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Ritrovare Siena

Dopo il fallimento del 2015 Siena sta lavorando per ritrovare l'entusiasmo di un tempo: come nel 2000/01, l'anno della prima, storica, promozione in B.

Di Davide Coppo

Il Siena, nel mondo calcistico, ribalta il luogo comune che vede anche nelle squadre più umili un passato mitico, come succede per lo Spezia, il Casale, la Pro Vercelli, la Novese: il Siena, fin dagli Zero del Novecento, ha giocato campionati del tutto mediocri. La sua è stata una storia fatta di tracolli quasi rocamboleschi dopo pochi e sparuti traguardi: quando viene promossa retrocede subito, oppure manca sempre all’ultimo istante la presa sul gradino decisivo. Nel Dopoguerra, ad esempio, viene retrocesso per due volte consecutive a causa di modifiche del regolamento, trovandosi sempre al primo posto non utile per essere salvata.

La Serie B disputata nella stagione 2000/01 è stata la prima dopo 55 anni di leghe inferiori, Serie C1, C2 ma anche campionati dilettantistici. La Serie A della stagione 2003/04 è stata la prima della sua storia, che è iniziata nel 1904. Successivamente, sette campionati consecutivi nella massima competizione nazionale ci avevano abituati all’idea di un Siena naturalmente nobile nel calcio come nel patrimonio culturale, un parallelo che sembrerebbe d’altronde naturale. Un Venezia in Serie A dovrebbe essere doveroso. È il fatto che ci sia un Sassuolo che ci fa ancora strabuzzare gli occhi. Sfuggire ai cliché non è facile, a raccontare una città, da fuori o da dentro. Ma Siena è davvero una città diversa dalle altre, sportivamente e culturalmente. Attira una quantità di turismo enorme, se paragonata alle sue dimensioni: più di un milione di persone ogni anno, quasi 20 volte il numero dei suoi abitanti (che sono 54mila). Firenze, in teoria, farebbe uno sforzo ancora maggiore – più di nove milioni di turisti per 400mila abitanti – ma può contare sull’ammortizzazione di un’area metropolitana che, sommata alla città stessa, arriva a includere un milione abbondante di cittadini.

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C’è il Monte dei Paschi, che ha retto l’economia cittadina per secoli – è la banca più antica del mondo a essere ancora attiva – rendendo Siena una città ricca e orgogliosa. C’è la squadra di basket, che ha un palmarès con 6 scudetti e 6 Supercoppe italiane. Poi, naturalmente, c’è il Palio. L’ultima volta in cui ero stato a Siena ero capitato, per caso, nel giorno della prima prova, la prima dopo la presentazione dei cavalli. Salito in centro dalla piccola stazione, mi ero trovato al centro del corteo della contrada dell’Istrice. Ero riuscito a svicolare dal gruppo in tempo per guadagnare la piazza prima dell’arrivo delle contrade. Alcuni turisti giapponesi erano riusciti a restare sulla pista mentre i fantini cercavano di prendere il posto per la mossa. Ricordo che furono sollevati da alcuni contradaioli, e poco garbatamente depositati nel centro della piazza. Non so se questo possa spiegare qualcosa del carattere di Siena.

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Arrivo, a Siena, nel piccolo fabbricato che ospita la sede dei Fedelissimi, il più antico club di tifosi senese, fondato nel 1970. Ad aprirmi le porte è Lorenzo Mulinacci, l’attuale presidente, uno dei fondatori. È un uomo robusto e sembra più giovane dei suoi 62 anni. Il club ha un tavolo di calcetto, molte sciarpe ai muri, poster incorniciati, sotto vetro, tra cui ne spicca uno che mostra un signore anziano, sorridente in abito nero e braccia al cielo, i capelli e i baffi bianchi: è Paolo De Luca, il presidente che ha riportato il Siena in Serie B, e che l’ha poi fatto arrivare in Serie A. Paolo De Luca è morto il 30 marzo 2007, un giorno dopo aver venduto il Siena a Giovanni Lombardi Stronati. Di lì a poco, le cose avrebbero iniziato a prendere una brutta piega. Non so se questo possa spiegare qualcosa dell’era De Luca.

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Una buona parte degli anni di purgatorio, ovvero di Serie C, Lorenzo l’ha vissuta. Soltanto dalla fondazione dei Fedelissimi sono 30. Seduti a un tavolino della sede, vicino al bancone del bar – è una specie di circolo, aperto ogni sera – Lorenzo ricorda: «Si diceva sempre, fra tifosi, al venticinquesimo campionato di Serie C: “Ma fare un campionato di Serie B, poi magari l’anno dopo si fallisce, però almeno una volta nella vita levarsi la soddisfazione di andare per una volta in Serie B!». Nei due giorni che passo a Siena inizio a capire questo: per la città, per i tifosi, la riconquista della Serie B è ricordata con un’emozione maggiore della prima volta in A. Il perché si spiega con il mezzo secolo (e oltre) di Serie C affrontate dalla squadra. Il primo passo sulla terraferma, il primo passo sulla spiaggia fuori dalla burrasca, non si può paragonare a nient’altro.

È lo stesso che mi dice, poche ore dopo, Stefano Argilli, sul prato dello stadio Artemio Franchi. È la vigilia della partita contro il Livorno, e sulle tribune alcuni addetti stanno stendendo un enorme telo bianco e nero, che verrà utilizzato come coreografia. Argilli ha giocato nel Siena per nove stagioni, dal 1996 al 2005, dalla Serie C alla Serie A. Gli chiedo cosa spinga un giocatore a scegliere di rimanere così tanti anni in una sola squadra, in una sola città. Dice: «Per me è stato molto l’aver scalato due categorie col Siena. Andare in B è stata una svolta grossa, è stata la nostra Champions League. Erano anni in cui in B c’era sempre qualche società blasonata, Sampdoria, Torino. E la Serie B è stato proprio uno spartiacque grande, perché poi da lì, vista la visibilità che ha avuto la squadra, è arrivato come sponsor il Monte dei Paschi».

Serie A 2004/2005: il Siena batte il Milan con Gigi De Canio in panchina.

Lorenzo Mulinacci, con l’accento senese forte, una specie di sorriso ironico sulla mascella forte, mi spiegava poco prima: «La B era una specie di Serie A. D’altronde, noi quando s’è vinto il campionato di B c’era metà della Serie A di oggi». E anche lui, come Argilli, ricorda: «A quel punto il Monte dei Paschi, tramite delle sponsorizzazioni mostruose, ha messo le mani nella società per sfruttare la cassa di risonanza che aveva la squadra». Continua: «Poi nessuno aveva mai pensato alla Serie A ovviamente. Anche lì, si diceva “ma sì, un anno e via”. E invece ci siamo stati nove anni. Lo stadio sempre pieno, giocare contro le squadre che avevi sempre visto in televisione. Li abbiamo vissuti alla grande. Io all’inizio di ogni campionato di Serie A pensavo sempre fosse l’ultimo. Sicché cercavo sempre di godermelo al cento per cento».

Ricordo di quando andai a Siena, nel 2007, per vedere un Siena-Milan. Ero con alcuni amici al mare, in Versilia, non troppo distante, e decidemmo di andare “a vedere Ronaldo”, appena arrivato a Milano. Ricordo un pomeriggio di sole e i primi due gol di Ronaldo con la maglia rossonera. In campo quella volta c’era, come altre 349 volte, Simone Vergassola, arrivato nel gennaio 2004, rimasto per dodici stagioni, nove in Serie A, due in B, l’ultima nei Dilettanti. È stato capitano e titolare sempre, fino all’ultimo anno. Lo incontro il giorno dopo al Caffè Corsini, è appena tornato da una partita di tennis.

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Simone Vergassola è la prosecuzione di quella «spina dorsale» di cui mi ha parlato Stefano Argilli, che in A è rimasto soltanto i primi due anni. La dimensione calcistica senese compare anche nella lettera d’addio al calcio che ha scritto nel luglio 2015, in cui si legge, verso la fine: «Siena sa vivere il calcio senza esasperazioni». È uno dei motivi per cui Simone è rimasto qui, pur non avendo nessun ruolo (per ora) da dirigente o allenatore. Dice: «Qui riesci a trovare la tua dimensione, mi sono trovato bene [in questo momento il barista poggia sul tavolo un piatto di ricciarelli, «tieni Simone, offre la casa!». Ho vissuto all’inizio fuori città, poi sono andato nel centro, e negli anni tantissimi giocatori hanno vissuto in centro, nonostante le zone pedonali, le vie strette. E poi Siena ha degli scorci bellissimi, Piazza del Campo, il Battistero, i ristoranti scavati nel tufo».

Vergassola è il volto del Siena in Serie A, più di ogni altro, più di Maccarone, di Chiesa, di Portanova. Quando racconta di quegli anni la dimensione prevalente nel ricordo, anche per lui, è l’incredulità: «Onestamente non pensavo saremmo rimasti così tanto in A. Non lo credevo. Sapevo che sarebbe stato sempre difficile, poi però siamo riusciti a mettere delle buone fondamenta. C’era il gruppo storico, con Argilli e Mignani come due colonne». Sembra dialogare con quello che mi ha detto, il giorno precedente, Argilli: «La società è cresciuta di pari passo con la squadra, una società che magari non era attrezzata all’inizio nemmeno per la Serie B, e invece è venuta dietro, non è rimasta la società piccola che ha avuto un exploit. E siamo cresciuti tutti, le categorie venivano scalate grazie a qualità calcistiche, ma anche grazie a competenze organizzative». Inevitabilmente, nel racconto di tutti, c’è il momento del vuoto, di quando il Monte è venuto a mancare. Vergassola spiega: «Quell’anno ci siamo iscritti al campionato, ma rinunciando a soldi dal nostro contratto. Poi a metà anno sono iniziati i problemi quelli più grossi, e hanno iniziato a non pagare gli stipendi. A quel punto nello spogliatoio pensi sempre meno al calcio, ma a cosa succede se non arriva lo stipendio, con chi devi andare a parlare, sentiamo l’avvocato, e tu perdi energie da altre parti. Purtroppo lì è finito tutto».

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Oggi la nuova proprietà è guidata da Anna Durio, ligure, che dopo una trattativa lunga, estenuante per lei e per i tifosi, ha rilevato interamente la società. Allo stadio incontro Federico Trani, il figlio, prossimo amministratore delegato. È entusiasta quando parla di Siena, e ha uno strano accento che alterna la musicalità ligure con le tiepide acca del toscano. «C’è pressione qui, ma sappiamo bene dove ci siamo tuffati. In Liguria è difficile fare calcio, c’è poco spazio, poca voglia. Appena abbiamo visto l’opportunità del Siena ci siamo infilati subito nella situazione, e una volta arrivati ci siamo innamorati». La costruzione del nuovo Siena prevede una progettazione oculata, senza fretta. «Non vogliamo limitarci alla prima squadra: il progetto prevede le strutture per le squadre giovanili, per creare un sistema più stabile, e cercare di dare un’identità anche nei ragazzi più giovani».

Mulinacci, nella sede dei Fedelissimi, fa la faccia di quello che si sente di garantire e dice: «Sì, sì, la Durio ha avuto un buon impatto sulla città, sui tifosi, perché ispira fiducia. L’altra settimana venne qui, e siccome aveva promesso che sarebbe venuta quando fosse diventata presidente, è venuta e si è messa a fare le trofie al pesto. Qui dietro, in cucina, a impastare le trofie. È una così, fa il calcio con passione».

Quando, la mattina di sabato, con Simone Vergassola usciamo dal Caffè Corsini, incontriamo sul marciapiede un tipo alto, con grandi favoriti bianchi da Guglielmo I. Ci vede, lo riconosce, e un po’ urla: «Simone, ci manchi, devi tornare te!», e lui gli dice che magari l’anno prossimo, stanno già parlando, c’è anche Argilli che adesso dirige il settore giovanile. Dice che deve scappare a prendere i figli a scuola. Il tifoso rimane con me, mi parla di partite memorabili che ricorda, in Serie C, in Serie B, di trasferte in motorino, di calciatori che non ho mai sentito nominare. Si ricorda a memoria le formazioni di venti, trent’anni fa. Mentendo, gli dico che devo scappare anche io, in stazione a prendere il treno, ma lui risponde che la stazione è dall’altra parte. Continuo a camminare, gli dico: «In bocca al lupo per il Siena». C’è il sole, anche se tutte le app di meteo che avevo consultato prevedevano pioggia. Il giorno dopo il Siena batterà il Livorno uno a zero.

Tratto dal numero 13 di Undici. Fotografie di Alessandro Oliva