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I migliori rookie in Serie A

Da Caldara a Chiesa a Barreca, chi sono gli esordienti che più di tutti stanno impressionando.

Di Simone Torricini

Il percorso etimologico che sta portando il termine rookie a diventare parte integrante della cultura calcistica italiana – come precedentemente accaduto ai più disparati fratelli – è particolarmente curioso. Le ragioni sono essenzialmente due: ha origine da una raccolta di versi poetici di carattere militare; si sviluppa come topos cestistico, che sottende peraltro un meccanismo leggermente più complesso rispetto al modo in cui viene inteso nel mondo del calcio. È strano pensarlo, ma al contempo elettrizzante: il termine più attraente per gli scout statunitensi nasce con tutta probabilità dallo storpiamento della parola recruit (recluta), ed è stato coniato da uno scrittore britannico che tutto poteva avere in testa fuorché l’idea di creare il fascinoso mito del rookie. Che, in sostanza, si riferisce ai giocatori che militano in una determinata lega per il primo anno. E se è vero che, almeno in Italia, l’ascesa di giovani di un certo livello è strettamente connessa alla rimessa in moto della fucina dei talenti homegrown, dall’altra è altrettanto vero che la pesca redditizia nel mercato ha portato in dote alla Serie A esordienti stranieri di primissima fascia. Qui abbiamo preso in considerazione sei rookie, appartenenti a entrambe le categorie: da un lato gli italiani Caldara, Barreca e Chiesa; dall’altro il croato Pasalic ed i cechi Jankto e Schick.

Primo della classe

Chissà, forse Mattia Caldara lo era davvero. In fondo, un calciatore ispirato da Dostoevskij e che ripudia orgogliosamente la PlayStation perché «odia perdere tempo» è merce rara. Dall’alto dei suoi ventidue anni è il più anziano tra i nostri rookie e indubbiamente uno dei più affascinanti. Ad essere onesti è anche un rookie fasullo: quel Catania-Atalanta 2-1 del maggio 2014 lo hanno dimenticato in tanti, ma non lui. La discesa in B ed il biennio trascorso fra Trapani e Cesena sono utili a un Caldara ventenne e ancora acerbo per smussare sul campo le imperfezioni di routine. Il carattere non cambia di una virgola e la sua interpretazione del ruolo si forgia sulla base dello spirito: imparare, imparare e ancora imparare, con lo stesso, identico principio che illustra quando gli chiedono per quale motivo preferisca Dostoevskij alla Play Station. «Leggere ti lascia qualcosa dentro e ti aiuta a parlare meglio», sostiene. È con una personalità in netto contrasto con la goliardia di alcuni compagni che Caldara si avvicina, forse più di tutti gli adepti della sua generazione, all’ideale del bravo ragazzo totale, fuori e dentro al campo.

Gol contro il Napoli: recupero palla, avvio della transizione offensiva, gol di destro al volo

Quale luogo migliore per affacciarsi tra i grandi, se non la Bergamo che fa da palcoscenico all’Atalanta più brillante degli ultimi trent’anni? Caldara ha condito il tutto a suon di prestazioni, mettendosi in mostra in particolare attraverso il dato riferito agli intercetti per gara: ben 3,4, nettamente meglio di centrali come Chiellini, Manolas, Astori e Murillo, che non vanno neppure vicini ai 3. Probabilmente cinque reti in venti partite non le segnerà per tutto il resto della propria carriera, né vedremo Caldara esultare al San Paolo dopo aver segnato un’altra doppietta al Napoli, ma in fondo è anche questo il lato affascinante del rookie. Quando hai stupito tutti, non puoi più scendere al di sotto dei tuoi nuovi standard.

Antonio o Totò?

Nato e cresciuto nella sua Torino, ma di origini siciliane: è per via di questo dettaglio, neanche troppo singolare, che talvolta ci chiediamo se Antonio Barreca abbia realmente una predilezione specifica per uno dei due appellativi, o se viceversa uno valga l’altro. Quel che è certo è che, limitatamente all’universo calcistico, difficilmente potremmo trovare un non isolano che alle isole è legato tanto quanto lo è lui. Per non parlare del mare, che stando alle testimonianze del suo profilo Instagram è una delle grandi passioni assieme al fedelissimo Suv e, naturalmente, alla fascia mancina. Un ruolo particolare quello del terzino sinistro, che in Europa offre modelli su modelli ma che, al contempo, in Italia fatica ad uscire dal guscio anche in un periodo di re-greening come quello attuale: basti pensare che l’interprete più noto è ancora quel De Sciglio che, frenato da problemi fisici in successione, va già per i venticinque anni ed è tra i grandi dal 2011. Lo stesso anno che fece da prima, superficiale vetrina a Matteo Darmian, un altro (ex) granata che di fasce se ne intende.

Sovrapposizione sul lato debole, corsa incontro al pallone, cross di sinistro per la testa di Belotti

È anche il periodo in cui Barreca cresce silenziosamente nelle giovanili del Torino, dove dimostra di saper trattare – e bene – la sua corsia laterale. Gli anni successivi sono quelli delle finali del campionato Primavera (ulteriormente addolciti dai primi occhiolini di Ventura), dell’annata da rookie vero e proprio in B con il Cittadella (38 presenze a diciannove anni), e infine della prima immersione in una realtà superiore: il Cagliari di Rastelli. I primi mesi da esordiente in Serie A hanno stupito a tal punto da etichettarlo come futuro titolare della Nazionale. Il piede è da affinare (appena un 79% di precisione nei passaggi, percentuale nettamente inferiore rispetto alla media dei terzini di A, e un anonimo 0,6 key pass per gara), ma facilità di corsa, concentrazione e dedizione sono tutti fattori che possono spianargli la strada.

Girare l’Europa

Mario Pasalic è il rookie viaggiatore della compilation, e non tanto in termini di trasferte con il suo Milan quanto per i paesi che, tra una stagione sportiva e l’altra, ha avuto modo di conoscere. Da Spalato a Milano, passando per Londra, facendo tappa a Elche e nel Principato di Monaco: in pochi alla sua età (ventidue anni lo scorso 9 febbraio) possono vantare un’esperienza simile. I lineamenti del giramondo non gli mancano, il fisico neppure, e a ben guardarlo in volto sembra fare della versatilità, della capacità d’adattamento, la dote chiave del suo essere uomo. Lo è sicuramente meno quando cambia abito e indossa completo e scarpini (spostarlo dal ruolo di mezzala equivale a dimezzare la sua efficacia in campo), ma dall’alto dei quasi centonovanta centimetri ha sempre saputo ritagliarsi uno spazio effettivo all’interno delle varie rose in cui ha giocato. È proprio dai precedenti che se ne evince la potenziale completezza: non sa ancora fare tutto, ma la carta d’identità gioca inevitabilmente a suo favore.

Inserimento preciso ad attaccare la profondità, dopo un’azione di Deulofeu, Pasalic realizza la rete della vittoria a Bologna

È discretamente preciso anche se non un granché nel vivo del gioco (84,5% nella precisione dei palloni giocati, in media 32,9 a partita), deve crescere in personalità ma si hanno in compenso ottimi riscontri sul fronte dribbling (1,5 per gara), dove è superiore a centrocampisti come Brozovic e Pjanic. Montella lo ha aspettato, dedicandogli parole di fiducia sia direttamente che non, e quando ha potuto iniziare a trarne i frutti è stato il suo Milan per primo a goderne: entrambe le reti segnate dal croato in campionato si sono rivelate decisive per i tre punti, e a coronare il periodo idilliaco vissuto a partire dall’esordio stagionale è arrivato anche il penalty decisivo a Doha, che ha consegnato la Supercoppa ai suoi. E il futuro? Rossonero soltanto in prestito dal Chelsea, quando gli chiedono che programmi abbia risponde con una netta tendenza al vago.

Apparenza, ma non solo

È sempre così: quando discutiamo con qualcuno che manifesta una particolare cura di sé da un punto di vista estetico accusiamo questo qualcuno di “pensare troppo all’apparenza”. Ma nulla vieta che Jakub Jankto possa trascorrere all’insegna della moda e della ricerca dello stile la sua vita extra-campo. In sostanza, sì: è quel tipo di calciatore da cui trarre ispirazione per rifarsi il guardaroba. Nell’estate del 2014 l’Udinese lo prelevò dallo Slavia Praga, così come ciascun membro del trittico Petrone-Mangia-Beggi (succedutisi a vicenda durante la scorsa stagione sulla panchina dell’Ascoli) avrà guardato alla duttilità tattica e alla brillantezza atletica del ceco, nel suo passaggio in prestito nelle Marche. Già allora i paragoni con Zielinski non tardavano a raggiungerlo, e al suo primo anno in Serie A sta dando risposte positive in un’Udinese che sembra progressivamente tornata attiva sul fronte scouting.

Schema su punizione, palla di Hallfredsson dentro per Jankto che calcia preciso sul secondo palo

Carismatico al punto giusto, hanno sempre sostenuto gli addetti ai lavori sin dai tempi della Primavera. Nel 2015, ad appena quattro mesi dal suo arrivo in Italia, sostenne un’intervista di quasi dieci minuti interamente in italiano. Un anno di gavetta in B è stato sufficiente: sotto la guida di Iachini, ma soprattutto dall’arrivo di Del Neri in poi, ha trovato anche in Friuli la continuità di cui aveva bisogno per il salto di qualità. Uno step intermedio, ma necessario. Quattro le reti in stagione, così come gli assist.

L’arte di essere figlio d’arte

Se esistesse un ranking nazionale per i luoghi comuni, quello che lega Federico Chiesa e papà Enrico avrebbe diritto ad un posto quantomeno nella top ten, per via delle interminabili frasi fatte secondo le quali l’eclettico classe 1997 incarnerebbe una versione più evoluta del modo di essere calciatore del padre. Lo stesso Enrico, intervistato più volte nel corso degli ultimi mesi, ha spiegato che i consigli che si permette di dare al figlio sono perlopiù di natura comportamentale. Lui lo segue con successo anche in questo campo, attraendo con una genuinità unica anche la simpatia dei bambini, per i quali rappresenta un vero e proprio modello.

Ricezione larga sulla fascia, finta a rientrare sul sinistro e cross che taglia l’area di rigore del Milan per finire sul piede di Kalinic

Ciò che di vero si dice di Chiesa Jr è anche che umiltà, spirito di sacrificio e di squadra sono state le caratteristiche tramite cui, ancor prima delle qualità tecniche, è riuscito a compiere il grande salto. L’esordio allo Juventus Stadium, i primi centri da professionista (2 in campionato, più il primo in assoluto a Baku, in Europa League), dribbling e chilometri percorsi a volontà. Chiunque in casa viola non perde occasione per riempirlo di lodi sin dall’inizio della stagione, sorvolando sugli inevitabili difetti legati alla inesperienza. Uno su tutti quello dei palloni persi, la cui annessa classifica lo vede costantemente al primo posto giornata dopo giornata. Sono due le caratteristiche che lo rendono speciale tra i nostri rookie: è anagraficamente il più piccolo (compirà 20 anni a ottobre); ha pianto dopo aver segnato il primo gol in Serie A, a Verona contro il Chievo.

Quello perfetto?

Prendete cento ventunenni, metteteli in fila e chiedete a ciascuno di loro se disdegnerebbero, nel corso della loro vita, il trovarsi di fronte a una biforcazione: da un lato la strada per diventare calciatore; dall’altro quella per lavorare come modello. È un po’ quello che è successo a Patrik Schick, l’ultimo e forse il più talentuoso dei nostri sei rookie. Il patron Ferrero lo ha portato in dote a Giampaolo in estate, versando quattro milioni di euro nelle casse dello Sparta Praga (che tra le altre cose è anche la squadra del cuore del ceco), e adesso, anche se i riflettori sono stati recentemente puntati su Muriel, se lo gode compiaciuto.

Controllo di petto orientato e destro a battere il portiere

Si ispira a Cristiano Ronaldo ed effettivamente quel che di Cr7 lo ha: fisicamente dotato, ma al contempo agile e straordinariamente rapido, oltreché valido tecnicamente. Schick interpreta il ruolo di prima punta con una concezione estremamente moderna, e le statistiche che evidenziano la propensione al partecipare alla manovra ne sono una concreta dimostrazione: nessuno, tra gli attaccanti della Samp, tocca più palloni di lui, né lo fa con maggiore precisione (74%, contro il 70 di Muriel e il 64 di Quagliarella). È invece più complesso comparare i suoi numeri a quelli dei bomber, non tanto per la mole minore di occasioni effettive quanto per una disposizione tattica – quella di Giampaolo – che prevede due attaccanti in tandem invece che un singolo: soltanto Chievo, Udinese, Empoli e Crotone, oltre alla Samp, se ne servono con continuità. In ogni caso, se il talento di cui è dotato fa sì che in prospettiva siano davvero poche le prime punte come lui, ciò di cui necessita è una continuità d’impiego che Giampaolo non gli ha mai concesso fino in fondo: sono appena tre le gare concluse dal rookie blucerchiato in A con i novanta minuti sulle gambe, decisamente poche per la meritata audience riscontrata dalle sue prestazioni.