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Il gigante Davinson Sánchez

Chi è il centrale colombiano tra i maggiori protagonisti dell'ottima stagione dell'Ajax di Peter Bosz.

Di Oscar Cini

Davinson Sánchez è un monolite di granito posto al centro della difesa dell’Ajax, è impressionante guardarlo uscire palla al piede con la sicurezza che solo i grandi veterani sanno mostrare. In un recente articolo, Alec Cordolcini lo definisce «autentico crack, per personalità, qualità fisiche e capacità di leadership di un intero reparto». Niente di nuovo se non si considera, però, che il colombiano ha soltanto 20 anni, 21 il prossimo giugno. Intanto ha già vinto una Copa Libertadores nel 2016 – arrivata dopo 17 anni e in cui Davinson ha giocato ogni minuto – con la maglia dell’Atlético Nacional di Medellin, uno dei leader della difesa della squadra guidata da Reinaldo Rueda. Il difensore nato a Caloto, nel dipartimento di Cauca, ha una struttura fisica invidiabile: alto 1,87 per 77 kilogrammi, fa quasi paura vederlo muoversi in campo. Non è un caso se i video che ne collezionano l’essenza delle giocate, riportano la definizione di The Tank; un cingolato che spazza via tutto ciò che incontra sulla propria strada.

Quando esce palla al piede, o si libra in aria per colpire la sfera di testa, si trasforma in un fascio di nervi contratto, focalizzato sulla difesa della propria zona. Nonostante sia ancora giovanissimo, Davinson ha già vinto oltre alla Libertadores, 4 campionati, 2 Coppe di Colombia e 2 Supercoppe con la maglia del Los Verdolagas, svolgendo tutta la trafila con le giovanili della Colombia. Ma soprattutto, la scorsa estate, dopo gli ottimi risultati in maglia Atlético Nacional, ha rifiutato il Barcellona che cercava di portarlo in Spagna per aggregarlo inizialmente alla squadra B. Sánchez ha preferito la ricerca della continuità: la possibilità di crescere in un campionato comunque competitivo, ma trattandolo come uno step intermedio necessario prima dell’accesso a sfide più probanti. Impiegato prevalentemente come centrale di destra, ha una resistenza fuori dal comune, tanto che non si è mai fermato da gennaio del 2016: quasi un anno e mezzo di gare giocate sempre con un’intensità che sfiora il limite dell’inumano. Davy Klaassen, che nell’Ajax guidato da Peter Bosz, gli fa da capitano lo ha definito «una vera bestia». Secondo Ruud Gullit, «l’ultimo calciatore con quelle caratteristiche ad aver vestito la maglia dell’Ajax è stato Jaap Stam».

Alla fine di un campionato perso per un solo punto, Sánchez è stato il terzo giocatore più impegnato dagli aiacidi dopo il capitano Klaassen e il portiere Onana. Ha giocato 32 gare, per un totale di 2764 minuti con 6 reti e 2 assist all’attivo. Sebbene sarebbe superfluo rimarcarne la centralità nel nuovo progetto del club, meno improntato sulla vendita immediata dei talenti di casa e con la volontà di tentare di costruire almeno un ciclo, il centrale colombiano è fondamentale tanto in fase di impostazione per l’avvio della manovra che in difesa per la qualità dei suoi interventi difensivi. Bosz ha talmente fiducia nelle sue capacità atletiche e mentali da lasciarlo spesso in solitaria, in marcatura sul proprio uomo di riferimento. Ed è evidente come le prestazioni della squadra abbiano beneficiato del suo inserimento nel sistema di gioco portato avanti da Bosz.

 

Velocità e recuperi

Una delle caratteristiche principali del gioco di Sánchez è la rapidità con cui riesce a recuperare situazioni di svantaggio. Sembra consapevole di avere nelle gambe il doppio della velocità rispetto agli avversari. È caparbio anche in situazioni disperate. Impressiona, in particolare, la capacità di scegliere il tempo giusto per l’intervento in tackle, di cui non abusa se non come possibilità di risoluzione di situazioni limite: sono 1,5 rispetto ai 4,4 a partita del compagno di reparto Veltman. In questo recupero su Sheraldo Becker, lanciato perfettamente da Édouard Duplan, Sánchez perde metri nei primi passi ma tiene il colpo fino a quando non ha la certezza di poter intervenire: scivola quando si accorge che il pallone si è allontanato dal piede dell’avversario, toccandolo il tanto che basta per mandarlo fuori giri. Con 1,9 intercetti a partita è il sesto della rosa dell’Ajax, mentre con 5,2 rinvii difensivi è il migliore della squadra, ed è anche l’ultimo deputato alla chiamata del fuorigioco, trovandosi spesso in situazioni di 1 vs 1 contro l’avversario diretto.

Sul rapido ribaltamento l’avversario si trova lanciato verso la porta con un sostanziale vantaggio. Sánchez recupera in pochi secondi chiudendo in scivolata

 

Colpi di testa e acrobazie

Pur essendo alto 1,87, sarebbe limitativo rimarcarne la stazza come unica discriminante alla qualità dei suoi interventi aerei. Nonostante il fisico, Sánchez è un difensore mobile e dalla grande atleticità, con una spiccata dote nella scelta del tempo d’intervento sia con i piedi che in aria. Vince il 60% dei duelli aerei che ingaggia, è prezioso non solo in fase difensiva, dove sa scegliere bene quando intervenire in quasi tutte le occasioni, ma anche in zona avversaria. Delle 6 reti realizzate quest’anno, tante per un difensore centrale, ben 4 sono arrivate con colpi di testa sugli sviluppi di un calcio piazzato. Nella gara contro lo Zwolle dello scorso settembre è riuscito a segnarne due: la prima, in particolare, su angolo di Ziyech, ne restituisce la capacità di utilizzare il corpo per spostare il diretto avversario, per poi rimanere in area staccandosi per qualche secondo da terra. Nella prima presenza da titolare con la maglia della Colombia, nelle gare per le qualificazioni mondiali contro l’Argentina, ha commesso un errore di posizionamento che ha portato al gol di Pratto. Pur essendo uno dei rarissimi casi in cui il ragazzo di Caloto sbaglia posizione e tempo d’intervento, quella del timing su lanci molto lunghi e che arrivano spiovendo è una dei casi su cui può ancora migliorare. Ma Sánchez sa anche essere acrobatico e spericolato, come ha dimostrato in semifinale contro il Lione.

 

Impostazione

Sánchez registra quasi il 90% di passaggi riusciti. Nonostante molti siano in appoggio ai compagni di reparto, è estremamente preciso anche quando deve lanciare lungo o provare a servire i compagni con rasoterra che tagliano le linee avversarie. Per essere un ventenne, è impressionante la sicurezza con cui si prende alcuni rischi. Qui, in una gara interna vinta per 5 a 0 contro il Nec, taglia tre linee avversarie con un “laser pass” che innesca la splendida combinazione tra Dolberg e Schone e porta all’ 1 a 0 dei suoi. Nella stessa gara contribuisce alla quarta rete agganciando un pallone in fase difensiva, quasi fosse calamitato e, rapidissimo, ribalta l’azione servendo Traoré al limite dell’area.

Uno contro uno

È forse il fondamentale in cui eccelle maggiormente. Impressiona per la solidità che mostra anche in situazioni dove è maggiormente sollecitato; la potenza e l’urgenza con cui talvolta interviene lo rendono il terrore degli attaccanti della Eredivisie. Scontrarsi contro Sánchez deve restituire la sensazione che si prova andando a sbattere contro i cavalloni di un mare in burrasca. Vince il 71% dei duelli che ingaggia e, nonostante l’irruenza dei vent’anni, difficilmente sbaglia l’attimo in cui intervenire allungando il piede. Non ha fretta di recuperare il pallone, sa aspettare il momento giusto, ed è difficilissimo da superare soprattutto quando può usare il corpo, magari spalla a spalla con l’avversario diretto. Ma se sposta i giocatori che arrivano al suo fianco come fa il vento con le foglie, mostra ancora qualche difficoltà quando affronta frontalmente giocatori rapidi come è stato nel caso di Fekir nella ritorno di Europa League contro il Lione.

Cornet entra in area e Sánchez lo fa scomparire in un attimo

Lo scorso maggio Sánchez è stato votato come giocatore dell’anno dell’ultima Eredivisie, vincendo il trofeo Rinus Michels. Non è un caso che il Barcellona, con Mascherano e Mathieu in uscita, abbia deciso di riprovare l’assalto al ragazzo che solo un anno fa li aveva rifiutati. Alla soglia dei ventuno anni Sánchez ha la personalità degli uomini maturi, una forza fisica quasi innaturale e la prospettiva di poter diventare tra i top mondiali nel proprio ruolo. Il calcio del colombiano è fatto di urgenza e ricerca della qualità, e un campionato più competitivo, è una naturale destinazione. Magari al fianco di un compagno di reparto con le qualità di Gerard Piqué.