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Il peso di Hillsborough

A distanza di quasi trent'anni, il ricordo della tragedia più sanguinosa dello sport inglese è ancora vivo. Soprattutto dopo la sentenza di un anno fa.

Di Giorgio Coluccia

Il pellegrinaggio è ormai iniziato da giorni. All’esterno dello stadio di Hillsborough accade puntualmente tutti gli anni. Fiori, candele, foto, disegni, sciarpe e maglie, deposte alla base del pilastro che commemora la peggior tragedia del calcio inglese. Sono cittadini di Sheffield, ma arrivano da tutto lo Yorkshire, oltre che da Liverpool e Nottingham. Siamo alle spalle della South Stand. Pure chi il 15 aprile 1989 non c’era, prima di ogni partita, si ferma qui per un po’. È un rito, una preghiera, prima di oltrepassare il ponte sul fiume Don ed entrare allo stadio. Quella semifinale di Fa Cup fu interrotta dopo 6 minuti, la targa venne eretta in occasione del decimo anniversario. «In memoria dei 96» c’è scritto. «Uomini, donne e bambini che tragicamente morirono, ma anche per le innumerevoli persone le cui vite furono cambiate per sempre». Tutte le foto di chi non c’è più sono appese sulla grata poco dietro, a sinistra è comparso anche un appello. Arriva dalla famiglia di Paul Carlile, all’epoca diciannovenne, e chiede risposte a delle domande che probabilmente resteranno tali. «Chi era vicino a Paul in quei momenti? Qualcuno gli ha tenuto la mano? La sua morte è un dolore che sparirà solo quando potremo essere di nuovo assieme a lui». I due amici con cui era andato in trasferta sono sopravvissuti, la sorella Michelle non ha mai smesso di chiedere giustizia: «Lo hanno riportato a casa in una bara due giorni dopo la morte, fatalmente era il giorno del mio ventunesimo compleanno. Da quel giorno non festeggio più, ricordo ancora tutti i suoi amici seduti in silenzio sul pavimento della nostra casa fino al momento del funerale».

Memorial To Mark 25th Anniversary Of Hillsborough Disaster

Sono passati ormai 28 anni, ma tutta quest’area a nord di Sheffield rimanda ancora a quella sciagura. La città è un misto di sali e scendi, risente del paesaggio collinare caratteristico della parte sud dello Yorkshire. È nota anche come città dell’acciaio, vista l’enorme produzione che ne ha rappresentato la vera ricchezza durante la rivoluzione industriale. Furono in tanti a essere impiegati nel settore metallurgico e negli altiforni, facendo aumentare di molto la capacità abitativa, con la creazione di nuovi sobborghi. Tra cui quello di Hillsborough, situato su una delle sette colline della città. Prima di arrivare a Leppings Lane, strada che ha dato il nome alla tribuna dove si verificò la tragedia, c’è l’altro memoriale, quello di Middlewood Road. Scenario identico, l’aiuola è ricoperta di fiori e biglietti ricordo, con al centro la targa e la scritta You’ll never walk alone. All’interno di Hillsborough, proprio dietro la porta dove morirono schiacciati e soffocati tanti tifosi, ci sono 96 sediolini bianchi in quella che ora si chiama West Stand.

Quel giorno John Highfield era un giovane reporter per lo Sheffield Star, riuscì a entrare in campo subito dopo la sospensione: «Ho visto scene orribili, che ricorderò per sempre. Gente schiacciata contro le recinzioni, tifosi che morivano sul campo e venivano caricati sui cartelloni pubblicitari, usati come barelle di fortuna. Internet non era quello al quale siamo abituati adesso, non c’erano gli smartphone e tanti tifosi del Nottingham seppero cosa era successo solo quando tornarono nella loro città». Hillsborough ancora oggi resta un impianto tipicamente inglese, circondato dalle casette a schiera su due livelli. Le stesse abitazioni che quel giorno aprirono le loro porte per accogliere tantissimi tifosi. Anzitutto chiesero di poter usare il telefono, per avere notizie e comunicare con le famiglie. «Ho visto gente piangere e battere i pugni sul muro dello stadio, dopo aver smarrito per sempre amici o familiari in quella terribile massa umana», conclude John.

Liverpool Prepares For Hillsborough Disclosure Day

Justice for 96, hanno da sempre chiesto familiari e superstiti. Quello di quest’anno è il primo anniversario dopo la verità giudiziaria, ma allo stesso tempo anche storica, emersa con la sentenza del 26 aprile 2016. La motivazione di tragedia accidentale, che per tanti anni si era fatta strada, è stata cancellata dalla giuria di Warrington, cittadina nel nord ovest dell’Inghilterra, che ha scagionato i tifosi e ha puntato il dito contro la gestione degli organizzatori e soprattutto l’operato inefficiente della polizia. Con circa 6 mila persone ammassate davanti ai tornelli, fu fatale l’autorizzazione arrivata a pochi minuti dall’inizio del match da parte del sovrintendente David Duckenfield, che fece aprire il Gate C della Leppings Lane, creando un ingorgo mortale nella parte centrale di quel settore. Quella arrivata in tribunale è una vittoria dedicata a chi non c’è più soprattutto per i tifosi del Liverpool, da subito additati come responsabili e finiti al centro di un discusso articolo del Sun, noto come The Truth, pubblicato 4 giorni dopo l’accaduto. Già protagonisti in negativo in occasione dell’Heysel, si parlava di tifosi arrivati dalla Mersey che urinarono sulla polizia impegnata nei soccorsi o che rubarono i portafogli dei cadaveri. Sono dettagli che il tabloid ottenne da un’agenzia di stampa “indirizzata” da un parlamentare conservatore rimasto anonimo, che agì dietro spinta del governo e della stessa polizia. L’obiettivo era quello di nascondere eventuali responsabilità e far passare molti tifosi del Liverpool come ubriachi, violenti, senza biglietto e disinteressati alla partita. Sono stati anni bui. La svolta è arrivata nel 2009, quando una nuova inchiesta è iniziata e con il passare del tempo ha smascherato tutti i vizi di quelle che erano ritenute da molti false motivazioni ufficiali.

Il Liverpool sul proprio sito da sempre riserva una sezione con un profilo in memoria di ogni tifoso scomparso, dietro al motto never forgotten. La Hillsborough Justice Campaign, a pochi passi da Anfield in Walton Breck Road, non ha mai smesso di chiedere la verità, tenendo attivo anche il comitato di supporto ai familiari delle vittime. Ne fa parte Barry Devonside, che quel giorno non vide più tornare a casa suo figlio Chris, di 18 anni: «Era una domenica stranamente calda e soleggiata, io e mio figlio con altri amici andammo a Sheffield in macchina. Chris, Gary e Simon non sono sopravvissuti per le colpe di qualcuno che finalmente sono state accertate, anche se non ci restituiranno mai i nostri ragazzi. Chris amava il calcio e il Liverpool, da bambino aveva giocato con Rob Jones, che poi è diventato un giocatore dei Reds e della Nazionale inglese». Come accade ogni 15 aprile, Liverpool si stringerà in silenzio alle 15.06 in punto. Il memoriale fuori dallo stadio è già pieno di fiori e sciarpe, le campane del municipio risuoneranno 96 volte, dentro la cattedrale anglicana ci sarà una celebrazione e il trasporto pubblico si fermerà. Gli autobus, sotto le informazioni di linea, avranno la scritta remembering the 96.

Memorial To Mark 25th Anniversary Of Hillsborough Disaster

Come tutto l’impianto, rispetto all’epoca anche l’area della Leppings Lane è completamente cambiata. Di simile restano solo i mattoncini rossi che contraddistinguono lo stadio, dotato ora di appropriate vie di fuga, scalinate e tornelli. Il tunnel numero 2 è rimasto tristemente famoso, fu quello preso d’assalto al momento dell’apertura del cancello C, creando un imbuto verso la tribuna che si rivelò letale. È stato adeguato, non è più stretto e buio. Quel giorno la semifinale tra Liverpool e Nottingham Forest iniziò come se nulla fosse, mentre tantissimi tifosi si ritrovarono in trappola, provando a scappare scavalcando le barriere o chiedendo aiuto ai supporter stipati nella parte superiore. Al sesto minuto, l’ufficiale di polizia Roger Greenwood entrò in campo chiedendo all’arbitro la sospensione del match perché la situazione era ormai divenuta drammatica. Persero la vita 96 tifosi, l’ultimo a morire fu Tony Bland, scomparso nel 1993 dopo quattro anni in stato vegetativo. La più giovane delle vittime fu Jon-Paul Gilhooley, aveva 10 anni ed era il cugino di Steven Gerrard, all’epoca bambino di 8 anni, poi divenuto bandiera indiscussa della storia del Liverpool: «Per me è stato difficile diventare calciatore sapendo che Jon-Paul era morto proprio in occasione d’una partita di pallone. Ho avuto un pensiero per lui prima di ogni singolo match», ha dichiarato nella sua autobiografia Gerrard. Il Liverpool vinse poi quella Fa Cup a Wembley contro l’Everton, appena cinque settimane dopo il dramma di Sheffield.

 

 

Nell’immagine in evidenza, sciarpe sugli spalti di Anfield per ricordare la tragedia di Hillsborough (Christopher Furlong/Getty Images)