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L’erede di Spalletti

Eusebio Di Francesco e Paulo Sousa sono i maggiori candidati, e anche i profili più indicati, per diventare il nuovo allenatore della Roma.

Di Michele Tossani

Fra poche settimane verrà svelato il futuro di Luciano Spalletti, tecnico che sembra sempre più lontano da Trigoria. Eppure, al di là di tutto, nonostante le critiche ricevute per gli “zeru tituli” conseguiti al suo ritorno in giallorosso, per le polemiche con la stampa, per la cattiva gestione del caso Totti e per qualche mugugno (si dice) con parte dello spogliatoio, dovesse il tecnico toscano davvero andar via, non sarà facile per nessuno sostituirlo. Perché Spalletti ha comunque ottenuto una media di 2.3 punti a partita da quando è tornato dalle parti di Trigoria (127 in 55 gare) e perché, dovesse battere Chievo e Genoa, stabilirebbe anche il record di punti della Roma nei campionati a venti squadre (con 87).

Ma cosa farà la Roma in caso di addio di Spalletti? Monchi, Baldissoni e l’a.d. Gandini sembrano orientati ad ingaggiare un tecnico che conosca già le insidie del massimo campionato italiano. Rimangono, fra le ipotesi ventilate, quelle legate a Eusebio Di Francesco (ex giallorosso e attuale allenatore del Sassuolo) e a Paulo Sousa (avvistato all’Olimpico con tanto di taccuino per gli appunti durante il recente Roma-Juventus). Come potrebbe cambiare tatticamente e cosa potrebbero portare a Trigoria l’ex romanista ed il portoghese?

Di Francesco

Da un punto di vista tattico l’attuale allenatore del Sassuolo verrebbe a lavorare con particolare attenzione alla fase difensiva, vero punto debole della stagione giallorossa. Il reparto arretrato capitolino ha infatti subito 33 gol (seconda miglior retroguardia in questa statistica) ma ha concesso ben 12.5 tiri a partita (dei quali soltanto 3.6 bloccati): peggio di Juventus (9.3), Napoli (9.9.), Lazio (11.1), Fiorentina (11.8) ma anche della derelitta Inter (10.7). Segno evidente di una fase difensiva non propriamente efficace.  La fase difensiva di Spalletti punta a marcare l’uomo, mentre quella di Di Francesco ha come riferimento primario la posizione della palla. Questo è il motivo per cui sovente abbiamo visto la retrogua giallorossa spezzarsi. Cosa che invece accade di rado per il Sassuolo che difende più di reparto e meno individualmente.

Un esempio, qui, contro la Juventus

Un esempio, qui, contro la Juventus

Per quanto riguarda invece la fase offensiva, Di Francesco è un sostenitore del 4-3-3 ma non è un dogmatico. E infatti durante l’esperienza in Emilia lo abbiamo visto utilizzare anche il 4-2-3-1. In questo senso il suo schema potrebbe essere facilmente assimilabile dai calciatori della Roma, avendo in Salah una specie di Berardi (anche se l’egiziano è più punta dell’italiano…), cioè un esterno mancino in grado di tagliare da destra verso il centro ed in Perotti un’altra ala offensiva in grado di muoversi internamente, con Nainggolan trequarti dietro Dzeko o interno di centrocampo.

A centrocampo De Rossi (se firmerà il rinnovo) giocherebbe vertice basso con Strootman come uno degli interni. Per il ruolo di altro interno di centrocampo, Di Francesco potrebbe sfruttare (oltre al già citato Nainggolan) Paredes, vale a dire un giocatore più offensivo, abile negli inserimenti e nell’ultimo passaggio. Il lavoro svolto dagli interni di centrocampo è essenziale nel gioco di Di Francesco dato che questi sono chiamati a collaborare nella fase di possesso con inserimenti centrali e con sovrapposizione laterali.

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Dal punto di vista schematico, quindi, nulla da eccepire. La maggior difficoltà che l’allenatore abruzzese potrebbe invece incontrare in un eventuale passaggio alla Roma sarebbe potenzialmente proprio quella di trasferire a questa squadra i propri concetti di gioco nella fase di possesso palla. Infatti in fase offensiva il Sassuolo ricerca il più velocemente possibile i riferimenti d’attacco, anche con palloni lunghi. La giocata verticale è una priorità. Questo va contro il tipo di gioco messo in mostra dalla Roma spallettiana dove i giocatori offensivi sono abituati ad essere serviti sul piede e non sulla corsa. Il gioco di Di Francesco invece è proprio basato sui movimenti in avanti alla ricerca dello spazio.

Paulo Sousa

In questo senso il gioco dell’allenatore portoghese appare più adatto all’attuale rosa della Roma. Fin dal suo arrivo in Italia Paulo Sousa ha presentato un calcio fluido, basato sulla ricerca della superiorità posizionale, da ricercarsi soprattutto attraverso i due trequartisti nel suo sistema 3-4-2-1. In fase di possesso questo schema si struttura tendenzialmente attraverso un 3-2-4-1 con gli esterni che si alzano sovente all’altezza dei due trequarti, garantendo ampiezza alla manovra. Solitamente i due esterni risultano essere uno più offensivo e l’altro più difensivo e in questo senso Emerson Palmieri rappresenterebbe lo stantuffo ideale a sinistra (dove l’esterno dello schema di Paulo Sousa fa da pendolo fra difesa e centrocampo/attacco) con Bruno Peres o Rudiger da contraltare sulla destra.

Alla base della fase di costruzione è poi il blocco formato dai tre difensori (due dei quali occupano i rispettivi half-spaces) e dai due centrocampisti centrali (che stazionano in mezzo al campo). Un blocco composto da Fazio, Manolas, Rudiger più Strootman e De Rossi ricalcherebbe fondamentalmente negli uomini e nei movimenti quello utilizzato fino ad ora da Spalletti. Se i due interni di centrocampo non riescono a farsi trovare liberi sono i braccetti a portare palla in avanti. E sia Rudiger che Fazio sono adatti a questa situazione. Anche in questo caso il cambiamento non sarebbe traumatico.

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Chiave di volta dell’intero architrave offensivo del gioco di Sousa sono i due numeri 10 dislocati alle spalle dell’unica punta centrale.  A questi due giocatori è affidato il compito di destrutturare il sistema difensivo avversario, chiamato a scegliere con quali uomini affrontare i trequarti. Servono giocatori abili tecnicamente ma anche nell’attacco alla profondità a supporto del numero 9: Perotti e Nainggolan rappresentano un mix ideale per venire incontro alle esigenze di Sousa con l’argentino abile nell’ultimo passaggio ed il belga particolarmente pericoloso negli inserimenti in area avversaria. Ma i due fantasisti sono chiamati dal portoghese anche a lavorare per creare spazi ai compagni. Il loro movimento infatti può anche essere ad aprirsi lateralmente per permettere l’inserimento di uno dei centrocampisti centrali (come accade con Borja Valero e Vecino). Ecco allora che risulterebbe utile la tendenza di Nainggolan e Perotti a muoversi in fascia, lasciando campo alle avanzate soprattutto di Strootman.

Sempre in fase di possesso palla, Sousa avrebbe la possibilità di sfruttare un numero 9 come Dzeko. Pur diverso da Kalinic, il centravanti bosniaco ha comunque alcune caratteristiche che si addicono al gioco di Sousa, come la capacità di gestire la palla per far salire la squadra qualora quest’ultima sia costretta a guadagnare campo con lanci lunghi. Quello su cui dovrebbe lavorare maggiormente il portoghese sarebbe invece la spaziatura in fase offensiva con i giallorossi non sempre esemplari nel gioco di posizione.

Il gioco posizionale della Roma non è un granché e la Lazio chiude le linee di passaggio. Al portatore di palla non resta che il cambio di campo senza guadagnare metri in avanti

Il gioco posizionale della Roma non è un granché e la Lazio chiude le linee di passaggio. Al portatore di palla non resta che il cambio di campo senza guadagnare metri in avanti

In fase difensiva il 3-4-2-1 del tecnico gigliato si trasforma in un 4-4-1-1 con uno dei trequarti che diventa esterno sinistro di centrocampo e con il laterale mancino di centrocampo che retrocede in difesa mentre il braccetto destro si trasforma in terzino. Questi movimenti sono assolutamente nel dna della Roma di Spalletti che, infatti, sembra aver preso qualcosa dal calcio di Paulo Sousa. Quello che invece manca alla Roma da un punto di vista difensivo per essere una squadra di Sousa è la capacità di fare pressing in avanti. La Roma di Spalletti è infatti poco intensa in fase di riconquista e tende ad allungarsi pericolosamente dopo l’ora di gioco. In questo la rosa giallorossa differisce e molto dalle idee del portoghese, che invece predica un calcio con reparti sempre corti e dove, in generale, si difenda in avanti.