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Iliade

Russell Westbrook contro James Harden, il duello per il titolo Mvp che ha monopolizzato la regular season Nba.

Di Francesco Mecucci

La faccia impertinente da tartaruga ninja di Russell Westbrook – Raffaello, per l’esattezza, il più impulsivo – o l’impenetrabile volto barbuto di James Harden: quali sembianze avrà il prossimo Mvp della Nba? Se nella passata stagione a monopolizzare le attenzioni è stata una grande performance di squadra, quella dei Golden State Warriors dei record, quest’anno a farlo sono state due incredibili, sfrenate, a tratti esasperate corse individuali al premio di miglior giocatore della regular season. Che è ben diverso dall’infilarsi al dito l’anello di campione Nba, ma questo è un altro discorso. Perché oltre le strabilianti cifre e le prestazioni debordanti dei leader di Oklahoma City Thunder e Houston Rockets, c’è molto di più.

C’è una sfida con se stessi, una smania di dominio assoluto, una profonda voglia di competere e di superare i limiti. Per lasciare un segno indelebile sul gioco. Per far ricredere tutti i critici. Negli one man show di Westbrook e Harden si rispecchiano somiglianze e differenze delle due personalità più forti della Nba di oggi. Giocatori che si caricano sulle spalle l’intera squadra, trend setter anche fuori dal campo, ma in grado di non perdere mai la concentrazione sul fine ultimo dei propri sforzi: raggiungere il top. Se da un lato Thunder e Rockets difficilmente arriveranno al titolo (inoltre si incroceranno nel primo turno dei playoff), dall’altro è altrettanto arduo credere che il Maurice Podoloff Trophy finisca in mani altrui: quelle di LeBron James o Kawhi Leonard, comunque in corsa; di Stephen Curry o Kevin Durant, meno considerati che in passato.

A confronto

Nel segno della tripla doppia

Entrambi californiani dell’area di Los Angeles, modaioli e quasi coetanei – classe ’88 Westbrook, ’89 Harden – c’è un fatto che ha accomunato la loro caccia all’Mvp, oltre al grande rispetto reciproco: la ricerca ostinata della tripla doppia. Un fenomeno in crescita nella Nba di oggi: nel 2016/17 se ne sono realizzate di più che in ogni altra stagione. Tuttavia, andare in doppia cifra in punti, rimbalzi e assist continua a mantenere una certa magia: ci riescono solo quei giocatori capaci di incanalare nel loro basket il flusso di energia che si sprigiona in una partita e di mantenere un livello di attenzione e controllo totale sul match. Cosa che Westbrook e Harden fanno quasi sempre.

Un po’ di numeri. Westbrook ha raggiunto due “sacri Graal” del basket che appartenevano a Oscar Robertson: il record di triple doppie in una stagione (42, contro le 41 di Robertson nella stagione 1961/62) e soprattutto la regular season conclusa in tripla doppia di media (31,6 punti, 10,7 rimbalzi e 10,4 assist). Soltanto Robertson, sempre in quella stagione vecchia ormai di cinquantacinque anni, era riuscito in una simile impresa. Westbrook ha pure scavalcato Wilt Chamberlain issandosi al quarto posto nella classifica totale delle triple doppie a quota 79. Queste cifre potrebbero valere al numero 0 dei Thunder il premio di Mvp, perché al di là dei risultati di squadra è difficile non tenere conto di una serie di performance di tale livello, impreziosita da una tripla doppia senza errori al tiro dal campo (il 22 marzo, primo di sempre a riuscirci) e da altre tre con oltre 50 punti segnati. E senza dimenticare i tanti canestri decisivi sulla sirena.

 

Harden invece ha registrato “solo” 22 triple doppie, un dato comunque straordinario, e non ha raggiunto la doppia cifra di media nelle tre tradizionali categorie statistiche – ha chiuso con 29,1 punti, 8,1 rimbalzi e 11,2 assist – ma la sua stagione è stata assolutamente stellare, con 11 partite sopra i 40 punti e 2 in tripla doppia sopra i 50, e una sensazione di onnipotenza mai avvertita prima, tra l’altro in una squadra vincente. Harden e Westbrook sono infine gli unici giocatori nella storia della Nba ad aver realizzato più volte – due il primo, tre il secondo – una tripla doppia con 50 punti segnati.

Westbrook, o dell’ossessione

Stesso obiettivo, cifre simili, ma approcci differenti: così Russell Westbrook e James Harden spingono il loro basket oltre ogni limite. Westbrook è il giocatore più esplosivo della Nba, il primo realizzatore e la miglior guardia rimbalzista della lega. Quel che risalta di lui è però l’ossessione con cui scende sul parquet. Come se ce l’avesse con il mondo intero. Vive ogni partita e ogni allenamento in uno stato di trance agonistica. Westbrook è uno che non si risparmia, un trascinatore che non sarebbe tale se andasse in campo rilassato, senza i suoi sguardi di sfida, gli eccessi di esultanza, le risposte a tono che gli sono valsi un’infondata nomea di testa calda.

Oklahoma City Thunder v Los Angeles Clippers

Fuori dal campo, invece, è gentile e disciplinato, sempre sul pezzo, maniacale studioso dei video, un po’ rompiscatole e abitudinario all’inverosimile, tanto da iniziare sempre il riscaldamento nell’arena vuota tre ore prima della palla a due. Per la sua pazzesca stagione è stata coniata la definizione di Revenge Tour: “vendetta” non tanto verso Kevin Durant, ma nei confronti di chi crede che sia impossibile vincere da solo o evitare il tracollo della squadra dopo la partenza della star designata. Anche se i risultati del team non sono eccelsi (Thunder sesti a Ovest), Westbrook resiste a ogni pressione con enorme forza mentale. Non vuole avere rimpianti: lo scorso 26 marzo, nell’ultimo scontro diretto con i Rockets, seppur a sconfitta e tripla doppia ormai acquisite, Westbrook continuava a spingere sull’acceleratore giocando ogni possesso come se fosse l’ultimo della sua vita. Lui è così.

Harden, un computer in campo

Rispetto all’altro, James Harden ha un approccio più sereno, soprattutto ora che le cose girano per il verso giusto. Sa dove vuole arrivare e sa che tanto prima o poi ci arriverà, a quel premio di Mvp sfuggitogli, con un certo risentimento, nel 2015. La fiducia nelle proprie possibilità è sconfinata e fin dal training camp non ha fatto mistero di puntare esplicitamente al trofeo. Con una squadra costruita per lui da coach Mike D’Antoni e dal gm Daryl Morey, è diventato un leader più consapevole e in grado di prendersi cura dei compagni, riducendo i comportamenti da divo egoista e “separato in casa” che lo hanno contraddistinto negli anni passati.

 

In campo, come Westbrook, il Barba ha una predisposizione al dominio assoluto, vuole la palla in mano (la trasformazione in point guard “ufficiale” dei Rockets ha ancor più agevolato la sua esplosione), ma lo spirito è molto diverso. Le prestazioni di Harden appaiono meno “arrabbiate” rispetto alle scorribande del rivale di Oklahoma. Trasudano una tranquilla sicurezza di sé, un controllo assoluto di palla e squadra, un cervello in grado di decidere in un nanosecondo la soluzione migliore. Il ritmo di Harden è particolare: a volte sembra addormentare il gioco, ma sa accelerare e attaccare il ferro in un lampo, oppure effettuare un arresto fulmineo subito dopo essersi creato spazio con un crossover, per passare poi al marchio di fabbrica, il tiro in step back, oppure andare a segno in euro step. Lui è un “ragionatore creativo”, supportato da una notevole struttura fisica (1,96 per 105 chili). Ed è un tiratore da tre migliore dell’ex compagno di squadra, che invece predilige il pull-up shot dalla media: la veemenza con cui Westbrook attacca il canestro induce istintivamente il difensore ad arretrare e così Russell ha spazio per frenare, alzarsi e tirare.

Dominare oltre il gioco

Se in campo Russell Westbrook e James Harden sono abituati a prevalere con le loro doti da superstar, fuori non sono da meno: ogni gesto finisce inevitabilmente sotto le luci dei riflettori e spopola sui social. Non hanno uno stylist personale: scelgono da soli ogni capo d’abbigliamento o accessorio, vogliono avere il controllo della propria immagine esattamente come quando hanno in mano una palla da basket e mettendoci una forte dose di creatività, a guardare i loro outfit tutt’altro che convenzionali. Insomma, Westbrook e Harden fanno tendenza con stile e personalità. Ciascuno in modo diverso, ma la fanno. Che sia per quello che indossano o per ciò che dicono. Per loro la partita non dura 48 minuti, ma continua sempre. Soprattutto per uno dei due.

Houston Rockets v Los Angeles Clippers

È palese, infatti, che un tipo come Westbrook non prenda nulla alla leggera, tantomeno in questa stagione. Per lui tutto è agonismo, ogni momento è competizione: c’è sempre bisogno di qualcuno da affrontare, anche solo con uno sguardo, con una frecciata ad hoc. Quando gli hanno riferito che per Steph Curry sarebbe Harden a meritare l’Mvp si è limitato a commentare: «Lui chi è?», mostrando assoluta indifferenza. Ma che non sarebbe stata una stagione normale si era capito già dalla prima partita, a fine ottobre: un esordio bagnato da un battibecco con un tifoso dei Sixers nelle prime file – che poi si scoprirà essere Richard Harkaway, un medico che a tempo perso fa il comico – il quale, sostenendo che Russell gli avesse dato del «ciccione», gli ha mostrato platealmente il dito medio di entrambe le mani. Per Westbrook ogni occasione è buona per alzare il livello di sfida: pochi giorni dopo, per la prima volta da avversario di Kevin Durant, si è presentato in casa dei Warriors con la pettorina da official photographer, ben conoscendo la passione del nuovo rivale per la fotografia e giustificandola con uno dei suoi disarmanti «Niente, mi andava di vestire così», risposta tanto volatile quanto i suoi abiti che si dice utilizzi una volta sola, per poi darli via. Il risentimento verso Durant è uno dei temi di questo campionato, ulteriormente rinfocolato da The Heart Part 4, il nuovo pezzo del rapper Kendrick Lamar, losangelino come Westbrook, che attraverso la metafora del basket lancia messaggi di vendetta verso le persone che voltano le spalle e tradiscono, in questo caso identificate con KD.

In realtà Westbrook “deve” competere, ha bisogno di mettersi pressione addosso, andrebbe contro la sua natura se non si comportasse così. Un mese esatto dopo l’addio di Durant, al momento del rinnovo con Oklahoma City, ha postato su Twitter una foto emblematica: lo scatto di un istante in cui esulta mostrando i muscoli, sullo sfondo del suo pubblico osannante, come per dire: «Adesso ci sono solo io». In partita Westbrook è completamente posseduto e nella foga sfiora pericolosi limiti: nel restituire il pallone in occasione di un time out, ha tirato, pare involontariamente, una plateale pallonata in testa a un arbitro, cavandosela con un fallo tecnico; ha promesso di farla pagare, non specificando come, a Zaza Pachulia per un durissimo blocco durante una delle sfide al vetriolo con Golden State; ha commesso un’imbarazzante infrazione di passi, dimenticandosi di palleggiare all’avvio di un’azione, dopo aver ricevuto palla su rimessa, tutto preso a dare disposizioni ai compagni. Ma è praticamente impossibile sentir parlare male di lui: ha la fissa dell’ordine e della pulizia, è riservato e legatissimo alla famiglia, sempre puntuale a ogni allenamento e pratica tanti piccoli rituali come l’immancabile sandwich al burro di arachidi e gelatina alla fragola che si prepara da solo prima di ogni gara, tagliando rigorosamente il pane a fette triangolari. E durante un incontro con dei ragazzini di Oklahoma City, ha raccontato Sam Anderson sul New York Times Magazine, ha ripetuto loro fino allo sfinimento di allacciarsi le scarpe sciolte, come se fosse questione di vita o di morte.

Le migliori giocate in carriera di Westbrook…

Invece, come emerge anche dal gioco, James Harden mantiene un atteggiamento più calmo e distaccato. Ma nella sua vita la cura dello stile è lucidissima e certosina. Sa cosa vuole e come ottenerlo, tanto da supervisionare strettamente insieme allo staff del suo sponsor tecnico la realizzazione della scarpa personalizzata, fornendo indicazioni a ogni ora del giorno e della notte per ottenere una calzatura perfettamente adeguata alle proprie caratteristiche. «Abbiamo 82 partite a stagione e le videocamere sempre puntate su di noi. Mi piace mostrare ogni sera il mio stile personale. È la mia versione di vestirmi per andare in ufficio», ha raccontato posando per GQ, che lo ha definito lo Houston Rockets rainmaker, termine che in gergo americano indica un mago degli affari o un avvocato particolarmente bravo a vincere cause danarose e quindi portare una pioggia di soldi, nel suo caso di canestri e vittorie. James Harden progetta minuziosamente il suo stile swag, nell’incrollabile convinzione di essere il migliore: dall’abbigliamento, che lui stesso ha definito funky, alle passioni personali, tra cui quella per le automobili britanniche di lusso; dalle frequentazioni con famosi rapper a una vita privata che, nell’estate del 2015, lo ha visto in coppia con Khloé Kardashian, quasi una consolazione dopo la sconfitta in finale di conference con Golden State e il premio di Mvp dato a Curry. Harden è il giocatore più riconoscibile della Nba e un ruolo determinante lo ha avuto la sua barba. Sperimentata durante gli anni universitari ad Arizona State, nata come semplice imitazione di Baron Davis allora play dei Warriors, se l’è fatta crescere nettamente tra 2011 e 2012, durante il suo ultimo periodo ai Thunder prima del passaggio a Houston che ha sancito il suo status di stella. Altro suo “tema” è quello dello chef: spesso celebra un canestro realizzato con lo stir the pot, mimando il gesto di mescolare qualcosa in un pentolino, «come se portassi l’avversario sulla mia isola, me lo cucinassi e lo mettessi nel frullatore».

… e quelle di Harden

Prendersi una squadra

Tra Harden e Westbrook sono diverse anche le premesse da cui è nata questa stagione. Fin dall’addio di Durant, a Oklahoma City si sapeva che Westbrook avrebbe preso in mano la squadra e accentrato il gioco su di sé, spingendo l’acceleratore al massimo per dimostrare di aver ragione. È come se avesse detto: «Io quest’anno gioco così, statemi dietro». E a coach Donovan non è rimasto che organizzare il lavoro degli altri giocatori e gestire i minutaggi del suo uomo-franchigia, cosa peraltro non sempre fattibile quando è on fire.

Meno spontanea la situazione di Harden a Houston, dove la squadra è stata costruita secondo i dettami di D’Antoni, spalleggiato a sua volta dalle convinzioni “sabermetriche” di Morey, colui che nel 2012 prese Harden proprio dai Thunder in quanto rispondente ai requisiti di base del progetto (attitudine a tiro al ferro, tiro da tre e tiro libero). Non per niente, infatti, i Rockets sono arrivati terzi a ovest, grazie a un gruppo che ha ben assimilato il basket corri e tira di D’Antoni. Il sistema di gioco lascia al Barba larghissimi spazi di manovra: la presenza sull’arco di cecchini come Ryan Anderson o Eric Gordon apre il campo alle irresistibili penetrazioni di Harden o ai pick and roll con Clint Capela. E forse proprio il rendimento di squadra potrebbe seriamente aumentare per lui le chance di vincere l’Mvp.

Oklahoma City Thunder v Washington Wizards

Conta il singolo o il team?

Il premio, che quest’anno per la prima volta sarà assegnato il 26 giugno a New York in uno show televisivo, è tutt’altro che una scienza esatta. Le scelte dei giurati – un panel di 130 giornalisti – ruotano attorno a un dilemma: contano le cifre individuali o i risultati di squadra? La verità, forse, sta nel mezzo: le performance del giocatore sono indiscutibilmente rilevanti, e quest’anno lo saranno ancor di più alla luce delle cifre di Westbrook, ma è chiaro che realizzarle in un contesto vincente offre delle possibilità aggiuntive, motivo per cui salirebbero anche le quotazioni degli altri in corsa, da LeBron James a Steph Curry. Ancor più importante è quanto una superstar riesce a far migliorare i compagni, e pure qui Harden appare facilitato, mentre Westbrook non è molto considerato sotto questo aspetto. Fermo restando che, come già detto, di fronte a una tripla doppia di media sarebbe in ogni caso difficile appellarsi ad altri fattori.

Tempo pochi giorni e l’inizio dei playoff sposterà ancora una volta l’attenzione sul titolo “che conta”, quello di campione Nba. Harden e Westbrook si ritroveranno di fronte anche in post season, per uno dei duelli più stellari di sempre, nonostante in questo momento i Rockets, vincitori di tre confronti diretti su quattro, siano più forti dei Thunder, che dipendono strettamente dal loro trascinatore più di quanto il gioco di Houston non soffra nei momenti in cui il 13 è in panchina. Ma per assegnare l’Mvp si guarda solo la regular season e dopo le imprese della tartaruga ninja e del Barba, che hanno fatto la storia al pari dei record dei Warriors di un anno fa, stavolta la decisione sarà la più difficile di sempre. E stai a vedere che alla fine aveva ragione… Kobe Bryant, il quale, interpellato sul tema, ha tagliato corto: quest’anno il premio di Mvp dovrebbero darlo a tutti e due.