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Verratti va a Barcellona

Verratti, in maglia blaugrana, potrebbe seguire la strada dei migliori centrocampisti centrali nella storia recente del club.

Di Alfonso Fasano

Ci sono investiture che hanno qualcosa di diverso rispetto a tutte le altre, perché valgono di più, perché sanno essere più stimolanti ma anche più pesanti. È un po’ quello che sta capitando a Marco Verratti, centrocampista e obiettivo di mercato del Barcellona: Xavier Hernández Creus, universalmente riconosciuto con il nome calcistico e breve di Xavi, ha dichiarato che il giocatore attualmente al Psg «possiede il dna Barça» e «ha uno stile di gioco simile al mio». Queste parole sono diluite nell’ultimo anno e mezzo, quindi è difficile pensare che possano essere ricondotte a una strategia mediatica recente, pianificata con il club catalano, per forzare il trasferimento. Probabilmente Xavi crede davvero che Marco Verratti possa ereditare la sua maglia, quindi il set di movimenti, e compiti, e significati della sua leadership tattica. È bello pensare che sia proprio così, che un calciatore capace di rivoluzionare l’approccio al gioco possa aver individuato il suo successore in maniera così precisa, così naturale.

Ad alimentare la costruzione di questo rapporto di aderenza virtuale con l’idea e l’ideologia del Barcellona, ci ha pensato lo stesso Verratti. Con l’esperienza del suo gioco, ma anche con le parole che usa per definirlo: nell’intervista rilasciata a Undici nell’autunno del 2015, spiega che per lui il calcio «è ancora un divertimento, è giusto avere un’organizzazione di squadra, però poi in campo penso che ogni calciatore debba fare bene a livello individuale. Questo aiuta molto il collettivo». Poi chiarisce che «buttare via la palla senza un motivo può essere positivo in certe occasioni, ma può anche portare a fare male. Per questo preferisco sempre uscire dal pressing con un’idea. È importante averne una, giusta o sbagliata che sia». Difficile immaginare una descrizione concettuale del calcio più contigua al sistema tecnico, persino culturale, che caratterizza il club azulgrana.

Un video di Youtube in versione oracolo

Le caratteristiche fisiche e l’autonarrazione tecnica di Verratti sembrano costruite proprio per assecondare l’idea di questa successione: in un’intervista rilasciata a FourFourTwo, il centrocampista abruzzese si definisce «un calciatore che gioca in verticale, partendo dalla zona appena davanti alla linea difensiva». Poi continua: «Mi piace portare la palla, cerco di muoverla in avanti in modo rapido e di fornire assist ai miei compagni. Vorrei individuare la calma in fase di possesso come una parte importante del mio gioco, anche dal punto di vista strutturale: sto cercando di aumentare la massa muscolare, non è facile giocare quando il tuo avversario è molto più forte rispetto a te».

In realtà queste parole, insieme a un esame attento dello stile di Verratti, raccontano una possibile sovrapposizione, un altro suggestivo parallelo: quello con Andrés Iniesta. I due calciatori non sono paragonabili dal punto di vista offensivo, Marco conclude molto meno verso la porta (la media in carriera è di 0,3 tiri per match, Iniesta supera quota 1,2) e gioca in una zona diversa del campo, più centrale e meno avanzata rispetto a Iniesta. Eppure, il trattamento del pallone di Verratti è molto simile a quello del centrocampista di Fuentealbilla, frazione della provincia di Albacete (sì, Iniesta non è nativo catalano): la conduzione è prolungata, nel senso che ogni possesso è caratterizzato da molti tocchi, di destro e di sinistro, e può comporsi di più evoluzioni, dribbling, finte, cambi di piede; il progetto di ogni giocata è la creazione della superiorità posizionale, e può esplicarsi nel tentativo di saltare l’avversario oppure nell’invitare lo stesso avversario al pressing, in modo da aprire lo spazio per il passaggio al compagno, per un servizio che lo trovi smarcato, libero, pronto ad alimentare l’azione offensiva; il posizionamento del corpo è orientato quasi sempre verso la porta avversaria, perché il concetto primordiale del gioco è verticale, proattivo, creativo, la palla viene trattenuta e protetta, sfruttando il fisico oppure attraverso tricks spettacolari, per essere utile alla manovra, non per addobbarla.

Paris Saint-Germain's Italian midfielder Marco Verratti (R) is tackled by Saint-Etienne's French midfielder Jordan Veretout during the French L1 football match between Paris Saint-Germain and Saint-Etienne at the Parc des Princes stadium in Paris on September 9, 2016. / AFP / FRANCK FIFE (Photo credit should read FRANCK FIFE/AFP/Getty Images)

La maggiore differenza tra Verratti e Xavi sta proprio in quest’ultimo aspetto, tra la postura e il concetto: se il regista catalano si muoveva in maniera preventiva per evitare l’intervento dell’avversario, sfruttando in maniera magistrale il primo controllo e le finte di corpo, Verratti predilige spazi più stretti, più prossimi al contatto fisico. È l’utilizzo del dribbling a creare una distanza tra i due calciatori, e lo leggi nelle statistiche avanzate: nella sua stagione con il maggior numero di dribbling per match, Xavi si ferma a 1.3. La sua media, calcolata da Whoscored tra il 2009 e il 2015, è di 0,7 ogni 90′. Verratti e Iniesta, in questa stagione, raggiungono rispettivamente 2,3 e 2,5 dribbling per match. L’altra difformità tra Xavi e Verratti, che avvicina l’italiano a un’idea diversa di regia, riguarda lo strumento del lancio lungo: il suo career high, riferito alla Ligue 1 2013/2014, è di 8 tentativi per partita (accuracy del 78,75%); nell’ultima stagione, questo dato si abbassa fino a una media di 6.6. Nella Liga 2012/2013, invece, Xavi toccava quota 11,3 lanci ogni 90′, con una percentuale di precisione del 91%. La sensibilità di Xavi nell’indovinare il corridoio giusto con un servizio profondo rappresentava l’alternativa improvvisa del Barcellona al juego de posición. Verratti, da questo punto di vista, è più vicino a Iniesta (6.6 lanci lunghi tentati nella Liga 2015/2016), che utilizza questa soluzione dopo aver esplorato – ed eventualmente scartato – la possibilità dello scambio ravvicinato, o dell’azione personale.

Sembra una conclusione banale, ma Verratti si trova proprio al centro tra i due calciatori simbolo dell’ultimo decennio azulgrana – ovviamente insieme a Messi e Busquets. Tanto che, esattamente come Xavi, anche lo stesso Iniesta avrebbe indicato Verratti come un suo possibile successore. Il condizionale è necessario perché le esatte parole di Andrés sono state “intercettate” da Blaise Matuidi, che poi le ha rese pubbliche in un’intervista a Le 10 Sport. Nonostante il filtro, anche questa attribuzione di eredità tecnica è abbastanza suggestiva. E non sembra nemmeno eccessiva.

 Similitudini effettive

Le premesse tecniche e narrative di un passaggio di Verratti al Barcellona sono assolute, il background del calciatore è in perfetta sintonia con tutti i topos del club catalano. Che, però, si trova ora in un importante momento di transizione: sta per iniziare l’era Valverde, anzi è già iniziata, e quindi c’è da mettere a punto un assetto nuovo, lontano dai dettami del guardiolismo ma differente anche da quello meno idealista – ma più pragmatico – che ha caratterizzato il triennio di Luis Enrique. In un articolo scritto per Undici, Michele Tossani ha provato a immaginare un Barcellona costruito secondo le idee del tecnico dell’Estremadura: «Dal punto di vista prettamente tattico alcuni concetti del gioco di Valverde sono già incorporati nell’attuale rosa del Barça, come ad esempio l’abbassarsi di Sergi Busquets per giocare come terzo centrale in fase di impostazione o l’alzarsi degli esterni bassi per guadagnare campo in avanti. L’idea di calcio di Valverde (attacco organizzato, grande pressione difensiva, inserimenti da dietro dei centrocampisti, controllo dello spazio e tanto ritmo) potrebbero indicare, se l’ex blaugrana riuscirà a trasferirla sul campo, il ritorno ad un calcio a pressione che il Barça di Luis Enrique ha abbandonato negli ultimi tempi».

La chiave che permetterebbe a Verratti un ingresso semplificato in un contesto del genere ha il nome e il cognome dell’unico calciatore espressamente citato nell’estratto del pezzo su Valverde. È molto difficile trovare un equilibratore di gioco che sia determinante e allo stesso tempo poco appariscente come Sergi Busquets, la letteratura sul centromediano azulgrana è caratterizzata da questa condizione particolare, da un rapporto reciproco tra un’imprescindibilità verificata e la sua incredibile abilità nel «rendersi invisibile», come scritto da Andrea De Benedetti in un breve ritratto pubblicato su Undici. Verratti, durante l’esperienza francese, ha avuto modo di sviluppare il suo gioco accanto a un calciatore con caratteristiche tecniche similari a quelle di Busquets: Thiago Motta. L’italobrasiliano, a dispetto di una percezione comune che tende a sottovalutarne le qualità, ha una lunga cronologia di elogi assoluti da parte di uomini di calcio discretamente importanti (Ancelotti, Mourinholo stesso Verratti), e ha sempre saputo imporre la sua regia essenziale ma funzionale al gioco, ad impostazioni diverse per club diversi (il Barcellona di Rijkaard, l’Inter di Mourinho, ovviamente il Paris Saint-Germain). In uno scouting report su Outsideoftheboot, Motta viene presentato come un giocatore abile nel «gestire il possesso alternando appoggi ravvicinati e profondi», intelligente «nell’offrire la giusta copertura difensiva davanti alla linea arretrata e nel proporsi come terzo centrale nel momento della prima costruzione dal basso». Un portfolio non proprio lontanissimo da quello di Busquets.

La disposizione a tre che sembra rappresentare il punto di partenza ideale per schierare il nuovo Barcellona permetterebbe a Verratti di riprodurre – con le dovute proporzioni, perché la cifra di qualità è decisamente superiore – il sistema che ha caratterizzato le sue ultime stagioni francesi. L’inamovibile Busquets agirebbe come volante davanti alla difesa a quattro, Verratti potrebbe interpretare il ruolo di mezzala alternandosi, tra centro-destra e centro-sinistra, con Rakitić e Iniesta. In questo modo, il centrocampista italiano avrebbe e occuperebbe gli spazi ideali per proporre il suo gioco, per esprimere senza eccessive incombenze difensive la sua «grande capacità di lettura della situazione, che si percepisce nell’esito quasi sempre positivo dei suoi passaggi e nella perfetta consapevolezza rispetto a quello che succede in campo, perché Verratti gioca a testa alta e quindi traccia sempre, e velocemente, il proprio posizionamento e quello dei compagni» (Vishal Patel su Outsideoftheboot).

Verratti sa essere molto utile anche in difesa, ma sempre a modo suo

L’alternativa è legata alle preferenze tattiche di Valverde, che durante la sua carriera ha spesso utilizzato un sistema di gioco con due centrocampisti davanti alla difesa. Il montaggio appena sopra permette di non considerare troppo utopica la soluzione del doble pivote Verratti-Busquets. Che, oltre all’esclusione o allo spostamento in ruoli diversi degli altri centrocampisti dell’organico azulgrana, comporterebbe un inevitabile aumento delle attribuzioni difensive per il centrocampista italiano. I suoi dati in fase di recupero palla sono cresciuti nel corso degli anni, del resto i mutamenti del gioco hanno costretto anche le mezzali più creative a costruire un nuovo equilibrio tra le due fasi: i 2,4 tackle ogni 90′ tentati nella prima stagione al Psg sono diventati 4.1 in quella appena conclusa, la percentuale di take-on vincenti è altissima (88%), i 27 intercetti stagionali in 35 match tra Ligue 1 e Champions completano un quadro statistico non esaltante, ma che descrive una decisa evoluzione rispetto al Verratti dei primi anni parigini. Quel Verratti che Laurent Blanc, nel 2013, descrisse con grande realismo: «Marco è un ragazzo che respira calcio, ha le qualità per distribuire il pallone, ma ha cominciato la carriera giocando in una porzione di campo più avanzata, a ridosso delle punte».

Paris Saint-Germain's Italian midfielder Marco Verratti applauds during the French League Cup final football match between Paris Saint-Germain (PSG) and Monaco (ASM) on April 1, 2017, at the Parc Olympique Lyonnais stadium in Decines-Charpieu, near Lyon. / AFP PHOTO / Jeff PACHOUD (Photo credit should read JEFF PACHOUD/AFP/Getty Images)

L’evoluzione del calciatore, soprattutto dal punto di vista narrativo, è l’ultima parte del racconto possibile ed eventuale di Verratti al Barcellona. Un trasferimento in Catalunya, soprattutto alle cifre di cui si parla nelle notizie di mercato degli ultimi giorni, certificherebbe l’upgrade definitivo di Marco Verratti. Che, a 24 anni, approderebbe nel ristrettissimo club dei top player assoluti, riconosciuti. Anzi, proprio su questo punto si sta giocando la partita tra il Paris Saint-Germain e l’ex Pescara, che per restare in Francia ha espressamente chiesto al suo club una campagna di trasferimenti all’altezza dei top team europei. Dopo una stagione negativa, il Psg sembra aver perso non solo la certezza dei risultati, ma anche una precisa direzione aziendale e tecnica. So Foot, in un articolo severissimo, ha attaccato l’intero progetto di Al-Khelaïfi, definito «indeciso, poco innovativo, senza alcuna identità». In effetti, la sensazione generale in riferimento al Psg è quella della stagnazione, del mancato salto di qualità. La condizione peggiore per un calciatore come Verratti, alla ricerca della consacrazione finale. Già nel settembre 2015 Outsideoftheboot pubblicava un pezzo in cui si chiedeva se e quanto Verratti potesse migliorare ancora a Parigi: «Verratti, a meno di un successo in Champions League, potrebbe aver già raggiunto tutti i traguardi possibili in Francia. Potrebbe pensare di cambiare aria, di cercare nuovi stimoli»

Ecco, la volontà di Verratti sembra essere definita intorno a questo percorso, Marco vuole portare sé stesso a un livello successivo, per valore (tecnico, quindi anche economico) e per responsabilità. L’ambiente di Parigi e il Psg sembrano essere diventati troppo piccoli per lui, che con il tempo ha saputo mantenere le promesse del wonderkid che è stato. Del resto, anche la sua retorica comunicativa non ha fatto altro che affermare e riaffermare i principi della crescita, dell’automiglioramento, della progressiva costruzione del campione. Nell’intervista a Undici rilasciata quasi due anni fa, a un certo punto dice: «A me capita di non riuscire a pensare a cosa ho fatto ieri. Devi avere sempre obiettivi nuovi, ogni giorno devi dimostrare qualcosa. La cosa bella e brutta del calcio è che non puoi fermarti un attimo a pensare a quello che hai fatto, devi sempre pensare a fare qualcosa di meglio». Poi aggiunge: «Se devo indicare una squadra che riflette il mio modo di vedere il calcio, penso sia il Barcellona, e forse se mi devo ispirare a un giocatore è Iniesta. So che molte persone dicono di annoiarsi, ma penso che i giocatori del Barcellona si divertono in ogni partita, e questa per me è la cosa più importante». Tutto torna, quasi sempre nella vita. A volte va così anche nel calcio.