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Becchino

Perché The Undertaker, ritiratosi dopo 33 anni di attività, ha cambiato per sempre la narrazione del wrestling americano.

Di Andrea Antonazzo

Nel mondo del wrestling americano, la parola “leggenda” è diventata un’etichetta di marketing applicabile a qualsiasi lottatore ritiratosi dall’attività, da poco o da molto tempo, vivo o defunto. Ci sono però alcuni wrestler a cui la parola si addice più che ad altri, e tra questi il primo nome che viene in mente a molti appassionati della disciplina è quello di Mark Calaway, meglio noto come The Undertaker, ovvero “il becchino”. Parliamo di un vero e proprio fenomeno nel senso più puro del termine, in grado di prolungare la propria carriera per 33 anni (di cui 27 in Wwe, la federazione più importante al mondo), quando nel wrestling una simile longevità è impensabile, e solitamente gli infortuni subiti portano i lottatori a ritirarsi in giovane età. Il 2 aprile, dopo aver combattuto il match principale del cartellone di WrestleMania 33 a Orlando, in Florida, The Undertaker si è ritirato dall’attività agonistica, lasciando un’eredità che probabilmente nessuno sarà in grado di raccogliere, perlomeno nel prossimo futuro.

 

Le origini

Questo innanzitutto perché il wrestling è molto cambiato da quel novembre 1990 in cui Calaway esordì in Wwf – così come allora si chiamava la Wwe – indossando per la prima volta quello che sarebbe diventato il suo completo distintivo, composto da una lunga palandrana nera, guanti scuri (poi diventati viola per qualche anno), grossa cravatta grigia e cappello a tesa larga. Con lo sguardo gelido da texano e un fisico alto e slanciato (i dati ufficiali parlano di 208 centimetri per 140 chilogrammi) aveva davvero un’aria torva e minacciosa. Il wrestling è sport entertainment, e oltre alla componente atletica richiede una parte narrativa, ed è per questo che servono personaggi in grado di interpretare delle storie. Tra fine anni Ottanta e inizio Novanta questo divenne ancor più marcato, in quella che è stata definita gimmick era (gimmick = trucco, stratagemma): ogni wrestler era chiamato a indossare i panni di un personaggio stereotipato e a volte tremendamente appariscente. C’erano il poliziotto, il barbiere, il guerriero nativo americano, l’uomo venuto dallo spazio e via dicendo. A Mark Calaway fu assegnata la gimmick del becchino ritornato dal mondo dei morti.

Oggi un personaggio del genere risulterebbe pacchiano e poco credibile pure nello sgargiante mondo del wrestling, e probabilmente anche The Undertaker scivolerebbe presto nel dimenticatoio. All’epoca invece il pubblico era meno smaliziato e tendeva di più a credere a tutto ciò che vedeva in scena, o perlomeno ad accettarlo. Così, nonostante appartenesse alla schiera dei cattivi, il pubblico iniziò subito ad apprezzare quel cupo figuro, vuoi per l’aura di mistero che emanava, vuoi perché l’occultismo tirava molto. Questo fu accentuato ancor di più quando gli fu affiancato Paul Bearer, un manager dall’aria funerea e la faccia argillosa che parlava al posto suo mentre stringeva tra le mani un’urna cineraria.

World Wrestling Federation's Wrestler Undertaker Poses June 2000 In Los Angeles Ca

Le ragioni di un essere speciale

The Undertaker è il personaggio di cui Vince McMahon – promoter e proprietario della federazione allora come oggi – ha bisogno come controparte malvagia di Hulk Hogan, probabilmente il wrestler più famoso di tutti i tempi. È la rappresentazione del male assoluto da mandare in pasto a Hogan, l’eroe americano puro e duro. Ma non solo. McMahon è convinto che ciò che il pubblico vuole vedere più di ogni altra cosa è un Davide che sconfigge un Golia, e così contrappone al beniamino di turno avversari di grossa stazza, per altezza o larghezza. Certo, Hogan è un Davide sui generis, visti i suoi 203 centimetri di altezza, ma i suoi avversari vengono sempre presentati come mastodontici e inarrestabili. Rispetto a tutti gli altri, però, The Undertaker ha qualcosa in più: è talmente bravo a interpretare il proprio personaggio e così carismatico da trascinare il pubblico come pochi altri “cattivi” della storia del wrestling prima di lui. Tanto che poi, strada facendo, il wrestler si sarebbe imposto come uno dei rari tweener della storia, ovvero una via di mezzo tra il face (il buono) e l’heel (il cattivo), le due categorie in cui di solito vengono divisi i lottatori a seconda del loro allineamento. Un po’ come nei giochi di ruolo, in cui ci sono buoni, malvagi e neutrali, insomma. Quindi, può affrontare sia face che heel a piacimento e magari vincere imbrogliando, cosa tipica dei cattivi.

The Undertaker è però speciale anche nella parte “lottata”. Nonostante sia dotato di grande stazza, non ha un set di mosse basate soltanto sulla forza e sullo sfoggio della fisicità come i suoi pari, ma anche una grande agilità, un unicum tra i big men. Finché il fisico glielo ha permesso, era comune vederlo lanciarsi fuori dal ring dopo essersi dato slancio oppure camminare come un equilibrista sulla corda più alta per qualche metro prima di scagliarsi dall’alto sull’avversario, sua mossa distintiva.

The Undertaker vince il suo primo titolo mondiale dopo pochi mesi dal suo esordio, sconfiggendo Hogan e diventando il vincitore più giovane fino a quel momento (il record viene poi battuto nei decenni successivi). Ma non fu quello l’apice della carriera di un wrestler straordinariamente capace di adattarsi all’evolversi della disciplina, senza finire mai per essere considerato sorpassato.

WWE Smackdown - Sydney

Un personaggio in evoluzione

Quando nella seconda metà degli anni Novanta la gimmick era viene sostituita dalla attitude era – nella quale il pubblico richiede storie più forti e adulte, piene di sesso, violenza e religione –, The Undertaker si ritrova tra le mani poteri quasi sovrannaturali, che gli permettono di invocare fulmini a piacimento e “risorgere” dalla morte varie volte, dopo combattimenti particolarmente cruenti (come i “buried alive match”, nei quali uno dei due contendenti viene dichiarato vincitore dopo aver sepolto vivo il suo avversario sotto un cumulo di terra, con tanto di lapide scolpita). Dal nichilismo dei primi tempi il suo personaggio finisce per assumere contorni religiosi, quasi blasfemi. Nei primi anni del 2000 diventa anche per breve tempo un biker con tanto di bandiera americana da far sventolare sul ring, giusto in tempo per l’11 settembre e la susseguente ondata patriottica.

In tutto questo, The Undertaker riesce a mantenere una coerenza senza pari. Una regola non scritta del wrestling impone di non uscire mai dal personaggio, nemmeno fuori dal ring. E lui riesce a restare fedele a questo principio per 27 anni, concedendosi qualche scatto fuori contesto solo negli ultimi anni, quando è diventato ormai impossibile sottrarsi allo sguardo sempre più selvaggio di fotocamere e videocamere. Dal 2004 è tornato a interpretare la gimmick del “Deadman”, ma sgrossandola di qualsiasi residuo sovrannaturale. In fondo, dopo combattimenti di grande spessore sia atletico che narrativo contro i più grandi e titolati della disciplina – da Hulk Hogan a Stone Cold Steve Austin, passando per Ultimate Warrior, The Rock e Ric Flair –, The Undertaker non aveva più bisogno di astrusi trucchi di scena per esaltare il pubblico. Erano sufficienti il rintocco di campana che segnalava il suo arrivo, e i fumi che si innalzavano al suo lento procedere verso il ring.

A quel punto, The Undertaker era già leggenda. Un po’ a causa degli acciacchi dovuti all’età, un po’ perché ogni suo ritorno sul ring costituiva un piccolo evento, la Wwe ha iniziato a centellinarne le apparizioni. Lui ha continuato a vincere i titoli principali della federazione, ma non ne ha più avuto bisogno per essere al centro della scena, anzi: aveva raggiunto uno status tale da essere lui a dare valore a quegli stessi titoli, in momenti di difficoltà della federazione. A volte, è stato utilizzato per dare risalto a wrestler più giovani, che, pur sconfitti, aumentavano di considerazione per il semplice fatto di essersi ritrovati a rivaleggiare con Undertaker.

The-Undertaker-2000

L’imbattibilità

In un contesto simile, a diventare imprescindibile è stata la sua imbattibilità a WrestleMania, l’evento annuale più importante della federazione e di tutto il mondo del wrestling. Un qualcosa di così grande per qualità dell’organizzazione e quantità di pubblico (sia dal vivo che in televisione) da essere paragonabile al Super Bowl. Dalla sua prima WrestleMania nel 1991 fino al 2013, The Undertaker non è mai stato sconfitto. Ventuno incontri di fila senza essere schienato o sottomesso. Un record che è stato messo al centro della narrazione e che è diventato prestigioso come un titolo mondiale, tanto da invitare i wrestler più importanti a cercare di interromperla. Ci hanno provato Shawn Michaels (due volte), Triple H (addirittura tre) e CM Punk, ma nessuno ci è riuscito, almeno fino al 2014.

Nella celebrativa cornice di WrestleMania Xxx, è stato Brock Lesnar – vera forza della natura ed ex lottatore di Mma, le arti marziali miste – a sconfiggere The Undertaker, in quello che è stato definito l’avvenimento più scioccante della storia del wrestling. Cosa che non stupisce, se si considera l’aura di immortalità sorta intorno al personaggio del becchino e alla sua striscia nel corso del tempo.

L’ultimo ingresso

Nonostante la sconfitta eclatante, The Undertaker ha continuato a tornare per le sue sporadiche e consuete apparizioni, ottenendo altre vittorie, fino al 2 aprile scorso, in cui ha subito la seconda sconfitta a WrestleMania, questa volta a favore di un wrestler più giovane, sul quale la Wwe punta molto come volto principale della compagnia: Roman Reigns. Gli acciacchi fisici dovuti a trent’anni di carriera sono diventati ormai insopportabili, e nonostante la considerazione generale, il wrestling non è finto: è predeterminato. I lottatori seguono un copione, ma sono pur sempre atleti che logorano il proprio corpo con evoluzioni, acrobazie e rischi.

Al termine dell’incontro, ancora malconcio per i colpi incassati, The Undertaker ha deciso di restare nella parte recitata per anni e ha espresso la situazione non a parole, come sarebbe stato forse più complicato, ma con la sua solita, flemmatica gestualità. Si è sfilato guanti, cappotto e cappello e li ha appoggiati al centro del ring prima di abbandonarlo. Il senso è stato inequivocabile: se The Undertaker è destinato a restare per sempre su quel ring, Mark Calaway può rientrare nel backstage per una nuova vita.