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Il Colosseo, le Piramidi, il nuovo stadio della Roma

Si è parlato di costi e di politica, ma non di come sarà lui, lo stadio, concretamente. Un dialogo sul patrimonio architettonico romano, calcistico e non.

Di Federico di Vita e Fabiagio Salerno

Si è parlato molto in questi ultimi mesi di quello che forse sarà il nuovo stadio della Roma: si è parlato di piani regolatori (non era meglio alla Bufalotta?), di traffico (sicuri che non servisse la Metro B?), di conservazione dei beni culturali (l’antica tribuna andava portata in salvo), di tutela idrogeologica (si può costruire in una zona con un coefficiente di rischio paragonabile a Piazza Navona?), di finanza (sarà lo stadio della Roma o lo stadio di Pallotta?) e perfino di miasmi (non è poi così lontano un impianto di depurazione). Il fatto curioso è che in tutto questo tempo si sia parlato poco proprio dello stadio, ossia della struttura che ospiterà gli incontri. È strano che questo sia successo in una città abituata a vedere le partite all’Olimpico, un posto dove, per usare le parole di Giulio Andreotti, «dalla curva per vedere la porta dal lato opposto ci vuole il binocolo».

Il Divo Giulio non può saperlo ma dopo più di trent’anni sembra che il suo desiderio di vedere un po’ meglio le partite possa diventare realtà: la nuova dirigenza giallorossa ha infatti affidato il progetto allo studio Meis Architects “Sports, Entertainment and Experience Architecture”, di Dan Meis, con sede a New York e Los Angeles, esperto nella progettazione di stadi, e l’iter sembra potersi davvero coronare con la posa della prima pietra. In questo dialogo cerchiamo di offrire una serie di spunti di riflessione su aspetto e fruibilità del nuovo impianto. L’inevitabile premessa è che si sta parlando di un progetto che, se realizzato, certamente cambierà. E poi anche che ci si basa su una tutto sommato modesta serie di immagini di bassa qualità. Era addirittura un po’ sfuocata quella postata da Virginia Raggi la sera in cui ha trionfalmente annunciato di aver raggiunto l’accordo per la realizzazione dello stadio.

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Fabiagio Salerno – Qui si sta parlando dello stadio di Roma, non dello “Stadio della Roma”, come hanno scritto sulla facciata in maniera pacchianissima traducendo (male) dall’americano. Si tratta dell’erede di una serie di luoghi della portata del Circo Massimo e del Colosseo, per andare indietro nel tempo, e poi del Flaminio e del tanto agognato Olimpico. Il punto della discussione mi pare essere al di là di tutto ciò di cui si è parlato fino a oggi: il punto è Roma.

Federico di Vita – Ma saprai che Roma, almeno nell’incarnazione pallonara che porta i colori e il nome della città, aspetta uno stadio di calcio (l’Olimpico è uno stadio d’atletica) da almeno 30 anni. Il sogno che era di Viola e che in modo poco credibile è stato accarezzato anche da Franco Sensi, sembra finalmente a portata di mano. Lo slalom gigante tra i paletti della burocrazia pare essere arrivato alle ultime porte, e se l’inforcata non arriva proprio agli ultimi tornanti, ciò che resta da chiedersi è come sarà questo stadio – dai disegni che abbiamo visto si può immaginare solo fino a un certo punto l’effetto complessivo – e anche, forse ancor più importante e scusa se ti pare una questione terra terra, quanto sarà difficile raggiungerlo.

FS – L’incubo della burocrazia fa sì che la questione si discosti dal problema reale: si può parlare dello stadio in quanto monumento della città di Roma, e criticarlo, senza preoccuparci di essere dalla parte dei burocrati? Penso sia molto più sensato iniziare a visualizzare il sogno di Viola e Sensi, per quello che è, ovvero un ammasso di ferro e cemento, che ha una forma, un peso e un colore, piuttosto che chiudere la questione con “va bene tutto, basta che si arrivi in fondo”.

FdV – La cosa che mi preoccupa di più è la collocazione, il taglio alle opere pubbliche “accessorie” deciso dall’attuale giunta capitolina mi terrorizza. Se davvero Tor di Valle sarà raggiungibile solo percorrendo l’Ostiense o coi treni della Roma-Lido, arrivarci sarà un incubo. Il rilancio dell’intero quadrante sarebbe stato più credibile con la rete di collegamenti prevista nel progetto approvato da Marino, e anche se i grattacieli più alti della Cupola di San Pietro avrebbero violato la secolare consuetudine che non vuole veder nessun edificio dell’Urbe svettare oltre il Cupolone, se c’era un posto in cui l’azzardo di un’inedita verticalità si poteva tentare era proprio quello – oltre l’Eur (dove qualche torre – addirittura non finita – c’è già) e di fatto al posto di un rudere esausto circondato da cumuli di spazzatura. Ma hai ragione, siamo qui per parlare di ciò che sarà, non di cosa c’è.

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Lo spazio destinato al naming rights è molto grande

FS – Le città sono sempre state piene di luoghi orribili, e proprio su questi sono cresciute, districandosi tra preesistenze che vengono divorate e punti fermi che rimangono. Questi possono essere per esempio delle strade, se dal forte impatto infrastrutturale (pensa alla viabilità di Roma antica); o degli ostacoli, come le ferrovie, le mura di cinta o i fiumi; o infine quegli edifici che hanno valore di monumento, attorno ai quali la città si condensa. Roma è l’esempio lampante di come il tessuto urbano cresca attraverso e attorno al monumento che detta dimensioni e stile di ciò che gli sta attorno. Il monumento rimane più o meno immutato nei secoli (o meglio subisce i cambiamenti molto più lentamente), e a lungo andare diventa l’immagine della città. Lo stadio è il monumento per eccellenza. Ora, questo concetto non è altrettanto vero in tutte le culture, ma lo è nel caso di Roma, dove l’ammirazione per le proprie vestigia architettoniche è alla base di tutto. Per gli americani, ovviamente, questo aspetto, non è così scontato. E il progetto di Dan Meis racconta molto di questa mentalità. Usando le sue stesse parole «We design spaces where people come to watch, play, shop, or simply gather and experience». E l’architettura? Non pervenuta.

FdV – La prima cosa che mi è venuta in mente vedendo il progetto di Dan Meis è stata che per quanto l’idea di realizzare un “Colosseo moderno” – per usare le parole di Totti – sembri proprio la prima che possa venire in mente nel momento in cui si ipotizzi di realizzare un nuovo stadio a Roma (e come sanno gli sceneggiatori la prima idea spesso è da scartare), è altrettanto evidente che nelle fasce che cingono l’impianto, riecheggiando ruffianamente gli archi dell’anello esterno dell’Anfiteatro Flavio, affiori una dichiarata ed esplicita allusione a Roma e alla sua architettura. Altre si celano nella copertura, un velarium che ricorda quello dell’Olimpico, e nella piattaforma rialzata (di travertino?) su cui sorgerà l’impianto. Insomma questo progetto, per quanto possa piacere o meno, ha il pregio di dialogare – da una posizione debole (non può certo ambire neppure all’ombra del potenziale simbolico del Colosseo o del Circo Massimo) – con la storia architettonica della città. Lo stadio di Dan Meis è uno stadio che sin da un primo sguardo si riesce a identificare come uno stadio di Roma – e questa è una caratteristica che lo distingue da praticamente tutti gli altri impianti progettati negli ultimi trent’anni.

Colosseo, Giovanni Battista Piranesi

Colosseo, Giovanni Battista Piranesi

FS – Non sono d’accordo. Mettiamoci in testa che il potenziale simbolico del nuovo Stadio della Roma e del Colosseo sono semplicemente identici! Si tratta piuttosto di un dialogo debole. La relazione che Meis trova col Colosseo è riassumibile nell’assunto: “A Roma c’è il Colosseo > il Colosseo è quasi tondo e ha gli archi > Prendo queste due cose, le distorco e voilà, un moderno Colosseo!”. Lo dice lui stesso: «Con l’intenzione di evocare uno dei monumenti più amati e famosi di Roma, il Colosseo, il design incorpora, in uno stadio ultra-moderno, acciaio e vetro, avvolti in una “tela” di pietra. Questa tela, uno schermo galleggiante di pietra che avvolge lo stadio, è una interpretazione dinamica contemporanea degli archi in pietra della famosa arena».

FdV – La funzione del luogo è un elemento tenuto in grande considerazione da chi vivrà un’architettura, paradossalmente mi sembra molto più che dagli stessi architetti. La verità è che gli stadi antichi, gli anfiteatri, vivono al giorno d’oggi un’esistenza eminentemente simbolica, hanno addirittura la forza di archetipi, come nel caso del Colosseo, o per lo meno danno un fortissimo segno identitario alle città che li ospitano – ma non hanno smesso di essere teatri. All’Arena di Verona c’è una stagione concertistica, e perfino nel malridotto Anfiteatro Flavio è stata ricostruita parte della platea col preciso intento di organizzarvi spettacoli teatrali. Uno stadio serve per prima cosa per vedere al meglio una partita, e questo progetto sembra rassicurarci da questo punto di vista. Anche se forse mi sconforta ancor di più scoprire l’immagine dello stadio di Cincinnati, sempre di Dan Meis: e non mi sconforta solo per la bruttezza estetica, quanto perché guardandolo si capisce come il nuovo stadio di Roma altro non sarà che una sorta di aggiornamento – un doppione spacciato come unicum.

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Lo stadio di Cincinnati, realizzato da Dan Meis. Quelle fasce vi ricordano qualcosa?

FS – La funzione è un elemento importantissimo per l’architettura, ma pensaci bene, il suo tempo e la sua forza sono infinitesime rispetto all’impatto che ha sulla vita della città. Pensa al Mausoleo di Augusto, o alle Piramidi. Ce ne frega qualcosa della loro funzione? Potevano essere tombe o sale da ballo, per la città non sarebbe cambiato niente. Proviamo a spogliare un edificio dalla sua funzione, guardiamo lo Stadio della Roma come se l’As Roma non esistesse. Con la città sullo sfondo, fatta di case e luoghi, senza un’amministrazione, senza burocrazia, senza architetti e senza James Pallotta (se ci fai caso il Colosseo l’abbiamo visto per molto più tempo sotto questa veste che come anfiteatro per i giochi dei gladiatori). Adesso, che cosa ci vedi?

FdV – Premesso che a Roma sono quarant’anni che anche la partita si intravede, ci vedrei uno stadio che non ha alcuna possibilità di imporsi nel tempo come simbolo, ma al tempo stesso mi pare un elemento capace di segnare una nuova centralità, probabilmente la città crescerà attorno a quel nuovo fuoco. Inoltre non è la prima volta a Roma che un edificio allude alle forme del Colosseo, lo ha fatto anche il Palazzo della Civiltà Italiana, il Colosseo quadrato – anche se la pulizia di quell’esempio e il fatto che in quel caso il disegno sia stato proiettato sulle forme di un palazzo ne fanno un capolavoro dell’architettura razionalista. Mi vengono poi in mente il Teatro di Marcello e allargando il discorso gli altri anfiteatri, non solo romani, come quello di Arles o l’Arena di Verona. Quegli edifici non si somigliavano forse come si somigliano gli attuali stadi di calcio?

FS – Nell’antichità gli stadi si somigliavano molto di più di adesso. I teatri romani erano fatti più o meno tutti ad archi sovrapposti, semplicemente perché l’arco era la struttura adatta a reggere il peso dell’edificio. La tecnica costruttiva, le misure, le proporzioni (molto più delle citazioni) erano i criteri su cui si basava l’architettura. Le citazioni poi possono essere raffinate o pacchiane. Fare di un obelisco un lampione come lo trovi?

Nel video promozionale questi tratti kitsch sono messi orgogliosamente in mostra. Tutto viene rappresentato attraverso immagini allucinate, in cui più che il progetto è messa in evidenza la gente festante, l’atmosfera, le bandiere, la bolgia, i colori fluo. L’intenzione è quella di impressionare a tutti i costi. Il “fan village” è «una interpretazione moderna dei luoghi caratteristici di Roma, come Piazza di Spagna», esattamente la logica degli outlet suburbani. Pensa a quello di Barberino, a ridosso dell’A1. Sembra proprio un grazioso paesino toscano, con tanto di fiumiciattolo e finta pietra serena, studiato apposta per piacere ai giapponesi. E poi tutta quell’insistenza sull’immaginario dello Stadio del futuro… che tra l’altro penso abbia fatto presa su molti. «Il design ultramoderno in acciaio e vetro» – negli anni Trenta sì che era ultramoderno. «L’anello sospeso che ricorda in chiave moderna gli archi e le pietre del Colosseo». Ma come cazzo ci siamo finiti a Las Vegas?

FdV – Mi auguro che l’immagine proposta dagli spot sia una cosa – quel tipo di retorica e di estetica come dici si è imposta e paga – e un’altra l’effettiva esperienza del luogo una volta costruito. In questo senso promette di più lo stadio che il business park, quello davvero sembra un Outlet. Certo considerata l’impronta ecologica con cui è stato sempre presentato questo progetto mi sarebbero piaciute soluzioni più coraggiose in quella direzione. Vogliamo fare in un’ansa del Tevere uno stadio sostenibile? E allora perché non farlo come quello in legno di Zaha Hadid? Oppure avrei preferito un progetto capace di dialogare con la città in modo più sottile, come promette per esempio di fare il futuro stadio del Chelsea, un vero gioiello che sarà costruito con i classici mattoncini inglesi e i passanti in ottone. Un altro esempio, volendo puntare su un progetto “futuristico”, è lo splendido Aviva Stadium di Dublino – sembra un’astronave slegata dal contesto in cui è calata, bellissimo nella sua estraneità.

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Quando Meis parla di ultramoderno, a che si riferisce?

FS – La questione ecologica, posta in questi termini, è uno specchietto per le allodole (ma vedo che pure questo argomento attecchisce molto). Fai lo stadio in legno (che significa rivestito in legno) e poi cementifichi un quartiere intero. Se l’operazione voleva essere davvero eco, l’unica soluzione sarebbe stata il riuso di uno stadio che c’è già. Gli esempi che citavi sono emblematici di come si può fare uno stadio moderno, in maniera fine, e senza scimmiottare il monumento di turno, tipo lo stadio Matmut-Atlantique di Bordeaux, col suo colonnato a ordine gigante e l’impianto rettangolare. Un disegno addirittura classico, nella sua aulicità. Tornando al progetto di Meis, se davvero l’operazione intellettuale fosse stata racchiudere in un’architettura lo spirito del luogo, magari il riferimento più appropriato a cui rifarsi era lo stadio Ferraris di Marassi, progettato da Gregotti, dove ogni singolo elemento allude al porto, al mare, ai cantieri e quindi alla storia di Genova. Una volta spogliato di ogni funzione il Ferraris resterebbe comunque un edificio intrinsecamente genovese. Al contrario il nuovo Stadio della Roma mi sembra un’occasione mancata. E di occasioni come questa ne passa una ogni trent’anni.

lo stadio comunale luigi ferraris nel quartiere di marassi

Lo stadio comunale Luigi Ferraris, nel quartiere di Marassi