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Verratti che non lo erano

Quattro giocatori poco mediatici che, per caratteristiche e leadership, somigliano molto al centrocampista del Psg.

Di Simone Torricini

Le parole indirizzate da Marco Verratti all’universo Psg («il mio agente ha commesso un grande errore parlando di un mio addio, sono molto felice qui e ci tengo a scusarmi con tutti») hanno il sapore della chiusura definitiva ad ogni ipotetica voce di mercato – in primis quelle riguardanti il Barcellona – e il futuro del regista ex Pescara sembra ancora destinato alla Tour Eiffel. Ammettendo l’unicità delle sue caratteristiche, abbiamo selezionato quattro registi sparsi per l’Europa che vi si avvicinano e che, per ragioni diverse, vantano un appeal mediatico di gran lunga inferiore.

Jean-Michel Seri

Nice's Ivorian midfielder Jean-Michel Seri passes the ball during the French L1 football match between Paris Saint-Germain and Nice at the Parc des Princes stadium in Paris on April 2, 2016. / AFP / FRANCK FIFE (Photo credit should read FRANCK FIFE/AFP/Getty Images)

Messa da parte la straordinaria impresa del Monaco campione di Francia, la Ligue 1 2016/17 ha potuto sfoggiare un’altra piacevole realtà al proprio vertice: il Nizza. Gli Aquilotti della Costa Azzurra hanno chiuso l’annata al terzo posto, e il tecnico Lucien Favre ha potuto contare su uno dei massimi interpreti nel ruolo di regista dell’intera lega: il 25enne Jean-Michel Seri, cui ha affidato le chiavi del suo centrocampo a tre. Le sue caratteristiche tecniche sono molto simili a quelle di Verratti (i due condividono anche statura e stazza), ma un’analisi più approfondita mette in evidenza i punti deboli dell’ivoriano in un confronto faccia-a-faccia: è innanzitutto più anarchico, meno disciplinato tatticamente, amante del rischio superfluo (moltissimi colpi di tacco, ad esempio). Differentemente dal regista del Psg, infatti, Seri fatica a calarsi in un contesto di gioco di cui deve rappresentare non solo l’elemento creativo, ma anche e soprattutto l’equilibratore, e non tanto per carenze qualitative quanto per un livello di maturità ancora non completo. Di contro, la quantità dei palloni giocati mediamente a partita (oltre 80; Verratti oltrepassa quota 87) indica uno spiccato senso di responsabilità nei confronti dei compagni e della gestione della sfera in generale; indicazione che risulta azzeccata di fronte a situazioni in cui agisce da vero e proprio faro, offrendo continuamente linee di passaggio a qualsiasi altezza del campo. Se la cava più che discretamente con le verticalizzazioni (4,6 a partita di media, cifra pressoché identica al 4,5 di Verratti) ed è sia pulito che molto preciso nel calcio (89,1 di precisione di passaggio in tutte le competizioni), anche se ha alle spalle una sola stagione di alto livello ed è naturale che valori così alti possano ragionevolmente subire una stabilizzazione nel corso della carriera.

Un altro evidente punto di forza della sua interpretazione del ruolo è rappresentato dalla visione di gioco, dote naturale che incide in maniera decisiva sul suo rendimento. Inoltre, nonostante l’elemento fisico non rappresenti una sua peculiarità, non parte mai sconfitto in partenza nei duelli spalla a spalla; lo aiutano il baricentro basso e un primo controllo orientato molto efficace. Se non fosse che la voglia di strafare lo tradisce ancora con troppa frequenza, e che tatticamente è ancora piuttosto acerbo, parlare di Seri come alter-ego tecnico di Verratti non sarebbe così assurdo.

Dai e vai, e l’eleganza con cui il piede destro galleggia in aria dopo aver lanciato il pallone

 

Carlos Soler

FBL-EURO-2017-U21-SRB-ESPSe già il fatto di essere cresciuto nello stesso settore giovanile che ha lanciato giocatori del calibro di David Silva e Isco dovrebbe rappresentare un discreto biglietto da visita, un rinnovo di contratto con clausola da ottanta milioni di euro dice senz’altro molto di più. Carlos Soler, esploso nel silenzio della stagione anonima del Valencia, è uno dei centrocampisti più interessanti del panorama spagnolo, ha compiuto venti anni a gennaio e, per alcuni aspetti del suo gioco, ricorda molto il primo Verratti.

In un articolo pubblicato a gennaio, Bleacher Report lo ha definito «a striker-turned-midfielder» («un attaccante trasformato in centrocampista»), con tutti i dettagli che ne derivano – su tutti il killer-istinct da punta centrale. È proprio la sua esperienza nel reparto avanzato delle fasi iniziali della carriera che rende Soler particolare, ai limiti dell’unico. Ha la grinta, la verve agonistica di Verratti, la sua caparbietà nel dribbling secco e anche parte della sua leadership, ma abbina a tutto questo una spiccata tendenza alla progressione verticale e alla presenza in zona gol. Non vanta numeri eccellenti nei passaggi chiave (ne mette insieme appena 0,8 per gara; Verratti 1,6, Seri addirittura 2,1), ma è spesso e volentieri nei dintorni dell’area: da qui, tra freddezza sotto porta, intuizioni in termini di assist o di smarcamenti, deriva la sua grande influenza sulla fase di rifinitura. Tra i quattro nomi si gioca il titolo di regista più atipico, ma è anche uno dei più giovani: alla sua età Verratti aveva appena concluso la sua ultima stagione a Pescara, e se pur già in via di definizione, il suo ruolo era stato disegnato solo recentemente da Zeman. Insomma, nulla vieta che in futuro anche Soler possa passare da un processo simile, per arrivare a incarnarne il prototipo ideale. A oggi è un regista di transizione piuttosto che di organizzazione: mantiene con continuità un passo superiore alla media, e per ora è riuscito a compensare la carenza in visione di gioco con un ritmo intenso e grande forza di volontà in fase di non possesso.

Soler trotterella, poi accelera, poi ancora un po’, ancora un po’, e mette in mezzo un assist semplice semplice

 

Tom Davies

Everton v Leicester City - The Emirates FA Cup Third RoundIl più giovane in assoluto tra i registi di stampo-Verratti presi in considerazione è l’ultimo prodotto qualitativamente sopra la media del settore giovanile dell’Everton, il 18enne Tom Davies. Le 25 presenze stagionali agli ordini di Koeman (di cui 19 da titolare) hanno permesso di studiare piuttosto approfonditamente le sue caratteristiche, e oggi siamo in grado di tracciarne un profilo esatto. Il titolo di un pezzo del Telegraph dedicato a Davies lo scorso gennaio (“Tom Davies – a  teenager with a style all his own”) la dice lunga su quanto il Toffee sia particolare; una particolarità che riscontriamo sul campo con immediatezza.

Innanzitutto una premessa: nella ristrettissima cerchia di registi selezionati, Davies rispecchia probabilmente meglio di tutti l’essenza di Verratti per rapporto visione di gioco-responsabilità. Questo aspetto del gioco del classe ’98, così giovane ma al contempo abbastanza maturo tatticamente, è dovuto perlopiù al campionato in cui milita, quella Premier League che non consente leziosità per via del suo ritmo ultra-intensivo e che, giocoforza, ha contribuito e contribuisce a plasmare su di lui lo spirito pragmatico che per un regista deve rappresentare la base. Tuttavia ci sono un paio di dettagli, nel suo gioco, che lo rendono solo apparentemente inadatto al ruolo: non vanta un primo controllo brillante, né eccelle in conduzione; gli altri (Seri su tutti) tengono mediamente la palla molto più vicina ai piedi mettendo in pratica una dote naturale che Davies non sembra avere. Da qui derivano due argomentazioni: numeri alla mano non soffre questa mancanza (gioca con una precisione di passaggio dell’83%, che per la Premier League è una percentuale più che buona); il discorso sulla qualità tecnica, di contatto con la palla, cambia radicalmente quando si trova a doverla passare. Nonostante la sua coordinazione non sia particolarmente sviluppata, infatti, i suoi tocchi verso il compagno sono puliti, precisi. Tra i lati positivi è da aggiungere sicuramente una più che corretta lettura del gioco nell’ambito dei movimenti senza palla: sa inserirsi meglio di Verratti, ed è più abile del regista del Psg anche nella conduzione in progressione (dove però Soler gli è a sua volta superiore). La giovanissima età e l’ambiente molto oppressivo in cui si trova rappresentano un campanello d’allarme tutt’altro che insignificante per Davies, che pare comunque caratterialmente in grado di farvi fronte.

Classe 1998, sì, ma qui salta un uomo con un tocco vellutato e serve un compagno con un colpo di tacco

 

Lasse Schöne

Ajax Amsterdam v PEC Zwolle - Johan Cruijff ShieldSe fino ad ora abbiamo parlato di registi con caratteristiche solo parzialmente atipiche, il profilo di Schöne è senza ombra di dubbio il più lontano dal canone classico di centrocampista centrale con compiti di organizzazione. E in fondo è piuttosto ragionevole, visto e considerato che fino a un anno fa il danese (che di anni ne ha compiuti 31 a maggio) si cimentava in quel ruolo solo sporadicamente. Un articolo pubblicato a dicembre da Ajaxdaily.com illustra le dinamiche che hanno portato un’ala d’attacco (con tendenze accentranti ma comunque spiccatamente offensive) a vestire i panni del regista, una trasformazione avvenuta proprio nel corso delle ultime due stagioni: «L’Ajax ha cercato a lungo un metronomo per il proprio centrocampo, e lo ha trovato in lui. Schöne rappresenta la rigenerazione di Amsterdam: proprio nel momento in cui sembrava che dovesse andarsene, ha trovato il modo per entrare nelle grazie di Bosz ed essere schierato titolare».

La sua interpretazione del ruolo è naturalmente influenzata da oltre un decennio speso sulla trequarti, e nonostante il suo raggio d’azione sia più basso rispetto al passato il danese non manca di evidenziare le qualità offensive del proprio bagaglio tecnico: il suo tiro dalla distanza non ha eguali in Eredivisie, e anche se la complicità del discutibile livello dei portieri olandesi si fa sentire le sue punizioni non hanno ancora perso d’impatto. Anzi. Nonostante sia per caratteristiche piuttosto lontano da Verratti, Schöne versione regista merita di essere inserito per via della propria dote di leadership, nettamente sopra la media e che adesso, grazie all’accentramento derivante dal cambio di ruolo, può diventare ancora più incisiva. I suoi numeri sono incoraggianti per il futuro, e il rischio che vengano influenzati dal cedere della tenuta atletica è minimo e soprattutto lontano: gioca circa 54 palloni a gara, con una precisione media dell’83% (migliorabile); serve quasi 2 passaggi chiave ogni 90′, e nell’ultima stagione ha messo insieme anche 4 reti (Verratti si è fermato a 3, come Soler, mentre il più temerario Seri è arrivato a quota 7). Mantiene un baricentro piuttosto alto per la media dei registi da 4-3-3, ma è fondamentale precisare come nel suo caso lo stile di gioco estremamente proattivo (a tratti spregiudicato) della squadra influisca in maniera decisiva. In un’intervista di qualche mese fa il danese ha spiegato con precisione come le sue esperienze tattiche passate lo stiano aiutando in questa nuova dimensione: «So come un centrocampista offensivo cerca di anticipare ogni qualvolta gli sia possibile; come cerca di leggere le situazioni, e come sceglie la posizione in base a dove prevede che tu possa perdere la palla. So tutto questo, e so come renderlo difficile per qualsiasi avversario».

Riceve palla, si gira, spacca la formazione avversaria in due