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Nobiltà estense

Il ritorno a grandi livelli della Spal, lanciata verso una sorprendente Serie A: reportage da una Ferrara di nuovo innamorata della sua squadra.

Di Francesco Paolo Giordano

Manca ancora una ventina di minuti perché riapra lo Spal Store, quattro minuti a piedi dalla Cattedrale di Ferrara, ma c’è già una decina di tifosi in attesa. «Se siete qui per i biglietti per la partita di sabato, niente da fare. Sono finiti ieri mattina». Una città intera che si riversa per andare “alla Spal”, come dicono qui: non allo stadio, ma alla Spal, perché «noi spallini andiamo verso l’oggetto del nostro desiderio. La Spal è un tratto distintivo della nostra ferraresità, ti rimane attaccata alla pelle» (Arnaldo Ninfali, Febbre di Spal). Tutti a Ferrara vogliono essere partecipi del momento di rinascita della squadra: oggi la neopromossa Spal lotta per un posto in Serie A, contro ogni pronostico. Tranne quello del presidente Walter Mattioli, che candidamente ammette di non essere affatto sorpreso dal cammino impetuoso della sua squadra. Dicono che, quando un giornale nazionale ha posizionato la Spal in coda alla griglia di partenza del campionato di Serie B, sia andato su tutte le furie. «A inizio stagione tutti mi chiedevano: “Pres, ci salveremo?”. E io dicevo, guardate, secondo me faremo qualcosa di più di una semplice salvezza. Se ne avremo la possibilità, proveremo a inseguire cose più grandi, come la Serie A. Lo dissi non solo per strappare un applauso in una piazza gremita, ma perché era qualcosa che sentivo dentro. Fa parte di me avere un traguardo quasi impossibile da raggiungere».

Walter Mattioli è una figura chiave della Spal: non solo per quello che squadra e società sono oggi, ma anche per quello che ha rappresentato nel percorso di rinascita di un club dalla storia nobile, con 21 partecipazioni in Serie A (un quinto posto nel 1959/60, una finale di Coppa Italia nel 1962). La storia recente della Spal racconta di anni difficili e di ben due fallimenti: il primo nel 2005, il secondo nel 2012. Durante una delle tante stagioni iniziate male e finite peggio, i tifosi organizzarono una colletta per la realizzazione di un cartellone da esporre nel centro cittadino: “AAA cercasi imprenditore serio per la Spal”. Nell’estate del 2013, in un clima di incertezza totale e con la squadra in Serie D, il sindaco Tiziano Tagliani chiamò la famiglia Colombarini, proprietaria della vicina Giacomense di cui Mattioli era presidente, per sollecitare il loro intervento. La Giacomense era una piccola realtà sportiva di una frazione di un paese in provincia di Ferrara, che la bravura dei proprietari aveva portato fino a un’inimmaginabile Lega Pro. «Quando il sindaco ci ha chiesto di venire a Ferrara», ricorda Mattioli, «abbiamo avvertito un misto di tensione, per quello che lasciavamo, e di felicità nel venire a gestire la nostra amata Spal. Ci abbiamo messo un attimo a decidere». Si è così realizzata la trasformazione della Giacomense in Spal, con l’acquisizione del marchio storico della società ferrarese.

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Nei confronti dei Colombarini e di Mattioli, i tifosi esprimono una sincera gratitudine. Lo dicono gli sguardi, l’enfasi anche gestuale, ancor prima che le parole. Una riconoscenza forgiata dai risultati, certo, ma anche figlia di una consonanza sentimentale nei riguardi di una proprietà ferrarese. «Si parlava di acquirenti milanesi, ma no… meno male che è andata così», mi dice uno dei tifosi di lunga data, con indosso la tuta ufficiale della società. I Colombarini, proprietari di un’azienda che produce laminati in vetroresina, sono da sempre grandi tifosi della Spal, così come il presidente Mattioli, che della squadra, in passato, avrebbe anche voluto essere giocatore: «Facevo parte del settore giovanile di una società della provincia ferrarese, il Voghiera. Feci anche dei provini per la Spal, ma fui bocciato dal presidente Mazza».

Sulla statua del Savonarola, che nacque a Ferrara nel 1452, non c’è più la sciarpa biancazzurra che i tifosi annodarono per festeggiare la promozione in Serie B. È credenza comune che fissare la statua negli occhi non porti bene: lo dissero anche a Leonardo Semplici, allenatore della Spal, la prima volta che girò per la città. Semplici arrivò a Ferrara nel dicembre del 2014, in Lega Pro, con la squadra che stagnava nelle zone basse della classifica. Al termine della stagione, dopo una grande rincorsa, la Spal mancò i playoff solo per una manciata di punti. L’anno dopo, però, i biancazzurri furono padroni del campionato dall’inizio alla fine, chiudendo con nove punti di vantaggio sul Pisa secondo e ritrovando la Serie B a distanza di 23 anni. Gran parte di quella squadra è rimasta anche in questa stagione: un aspetto che, secondo Semplici, ha inciso molto, perché in tanti «avevano già acquisito la nostra idea di gioco e mentalità». In estate sono arrivati giocatori esperti della categoria, come Antenucci, Arini, Schiattarella, Del Grosso, fino al colpo del mercato invernale Sergio Floccari. Ma il grande merito di Semplici è stato valorizzare giocatori giovani a digiuno totale di Serie A, da chi c’era già a chi è arrivato quest’anno. Tra loro, Alex Meret e Kevin Bonifazi: anche se semplici prestiti (da Udinese e Torino), hanno fatto così bene da meritarsi la convocazione allo stage della Nazionale dello scorso febbraio. Semplici parla di forza, di credibilità, di fiducia come propulsori delle loro prestazioni, non certo avvenute per caso. «Avere in porta un ’97, schierare un centrale del ’96 o un regista del ’97 sono situazioni che non si trovano ovunque. Ma è il contorno, la società che fa sì che l’allenatore possa fare queste scelte, perché qui c’è la giusta serenità, la giusta pressione. Da parte mia ha inciso molto l’esperienza con la Primavera della Fiorentina (dal 2011 al 2014, dove ha lanciato anche Bernardeschi tra gli altri, ndr), oggi sono un allenatore predisposto a inserire qualche giovane in più. Come si formano? Instaurando un certo tipo di mentalità, mostrando rispetto, parlandogli in maniera chiara».

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Tra i giocatori più interessanti rivelatisi in questa Spal ci sono Andrea Beghetto, passato a gennaio al Genoa per 1,5 milioni di euro, e Manuel Lazzari. Davide Vagnati, direttore sportivo della società già ai tempi della Giacomense, li aveva pescati tra i Dilettanti. «Mi è sempre piaciuto andare a vedere le partite, capire le qualità e le potenzialità dei giocatori. All’inizio son partito da solo, è stata un’iniziativa partita da me, mentre ora siamo più strutturati». Quello di Vagnati è un autentico capolavoro, costruito, peraltro, su una rosa interamente italiana: «Alla proprietà fa indubbiamente piacere. Noi crediamo sia sbagliato andare a prendere giocatori stranieri giusto per riempirsi la bocca, e non puntare su chi è nelle serie inferiori. Ma non è una chiusura totale, in futuro interverremo anche sul mercato estero». La sinergia Vagnati-Semplici è stata fondamentale per i successi della squadra, con lo sviluppo di una comunanza di idee e metodi totale. La prima volta che Vagnati incontrò il tecnico fu durante una partita di Lega Pro: lui era giocatore della Giacomense, di fronte c’era il Figline di Semplici. Che giocò talmente bene da convincere il ds ad appuntarsi il nome dell’allenatore toscano: «Volevo averlo con me già il primo anno alla Giacomense, ma lui preferì rimanere a Firenze. L’ho seguito spesso, anche dopo quella partita di Lega Pro. Mi ha convinto il fatto che fosse bravo a lavorare con i giovani, mi piaceva la gestione della partita e un certo tipo di calcio che penso sia determinante per raggiungere i risultati». Nonostante la corte insistita del Parma, Vagnati ha preferito rimanere a Ferrara: «Non potevo lasciare il lavoro a metà dell’opera, professionalmente non sarebbe stato giusto. Soprattutto nei confronti della proprietà e del presidente: sono persone del territorio e sono i primi tifosi della squadra. La loro serietà è riconosciuta e spesso fa sì che i calciatori accettino volentieri di venire a giocare qua».

La Spal si allena al centro sportivo di via Copparo, poco fuori città, dal 1969. Leggenda vuole che la struttura sia stata costruita con i soldi ricavati dalla cessione di Fabio Capello alla Roma nel 1967. Nello scorso dicembre, l’intero centro è stato rinnovato: la proprietà ha investito 1,2 milioni di euro, a fronte dell’allungamento di dieci anni della convenzione di sfruttamento del centro, di proprietà del comune. All’interno ci sono tre campi regolamentari, uno in erba naturale, gli altri due trasformati in sintetici. Obiettivo farne la casa rinnovata non solo della prima squadra, ma di tutte le formazioni giovanili, che qui si allenano e disputano le proprie partite. Un settore giovanile partito da zero e arrivato oggi a circa 400 tesserati, segnale di come in società l’idea di crescita non sia legata esclusivamente ai risultati immediati. Mattioli spiega che si sono già intavolati discorsi con il comune per l’acquisizione del centro, per renderlo il polo del movimento calcistico giovanile ferrarese: «Far crescere i giovani, possibilmente della nostra zona, è una mia passione. Vogliamo creare i presupposti di un florido settore giovanile con i migliori allenatori, con case che possano ospitare i giocatori, un ristorante per loro, in modo che i ragazzi vengano volentieri qui. Devono sentirsi in una famiglia. Al tempo stesso pretendo molto da loro: devono andare bene a scuola e comportarsi degnamente. Chi non lo fa, viene rispedito a casa».

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Nei prossimi mesi, poi, bisognerà procedere all’adeguamento dello stadio Mazza. A oggi, l’impianto è omologato per 8.500 posti, con 1.200 destinati agli ospiti (un settore ricavato da metà della gradinata opposta alla tribuna). Nella scorsa estate si è già proceduto a una serie di lavori per ammodernare lo stadio: eliminazione barriere tra tribuna e campo, installazione telecamere di sicurezza, nuova area prefiltraggio. Ma la speranza della città, per evitare corse ai biglietti come avviene sempre più spesso in questa stagione (considerando che 4.200 posti sono destinati agli abbonati), è che si riapra la gradinata, completamente da rinnovare, con spostamento degli ospiti in un nuovo settore opposto alla Curva Ovest, il cuore del tifo spallino. I progetti ci sono, si attende lo sblocco dei fondi. «Forse l’amministrazione non si aspettava risultati così immediati…», sogghigna Mattioli. «Ma sono contento che allo stadio oggi vengano famiglie, giovani, mentre prima c’era una tifoseria più anziana. Oggi mi sono fermato a prendere il giornale in edicola, e un signore mi ha fermato. “Comunque vada, grazie”, mi ha detto».

Perché la Spal è diventata di nuovo una cosa di tutti, a Ferrara. Qualcosa che covava nel profondo di questa città e che, prima o poi, sarebbe dovuta venire a galla. Alessandro Orlandin, direttore de Lo Spallino, fotografa lo stato d’animo che accompagna i tifosi in questo momento: «Credo che la rapida ascesa della Spal non possa essere ricondotta semplicemente a una congiuntura favorevole di circostanze, bensì a un’alchimia vera e propria di elementi che hanno dato vita a una macchina quasi perfetta. In più sembra esserci una componente di predestinazione, racchiusa perfettamente in una frase scritta, ripetuta ossessivamente, infine stampata su un due aste da un noto frequentatore della Ovest: A toca a nù, “Tocca a noi”. Ha iniziato a dirlo a giugno 2015, quasi due anni dopo la storia gli sta dando ragione. E lui stesso, assieme a tanti altri, fatica a crederci, lo so per certo». Della convinzione che la Spal, in virtù di una nobiltà mai davvero perduta, dovesse tornare ad avere un presente radioso, ne era certo Leonardo Semplici, quando, scartando altre proposte, aveva preferito guidare il club biancazzurro: «Questa è una squadra con una storia particolare, unica sotto certi aspetti». Oggi il tecnico insegue la sesta promozione in carriera, ma un traguardo è già stato raggiunto: «Aver risvegliato questo popolo mi riempie di orgoglio».

 

 

Tratto dal numero 15 di Undici. Fotografie di Alessandro Oliva