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In Nba vince chi è più veloce?

Gioco perimetrale, ruoli uniformi, spaziature e ritmi alti: da Mike D'Antoni ai Warriors, come è nato il basket di oggi.

Di Francesco Mecucci

Nel giro di due anni, i Golden State Warriors hanno dimostrato che anche nel basket vige un concetto chiave dell’evoluzione tecnologica: la crescita a progressione esponenziale, in cui ogni stadio è temporalmente più vicino al successivo. Il mondo cambia e lo fa sempre più velocemente, favorendo il successo di chi sa cogliere le tendenze future e integrare le esperienze passate in qualcosa di innovativo. In Nba quanto accade sulla Baia sta lì a dimostrarlo. Splash Brothers, Death Lineup, 73-9: tutte espressioni che ricordano come il gioco sia cambiato e marci sempre più rapido verso nuove sperimentazioni, facendo della velocità il suo tratto distintivo.

La squadra di Steve Kerr è quella che oggi incarna il modo di giocare preponderante. Il “quintetto della morte” (Curry, Thompson, Iguodala, Durant e Green, con Barnes prima dell’arrivo di Kevin Durant) è l’estremizzazione dello small ball: nessun “5” puro ma tutti esterni, tiratori, passatori, bloccanti, in grado di correre, iniziare l’attacco, fare movimento continuo di uomini e palla, aprire il campo per tagli e penetrazioni, tirare da tre ogni volta che si può. Ruoli liquidi e posizioni flessibili: quel basket divertente, a ritmi elevati, pace-and-space con cui Curry e compagni hanno strabiliato il mondo, vinto un titolo e sfiorato un altro.

Aprire il campo

Lo stadio evolutivo odierno è l’ultimo risultato delle novità introdotte, nel corso dei decenni, per aumentare la spettacolarità del gioco. Se la regola dei 24 secondi (varata nel 1954) è stata l’atto fondante della velocità, l’arrivo del tiro da tre nel 1979 (già sperimentato in Aba nel 1967) è l’antefatto che più di ogni altro ha indirizzato il basket verso la concezione attuale. Agli inizi, gli allenatori lo consideravano un espediente a cui far ricorso solo in disperate situazioni di gara: allora si tentavano in media circa 3 tiri dall’arco a partita, oggi gli Houston Rockets di Mike D’Antoni ne provano in media oltre 38, con un high di 61.

Giocare in velocità non è mai stato una novità assoluta, ma è il tiro da tre che ha portato il basket verso nuove frontiere. Alla base di tutto c’è l’aumento di spazio da coprire: mentre prima il baricentro del gioco era interno e dipendente dai lunghi, ora ci sono da marcare giocatori più piccoli e rapidi che possono colpire da fuori. L’ampliamento del range di tiro ha posto una serie infinita di quesiti tattici che, volenti o nolenti, gli allenatori hanno dovuto affrontare.

Così tra gli anni ’80 e ’90 si fece timidamente strada il concetto di small ball, di cui coach Don Nelson fu pioniere a Milwaukee, Golden State e Dallas. Ma anche Doug Moe a Denver, Paul Westphal a Phoenix e il tuttora attivo Dave Arseneault, visionario allenatore di una piccola università dell’Iowa, Grinnell College, che dal 1989 pratica un sistema di gioco dai ritmi forsennati. Quintetto “piccolo” (4 esterni e 1 centro, rispetto al canonico 3-2), lunghi coinvolti nel tiro da tre, esterni di statura più alta: innovazioni viste in principio come pazzie, ma che pian piano diventarono parti fondamentali dei playbook. Successive modifiche al regolamento quali l’introduzione dei tre secondi difensivi e la penalizzazione dell’hand checking agevolarono ulteriormente il gioco perimetrale. E poi nel 2004 ci fu la rivoluzione.

Sette secondi o meno

Tante innovazioni in un primo momento sono rigettate dal processo evolutivo. Hanno scarsa diffusione non perché non siano funzionanti, ma perché rilasciate in tempi non maturi. Alcune, però, alla lunga dimostrano la loro validità. Con il titolo Nba del 2015 i Warriors di Steve Kerr sono diventati l’emblema del decennio, ma hanno sancito pure la rivincita indiretta di chi ha sempre sognato un basket spumeggiante, scontrandosi con i dogmi e i maniaci del controllo. E che oggi è tornato in auge dopo un lungo periodo ai margini: Mike D’Antoni.

Il suo 7-seconds-or-less applicato ai Phoenix Suns dal 2004 al 2008 ha fruttato il 65% di vittorie e due premi di Mvp a Steve Nash. Ma, in mancanza del titolo, fu ritenuto inefficace. D’Antoni trasformò i Suns nella squadra più divertente d’America con una filosofia semplice: ogni buon tiro va preso, anche ad azione appena cominciata; se siamo più piccoli, dobbiamo correre di più; in ogni ruolo ci va il più veloce in quel ruolo. Il quintetto era qualcosa di mai visto ai massimi livelli: Shawn Marion “scalato” da ala piccola a grande e Amar’e Stoudamire da ala grande a centro estremamente mobile. Con Nash play e faro del gioco, in guardia e ala piccola Quentin Richardson e Joe Johnson erano pronti a ricevere gli scarichi del continuo pick and roll tra Nash e Stoudamire. Un po’ come avviene oggi tra Harden e Capela, con Anderson, Ariza, Beverley e Gordon sul perimetro per tirare. L’entusiasmo generato da quei Suns li rese simbolo di un pensiero positivo che spingeva chiunque a trasformare i punti deboli in punti di forza. Ispirarono testi di management, come l’italiano L’intelligenza in campo di Federico Mioni, mentre il giornalista Jack McCallum viaggiò con loro per trarne il libro 7 seconds or less.

Passare il muro

«Il primo che attraversa il muro è sempre insanguinato» è una frase del film Moneyball sul destino di chi innova. Sacrificarsi per aprire la strada a chi verrà dopo. Il film è spesso associato alla figura di Daryl Morey (“Moreyball”), il gm di Houston che, come nel baseball, ha incentivato l’uso delle statistiche avanzate in Nba vincendo lo scetticismo iniziale. E secondo cui, dati alla mano, i tiri più ad alta percentuale sono quelli al ferro e da tre: corri e tira. È stato Morey, infatti, a volere D’Antoni ai Rockets, la squadra che oggi corre di più insieme ai Warriors.

Il muro contro cui sbatterono i Suns dieci anni fa era quello di San Antonio, che rappresentava la convinzione che ancora non fosse possibile vincere senza un centro puro e senza la giusta attenzione alla difesa. Lasciata Phoenix e dopo le scialbe esperienze a Knicks e Lakers, il coach italo-americano ha ritrovato in Texas condizioni e interpreti adatti a ricreare il suo basket, diventato nel frattempo stile di successo in Nba grazie ai Warriors di Steve Kerr. L’uomo che, ironia della sorte, ai tempi in cui era gm dei Suns, mise più di un bastone tra le ruote a D’Antoni, ma che con intelligenza non ha avuto remore nel mutuarne vari principi.

Minnesota Timberwolves v Golden State Warriors

La rivoluzione di D’Antoni in Arizona non passò inosservata. Negli anni successivi altre squadre hanno iniziato ad adeguarsi ai tempi. «L’impatto dei Suns – scrive Nathaniel Friedman su Victory Journal – fu innegabile. In particolare gli Spurs iniziarono a giocare in uno stile più fluido, libero e aperto. Era come se Popovich fosse rimasto così impressionato dal 7-seconds-or-less da indagare le sue radici e adattarlo alla sua squadra. I Suns erano talvolta denigrati come frivoli ed evanescenti, incapaci di diventare qualcosa di serio. Ma quello stile non era un fuoco di paglia o una sperimentazione fine a se stessa. I Suns hanno vinto gran parte delle partite e un inflessibile D’Antoni ha fatto qualsiasi cosa in suo potere per realizzare una visione che, all’epoca, appariva priva di senso”.

In seguito anche gli Orlando Magic, arrivati alle finali nel 2009, proposero un gioco basato su linee esterne. Il classico 4-1 di Stan Van Gundy prevedeva un Dwight Howard come centro per catalizzare difensori e raddoppi, Jameer Nelson play, Hedo Turkoglu, Rashard Lewis e J.J. Redick spediti sull’arco. In seguito il tiro da tre nei playoff 2016 è stato fondamentale per i Cleveland Cavaliers, tuttora secondi dietro a Houston per conclusioni tentate e che hanno dato un ulteriore segnale con l’ingaggio di Kyle Korver. Quando gli esterni sono in serata e ben innescati da Irving e LeBron, è difficile tener testa ai Cavs. E nella Nba di oggi il numero di possessi e tiri da tre tentati di molte squadre supera quello dei Phoenix Suns di Mike D’Antoni.

Chi corre e chi no

Detto di Warriors, Rockets e Cavs, nel resto della Nba si assiste a un orientamento sempre più pace-and-space. Ad esempio le statistiche di una franchigia in piena ricostruzione come i Brooklyn Nets mostrano una crescita netta in tiri da tre tentati (terzi nella lega), assist e numero di possessi, con minor ricorso a isolamenti e post basso. Kevin O’Connor di The Ringer riferisce che i Milwaukee Bucks tirano da tre almeno del 10% in più rispetto alla passata stagione, nonostante siano la squadra che va a più canestro in area pitturata, con quasi il 40% delle sue conclusioni, fattore dovuto ad Antetokounmpo, il “play” di 2.13 che potrebbe rappresentare il prossimo stadio evolutivo. Oppure i Memphis Grizzlies di coach Fizdale, sempre legati al grit-and-grind ma molto più propensi ad aprire il gioco, con Zach Randolph retrocesso in panchina e Marc Gasol sempre più tiratore.

Poi ci sono le intenzioni dichiarate e non ancora riuscite, spesso per via di giocatori non adatti al sistema: è il caso di Chicago, Indiana e, nonostante Stan Van Gundy, Detroit. Tra le contender, non molto fluida appare la situazione dei Los Angeles Clippers, squadra “bloccata” attorno al playmaking di Chris Paul, con Blake Griffin e DeAndre Jordan mai affidabili fino in fondo, parecchi veterani, ruoli circoscritti (Mbah a Moute specialista difensivo, Jordan esclusivamente interno) e schemi d’attacco piuttosto convenzionali, tra l’altro in un gruppo che potrebbe arrivare presto al canto del cigno. Toronto ha uno dei migliori attacchi e percentuali da tre, ma non certo il ritmo più veloce, e una prova sono i palleggi infiniti di DeRozan. I Boston Celtics sono una delle squadre che tira di più da tre (quarti, davanti a Golden State) e da un allenatore come Brad Stevens si aspettano evoluzioni importanti.

Atlanta Hawks v Dallas Mavericks

Se l’evoluzione è un processo esponenziale, ci troveremo di fronte a brevissimo termine sempre più playmaker con il fisico di un centro (Ben Simmons, per dirne uno) e centri con skills e visione di gioco degni di un playmaker. Dopo power forward e stretch four, cioè ali che portano palla e orchestrano gli schemi, si parla infatti di playmaking five: è il caso di Antetokounmpo ma anche di Porzingis, Towns, Embiid. Giocatori con fisico e abilità di centri che però sono chiamati a destreggiarsi lontano dal canestro. L’istrionico camerunense dei Sixers ha pure dichiarato pubblicamente il suo interesse a giocare da point guard.

Gioco perimetrale, ruoli uniformi, spaziature e ritmi alti saranno sempre più presenti. Il gioco in post non è scomparso, anche se i lunghi tradizionali, al pari di quanto succedeva una volta con i tiratori puri, appaiono scalati al ruolo di specialisti, da utilizzare in particolari frangenti della partita, per produrre tanti punti in brevi intervalli, sfruttando le aree interne poco affollate. Come nella tecnologia, i progressi di ultima generazione vengono usate per creare la generazione successiva: l’unico modo per guadagnare vantaggi competitivi è accettare il cambiamento e riconoscervi delle opportunità. Anche il basket ha dimostrato questo e il prossimo step arriverà prima di quanto si immagini.