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Insegnare a vincere

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Un incontro con Lele Oriali, oggi team manager dalla Nazionale, un ruolo importante e atipico insieme.


Quanti possono dire di camminare con la colonna sonora intorno? Pochissimi, anche meno. E se fosse solo uno costui sarebbe Lele Oriali, una vita da mediano e tutte quelle cose lì cantate quasi vent’anni fa. Non corre più, ma lo ha fatto fino a vedere il mondo dal punto più in alto previsto per un calciatore. «Una vita da mediano vuol dire fare grandi sacrifici, tante rinunce, per raggiungere risultati che ti sei posto sin da bambino. È ripagare gli sforzi di una famiglia che ha fatto di tutto per farmi fare quello che mi piaceva: giocare a calcio. Quello è il mio passato, che non dimentico, è la spinta che ho avuto sin dall’inizio, è l’insegnamento che mi invita a non accontentarmi mai».

Sembra una parentesi personale, in realtà è il manifesto per le nuove generazioni: quelle che l’Italia sta cercando di allevare per garantirsi ciò che sembrava non potersi più permettere, la competitività. Un concetto complesso, perché non riguarda la Nazionale dei grandi, ma il movimento intero, tutte le squadre azzurre e, di sponda, i club. Un insieme di valori, principi, tattiche e coraggio che va creato per avere risultati e solidità. Nel tempo, magari anche subito, ma duraturi.

Oriali ora fa il team manager della Nazionale, ma in fondo è un’altra cosa: «Il ruolo che mi sono ritagliato è atipico: non è quello del team manager di un club, che si occupa di questioni organizzative, è quasi quello di un direttore sportivo. Solo che qui non ci sono trattative e giocatori da comprare». Ha il fisico di chi non ha smesso di allenarsi e il viso solo un po’ più segnato dei tempi in cui giocava e aveva il viso già segnato. Ci sono la fatica e gli anni eppure non giureresti sui 65 che in realtà ha. Anche perché pensa al futuro. Un futuro neppure immediato, quello in cui l’Italia sarà tornata – è il progetto – a essere una nazione competitiva, avrà creato una generazione duratura. Ora si costruisce: «La competitività non si improvvisa. Si crea nel tempo, con i comportamenti, la serietà, con la convinzione non di arrivare ad alti livelli, ma di rimanerci. È come una convocazione in Nazionale: non hai risolto quando arrivi, ma da quel momento cominci. E vai avanti se hai delle qualità importanti».

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Creare un sistema vincente è la recente ossessione degli uomini di campo del calcio italiano: l’Europeo di Francia ha dato soddisfazioni, ma anche l’idea di un calcio in esaurimento, che aveva abbandonato una generazione e faceva i conti con quello che era rimasto: «Prima di partire io e Conte ci confrontammo. Avevamo poca scelta e solo una via per giocarcela: creare un gruppo, costruire una squadra. A vedere i risultati ci è riuscito piuttosto bene». Poi, però, si è avuta l’impressione di dover ricostruire: la vecchia guardia comincia a essere vecchia davvero, i risultati sono apparsi inaspettati proprio perché non c’era una preparazione del movimento, quella Nazionale è nata dalla voglia collettiva, che però è occasionale, non diventa sistema. Ora l’Italia non ha il compito di vincere subito, ma di prepararsi alla vittoria: Oriali sa di aver scelto questo progetto, perché ne ha raccolto l’invito: «Ora lavoriamo avendo recepito il messaggio di Tavecchio: creare un movimento competitivo. Abbiamo una strada tracciata, stiamo spendendo molte energie per i giovani, arriveranno i risultati. Magari non nell’immediato, ma nel futuro, per chi ci sarà. Noi speriamo di esserci e raccogliere i frutti di questo lavoro, ma la nostra missione è proprio porre le basi per riportare il calcio italiano dove compete, dove è sempre stato. E dove non era più: abbiamo smesso di essere esempio internazionale».

13 Le stagioni consecutive giocate da Lele Oriali da professionista con l’Inter. Ha iniziato nelle giovanili ed è andato avanti fino ai 31 anni 392 Le partite complessive giocate da Oriali con i nerazzurri, contando tutte le competizioni. Ha segnato 43 reti 116 Le gare giocate con la Fiorentina, la seconda e ultima squadra di cui Oriali ha vestito la maglia di calciatore. I gol furono 12 6 I trofei vinti: un Torneo di Viareggio, due volte la Coppa Italia con l’Inter, due volte la Serie A, sempre con i nerazzurri, e il Mondiale del 1982 5 Le gare del Mondiale 1982 in cui Oriali è sceso in campo. Quando è partito titolare, non è mai stato sostituito Gli esempi, negli ultimi anni, sono stati gli altri: la Francia che ha costruito talenti e vinto il Mondiale del ’98, la Spagna che ha cresciuto la sua generazione di fenomeni e ha vinto tutto fino al 2012, la Germania che ha formato nel tempo la squadra che ora è campione del Mondo in carica. «Prima copiavano da noi, ora dobbiamo metterci al passo: creare un ciclo che duri. E quello si crea facendo crescere i nuovi talenti». Oriali racconta l’idea nobile di un calcio costruito su un progetto, mentre a Coverciano si allenano con Ventura le nuove proposte del pallone azzurro. «Gli stage rientrano nell’idea di investire nel futuro. Ora questo accade anche nei club, che spesso vanno per mode del periodo: siamo nel momento in cui è di tendenza investire nel settore giovanile, lanciare volti nuovi in serie A. Forse è anche merito della visione di Ventura, uno che ha convocato Gagliardini in azzurro, intuendone le capacità, prima ancora che tutti parlassero di Gagliardini. È coraggio il suo, lo stanno avendo anche le squadre italiane: così si crea il ricambio, così si dà una prospettiva al movimento. Fino a qualche anno fa eravamo in declino per questo: non facevamo crescere i giovani in grado di affiancarsi al gruppo storico. E stavamo rimanendo solo con il gruppo storico. Ora i più esperti sono d’esempio per chi arriva».

Serve una pazienza di cui chi segue la Nazionale per tifo o da osservatore sembra non essere dotato: «Ma noi l’abbiamo e devono averla anche gli altri. Sono ottimista, vedo una nuova maturità. Abbiamo visto cosa ha fatto la Germania, come si è costruita una Nazionale vincente. Adesso la Germania dobbiamo essere noi, coinvolgendo tutte le squadre azzurre, anche le più giovani. Per creare uno spirito unico, che è quello che, appunto, crea la competitività». Il resto si può ottenere conservando lo spirito di Oriali, da quasi vent’anni uomo accompagnato da una colonna sonora tutta sua, da cinquanta alle prese con il cancello di Coverciano: «L’ho varcato nel 1967. Ogni volta, anche adesso, anche cinquant’anni dopo, è come la prima. Così dev’essere per tutti, ma posso dire che così è davvero. Non stiamo lavorando invano: stiamo creando una Nazionale vera». È una questione di tempo, c’è una generazione da mettere in rampa di lancio dopo quelle buttate via di qualche tempo fa. Potrebbero volerci «anni di fatica, botte. E vinci, casomai, i Mondiali». Faceva così la canzone.

 

Foto di Claudia Ferri