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Enrico Brizzi, palloni e pedali

La passione per il calcio e quella per le biciclette in una chiacchierata con l’autore di "Jack Frusciante".

Di Cristiano Carriero

Furore e lealtà sono due concetti pregnanti della vita e della letteratura di Enrico Brizzi. Li ritrovi in un libro come Bastogne, nelle gesta sportive degli eroi calcistici raccontati in L’inattesa piega degli eventi o Il meraviglioso giuoco, nei personaggi come Alex e Martino di Jack Frusciante è uscito dal gruppo e ancora nel filone dedicato al ciclismo. Furore e lealtà sono due valori fondamentali del tifo, dello spirito della curva, quella curva del Bologna che Enrico – oggi arrivato a oltre 20 libri pubblicati – difende a e non rinnega. Di furore e lealtà, infine, è il titolo della biografia che ha scritto per Vincenzo Nibali, un campione che «si sorprende ancora quando lo fermano per un autografo».

Incontro Enrico Brizzi a Rimini, e appena mi vede mi dice: «Ti dispiace se facciamo due passi?». Camminiamo fino al mare, bavero alzato e testa bassa, perché il vento di febbraio, a pochi metri dall’Adriatico, sa dare sberle ben assestate. Racconta dei suoi ultimi libri, delle sue avventure a piedi in giro per il mondo. Parla del Cammino di Santiago, di quella volta che ha attraversato l’Italia dall’Argentario al Conero. A piedi, naturalmente. Di Baggio, Pantani e del mitico Villa, del Mundial ’82 e di Pertini che una volta, quando era bambino, gli ha mandato una lettera con la carta intestata del Quirinale. A un certo punto si ferma, come a volermi mostrare Rimini, e a volermi spiegare perché ha scelto di vivere lì. «Guarda quanto spazio c’è intorno. Non ti sembra di essere in un luna park? Quando passeggio qui, d’estate, i pensieri si levigano, è una questione di attrito, di fisica». Aggiunge: «E poi è l’unica città con il nome di un romanzo di Tondelli».

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Ⓤ Calcio, ciclismo, camminate, la tua letteratura ruota intorno a questi tre temi.

È vero, da sempre. Forse inconsapevolmente già da Jack Frusciante: c’è la bicicletta, c’è la Danimarca che vince gli Europei, ci sono le camminate. Sono temi che mutano nel tempo, ma che hanno tutti un grande concetto alla base: l’eroismo, la voglia di superarsi. Se vogliamo sono epici.

Ⓤ La voglia di raccontare le origini del calcio in Italia, tema de Il meraviglioso giuoco, da dove viene?

Dalla sensazione di confrontarmi con un sacco di luoghi comuni. Dal sentirmi ripetere informazioni vaghe e risapute su come è cominciata quella che di fatto è una delle tre grandi passioni degli italiani. Mi è capitato in un romanzo che ho ambientato in una versione fantastorica dell’Italia (L’inattesa piega degli eventi), di definire le tre grandi passioni degli italiani: il calcio, gli amori facili e l’autoritarismo. Il calcio è uno dei tre motori della società italiana e per molti conta enormemente di più della religione e della politica.

Ⓤ Che rapporto hai con il calcio oggi?

È qualcosa che non si misura più con la militanza da tifoso. Ho passato dieci anni da abbonato in curva, con quello che significava essere in quel posto, a Bologna, tra la metà degli anni novanta e la metà dei duemila. Quando poi, nel giro di un anno, mi sono trovato prima padre di una bambina e subito dopo padre di tre perché sono arrivate due gemelle, i miei week-end e in generale la mia organizzazione del tempo è cambiata.

Ⓤ Eppure la tua vita di curva è stata vissuta intensamente.

Sì, in quei dieci anni ho fatto vera vita di curva, nel senso che ho presente cosa significhi portare uno striscione in trasferta, e cosa vuol dire farne dieci, dodici l’anno. Per fortuna ho presente cosa significa girare l’Europa con la tua squadra, perché erano anni in cui il Bologna ha disputato anche la Coppa Uefa. Sono andato in trasferta a Praga, e ricordo con piacere anche le trasferte fatte a Lione e Marsiglia, anche se furono un po’ più turbolente. Ma indimenticabili.

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Ⓤ A proposito di Francia, chi ha messo in giro la voce che tifi per il Nizza?

Immagino che nasca dal fatto che Bastogne è ambientato lì, ma io in Francia simpatizzo fortemente per il Paris Saint-Germain perché per il lavoro di mio padre ho trascorso tutte le mie estati a Parigi, fin da piccolo, e tifavo Psg prima che diventasse del Qatar. Infatti adesso mi trovo in una situazione di imbarazzo, sinceramente. Sono stato a vederlo tante volte, negli anni di Ginola e Weah o in quelli di Okocha e Ronaldinho. Mi ricordo che riuscii persino a portare mio padre nella curva dei Boulogne Boys a vedere Paris Saint Germain-Brescia di Intertoto.

Ⓤ Sei uno di quelli che pensa che il calcio abbia perso poesia?

No, il calcio lo seguo sempre. Vado meno a vedere il Bologna, ma mi capita di andare a Genoa con amici genoani, o a Roma a vedere la Lazio, a Milano con amici interisti. Quello che non tornerà mai, per me, è l’integralismo degli anni in cui salivi in treno e ti facevi quattordici ore di viaggio per vedere il Bologna perdere uno a zero a Reggio Calabria. Perché la vita ti porta a fare altre cose.

Ⓤ Cosa ti piace della curva?

Sai, è un codice. In curva ci sono l’operaio e il notaio. La curva è un ambiente democratico, è il posto dove il tornitore e l’avvocato contano uguale, perché non si è giudicati dal punto di vista del censo, ma da quello della lealtà. È chiaro che ci sono cose che a vent’anni ti sembrano cose buone e giuste. A quaranta non le sento più così vicina alla mia biografia quotidiana.

Ⓤ Gli idoli calcistici di Enrico Brizzi?

La schiera di eroi primeva sono i ventidue convocati in maglia azzurra per Spagna ’82, quelli sono immortali. Avevo sette anni e mezzo, e quello è stato il primo album Panini che sono riuscito a completare dopo vari tentativi con quelli della Serie A.

Ⓤ A proposito di Spagna ’82, nei tuoi libri citi spesso Pertini, addittura in La vita quotidiana in Italia ai tempi di Silvio scrivi che da piccolo gli mandavi delle lettere.

Assolutamente. Pertini in casa mia era un’icona. Quella della lettera è una storia vera, lui mi rispose, mia madre la conserva ancora. Pertini mi rispose con carta intestata del Quirinale «Ringrazio dei graditissimi auguri, Sandro Pertini». Il suo autografo e quello di Paolo Rossi, che mi portò mio zio dopo aver incontrato l’Italia in un albergo di Bologna, sono i must dei feticci della mia infanzia.

Ⓤ Altri eroi imprescindibili?

I tre numeri dieci italiani dell’epoca in cui sono stato ragazzo. Ho ovviamente un’idea per ognuno di loro: Baggio resterà indissolubilmente vestito con la maglia del Bologna che in realtà ha indossato solo per una stagione. Un uomo che dal punto di vista di tecnica pura non ha rivali nei miei ricordi da stadio. Quando c’era lui non guardavi la partita, guardavi Baggio. Una persona stoica, che pone molto l’accento sulla capacità di sopportare la sofferenza: ha avuto degli infortuni da cui buona parte dei calciatori non si sarebbe mai più risollevati.

Ⓤ Se dovessi citarmi un giocatore meno tecnico?

Klas Ingesson. Sai che gli telefonavo prima di tutte le partite del Bologna? Klas, poverino, aveva una particolarità unica tra i giocatori di quel Bologna: era sull’elenco del telefono. Una volta provai a chiamare e dissi in bocca a lupo alla moglie. Vincemmo, e la cabala fu telefonare a casa di Ingesson tutte le domeniche, Poi ti cito alla rinfusa: il saraceno Paramatti, Carlo Nervo che una volta chiese di non giocare per amore, e Julio Cruz, uno che ho difeso dalla prima ora, quando parte della curva non lo considerava all’altezza.

Ⓤ Nella tua storia è più presente il pallone o la bicicletta?

Sono cresciuto nel quartiere Saragozza, a due passi dal Dall’Ara. Ma intorno a quel quartiere si sono palesati tutti i miei amori, come epifanie. Ogni anno, negli stessi giorni in cui ricominciava la scuola, passava per il mio quartiere il giro dell’Emilia. Ma non era l’unico evento sportivo che ha segnato in maniera incontrovertibile la mia formazione: per esempio passava sotto casa mia la corsa a piedi Casaglia – San Luca, che nella mia memoria è sempre stata vinta da Gelindo Bordin. Poi mio padre si inventava sempre qualcosa per portare me e mio fratello a vedere il Giro.

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Ⓤ Ti emoziona ancora veder passare il Giro?

Ho sempre mantenuto questa usanza. L’anno scorso, insieme ai bambini, a mio fratello e ai suoi figli, siamo andati a vedere la cronoscalata all’Alpe di Siusi con i piccoli che, naturalmente, ci avrebbero buttato giù dal burrone per averle tenute lì sei ore.

Ⓤ Si entusiasmano meno i bambini, oggi, davanti al ciclismo?

Sai, è fatale che uno si entusiasmi davanti a ciò che ha cittadinanza presso i suoi pari. Immagino che sia raro si parli di ciclismo a scuola. In compenso hanno un padre che nel luglio del 2014 vede Nibali sul podio al Tour, sedici anni dopo Pantani, scoppia a piangere e dice alle figlie: «L’ultima volta che un italiano era stato lì era il ‘98 e io ero sotto gli Champs Èlysèes a festeggiarlo».

Ⓤ Parliamo del libro Di furore e lealtà. Se J.R. Moehringer ha scritto la biografia di Agassi, tu hai scritto quella di Nibali.

Ero in spiaggia con le mie figlie, squilla il telefono ed è un redattore della Mondadori che mi chiede se mi va di scrivere questa biografia: non avevo nemmeno finito di asciugarmi le lacrime per la sua vittoria al Tour. Non ci ho pensato nemmeno un secondo: si è concretizzata nel trascorrere di un mese. Ci sono riuscito dandogli, come si dice a Roma, il pilotto e cioè non mollandolo mai, tra Lugano, dove vive, la Toscana ed altri luoghi in cui ci siamo incontrati. Non è stato facile, perché è stata la prima volta che avevo a che fare con un carattere così schivo. Appena ha smesso di considerarmi una persona che lo intervistava e ha preso a considerarmi una persona di famiglia, è diventato tutto molto più facile. Mi ha colpito molto la sua casa, non è la casa di un George Best, ma quella di un amico di famiglia. Nibali è uno che non si rende nemmeno conto di quello che ha ottenuto, è una persona di una semplicità disarmante.

Ⓤ Credi ancora nell’epica del ciclismo?

Se qualcuno si aspetta che sia uguale agli anni ’50 è fuori strada, basti vedere le due corse più importante dell’anno: il Tour è stata una solenne scocciatura, tutto giocato sulla tattica, nessuno ad attaccare. Quella del Giro è stata invece una delle edizioni più epiche di sempre, con Nibali che sembrava finito e che ha ribaltato tutto nelle ultime due gare. Sì, credo ancora nell’epica del ciclismo, a patto che non ci si attenda che si possa manifestare tutte le volte, ma solo quando si palesa il colpo di scena, e qualcuno spariglia le carte. Allora il ciclismo diventa lo spettacolo più esaltante che c’è. Perché è dieci volte più faticoso del calcio: vedi gente che sta letteralmente morendo in sella. O in piedi sui pedali.

Ⓤ Cosa ti piacerebbe raccontare dello sport che non è stato raccontato?

Il centesimo Giro d’Italia.

 

 

Dal numero 15 di Undici. Foto di Francesca Gardini