quello in cui mi trovavo col titolare della chierica che si tuffa sopra il difensore nerazzurro.

Amato a Bologna, ma mai idolo nazionale trasversale ai colori di maglia, come sono stati Rivera, Mazzola o Zoff. La maglia azzurra a Ezio evoca il momento più difficile della sua carriera da calciatore, la partita Urss-Italia, 13 ottobre del 1963, andata degli ottavi di finale dei Campionati europei (l’edizione del ’64 aveva visto i primi turni in gara doppia e le semifinali in gara unica in uno dei quattro Paesi qualificati, in questo caso la Spagna che poi vinse il titolo). Verso il ventesimo del primo tempo Pascutti si invola verso la porta, il terzino sovietico Dubinsky può fermarlo solo colpendolo a una gamba. Ezio cade, a quella stessa gamba aveva subito un grave infortunio, si alza rincorre l’avversario gli mette le mani al collo e lo spinge a terra. Pascutti viene espulso, l’Italia perde l’incontro 2-0 e viene eliminata. Il successivo linciaggio mediatico è memorabile, forse uno dei primi della storia del calcio; nell’epoca della Cortina di ferro lo scontro con Dubinsky diventa un caso politico.

Paolo Barison, Gianni Rivera ed Ezio Pascutti in Nazionale (Giorgio Lotti/Mondadori Portfolio via Getty Images)

Paolo Barison, Gianni Rivera ed Ezio Pascutti in Nazionale (Giorgio Lotti/Mondadori Portfolio via Getty Images)

«Dopo Mosca era il nemico numero uno. È stata una pubblicità cattiva, ma che mi ha spinto a dare di più. Ci sono stati anche degli arbitri… mi ricordo giocavamo a Roma, ogni volta che toccavo la palla mi fischiavano e mi incazzavo. Concetto Lo Bello mi chiama e mi dice, Ezio vieni qua che li prendiamo per il culo, adesso faccio finta di ammonirti… perché capiva la mia situazione. È stato un personaggio grande. Era uno duro ma capiva come mi trovavo in campo io. Non come il povero Aldo Bardelli… dopo la partita a Mosca andammo a giocare a Genova e puoi immaginare, tutti i comunisti genovesi ogni volta che toccavo una palla mi fischiavano. Io praticamente non giocavo, come mi arrivava la palla la passavo di prima. Allora, Aldo Bardelli, che era il numero uno di Stadio, il giorno dopo scrisse “Pascutti non tocca palla”. Davano i voti da uno a 5 e mi diede 1. Erano le prime volte che si davano i voti. Allora il povero Remo Roveri, quello della boxe, che era una persona squisita tutte le volte che mi vedeva diceva “te ciapè un” e ho dovuto passare 4-5 anni che in ogni campo era tutto un fischio. Adesso sarebbe roba da ridere. Ma ero a Mosca, anni Sessanta. Avevo rovinato l’Italia».

Lo sguardo a ritroso di Pascutti illumina un quadro di chiaroscuri in cui le differenze con il calcio di oggi si esaltano dentro e fuori dal campo. Schivata la vanga e anche l’officina, il calciatore emigrato dal Friuli va a trattare il suo contratto con il leggendario presidente Renato Dall’Ara. A fare da intermediari non ci sono procuratori né fondi di investimento, ma Pascutti, con l’ansia del futuro addosso, un asso nella manica ce l’ha e non esita a giocarselo.

«Nel ’62, andai a fare il contratto con Dall’Ara con mia moglie, perché si diceva che gli piacessero molto le donne, allora se andavi con la moglie riuscivi a tirare su qualche soldo in più».

Ma tua moglie lo sapeva?, gli ho chiesto.

«Sì certo. Ma mentre eravamo lì a discutere e Dall’Ara non mollava neanche a morire, lei andò fuori a piangere. E da quella volta non c’è voluta più andare. Che tirchio che era Dall’Ara. A quei tempi non avevi un contratto, avevi un cartellino che era della società, la società faceva di te quello che voleva. E di conseguenza non potevi stare a discutere, se non accettavi, arrivederci e grazie della compagnia».

E quanto hai strappato quella volta? «480mila lire… all’anno. Ma vai a vedere quanto prendevano gli operai, ovviamente era diverso. Quando sono arrivato a Bologna mi hanno dato 5000 lire di ingaggio, mandai 3000 lire a casa dei miei genitori, 2000 le tenni qua perché mi dovevo almeno vestire. Non avevo niente, al mese non so se mi davano 30.000 lire. Andavo allo stadio e non pagavo neanche il tram che costava 20 lire, ma non avevo i soldi. Non si può fare nessuno confronto con gli ingaggi di oggi, oh beati loro…»

Quel gol, contro l'Inter, sopra Burgnich

Quel gol, contro l’Inter, sopra Burgnich

La carriera calcistica e il conto in banca di Pascutti sono vicini a una svolta in una sola occasione, quando “il mago” Helenio Herrera decide che l’ala rossoblù è indispensabile alla sua Inter. I milanesi avrebbero comprato Gigi Riva dal Cagliari per girarlo al Bologna in cambio del bomber friulano. Tutto pronto, ma si mette in mezzo il campione del mondo Angelo Schiavio. all’epoca dirigente dei felsinei. «Se vendete Pascutti mi dimetto». Così, Luigi Goldoni, succeduto a Dall’Ara, secondo Pascutti poco esperto di calcio, sentenziò: «Si fa come dice Schiavio». «Quello che ci ha rimesso sono stato io, qua guadagnavo poco, all’Inter andavo in una squadra che tirava per lo Scudetto, ma alla fine sono stato contento di restare qua». Era il ’65-’66, tre anni dopo Pascutti avrebbe dismesso gli scarpini. 31 anni e una lunga serie di infortuni addosso. A Bologna era arrivato Savoldi e in panchina sedeva «quel matto di Bari, Oronzo Pugliese».

Chi è stato forte come Pascutti? Bisognerebbe essere più vecchi di me per poterlo dire. Restano i 130 gol in rossoblù segnati con ogni parte del corpo contemplata dal regolamento e il record di 12 gol in 10 partite battuto solo da Gabriel Batistuta («con un rigore che non c’era», ha voluto rimarcare Pascutti). In quegli anni poteva giocarsela solo con Gigi Riva, l’idolo isolano, ma per Ezio non era con lui che doveva competere. «No, Gigi era solo più forte, più bravo di me c’era solo Stefano Nyers, l’ungherese. Quando si parlava di ali sinistre ero secondo solo a Nyers».

Finiamo di parlare e finisce la bottiglia di vino bianco sul nostro tavolo. Gli chiedo un’ultima cosa. Quanto avresti preso oggi? «Se Messi prende 8 milioni, allora io 10».