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Douglas Costa è unico

Cinque azioni che spiegano perché il nuovo esterno della Juventus è un giocatore che mancava al campionato di Serie A.

Di Simone Torricini

Douglas Costa rappresenta la soddisfazione di una necessità impellente, e per ottenerla la Juventus è stata costretta a guardare oltre i confini: non per un’occasione come accaduto in passato, bensì nell’ottica di inseguire un profilo preciso, distinto. Con esterni polivalenti come Cuadrado e Pjaca già in rosa, oltre ad uno adattato ma profittevole come Mandzukic, ad Allegri mancava un giocatore offensivo le cui caratteristiche fossero più delineate, e al contempo talmente sviluppate da renderlo imprevedibile. Una certezza. Douglas Costa è tutto questo: un esterno d’attacco moderno, ben strutturato fisicamente, con una potenza atletica superiore alla media; ha un piede elegante ed incisivo allo stesso tempo, personalità da vendere ed un livello di associatività tale da renderlo perfettamente inseribile nel contesto che lo attende. Altri, come Bernardeschi, incrementerebbero senza ombra di dubbio il valore del reparto avanzato della Juventus, ma soltanto un giocatore con le caratteristiche del brasiliano poteva completarlo a livello di varietà. D’altro canto, non si poteva prescindere dal pescare dall’estero: in Italia non esistono esterni offensivi che incarnano una ad una tutte le sue qualità e le traducono in rendimento, ed è anche questo il motivo per cui Douglas Costa dovrà costituire una marcia in più.

 

Una prima presa di distanza da parte del suo repertorio tecnico nei confronti della Serie A, una giocata con cui il brasiliano traccia in maniera netta un solco tra sé gli attaccanti esterni del nostro campionato. La partita in questione è Arsenal-Bayern Monaco del 20 ottobre 2015, gara d’andata della fase a gironi della Champions League: Douglas Costa si è trasferito in Germania da pochi mesi, ha già servito 11 assist nelle prime 8 (!) partite della stagione e il suo gioco è così vivace e intenso che i terzini della Bundesliga non hanno ancora trovato un modo per opporgli resistenza. L’opzione che sceglie di adottare nel confronto uno-contro-uno con Bellerín è un marchio di fabbrica proprio di quel gioco; lo descrive, lo rende identificabile. Il binomio estetica-efficacia nell’arte del dribbling del calcio di Douglas Costa non ha eguali, almeno in Serie A, in termini di equilibrio. Nelle due stagioni al Bayern ne ha tentati più di quanti siamo soliti vederne tentare ad esterni come Cuadrado o Perisic, ma anche i risultati sono stati nettamente migliori: i suoi 2,2 dribbling riusciti a partita surclassano l’1,5 del colombiano e l’1,1 del croato, cadendo soltanto al confronto con Felipe Anderson (che ne mette insieme 3,3 ogni 90′). Dall’altro lato, quello più velleitario, il repertorio di skills proprio di Douglas Costa lo rende inarrivabile alla totalità degli attaccanti esterni del nostro campionato: nessuno abbina spontaneità e senso pratico come lui.

 

Douglas Costa non ha nelle corde la doppia cifra: nelle nove stagioni di calcio professionistico ha toccato al massimo quota 7 reti, e allo stato attuale le prospettive future non si discostano da questa tendenza. Eppure il suo piede sinistro è tra i migliori in circolazione, e fatta eccezione per Dybala non trova rivali in Italia: calcia in porta con una percentuale del 51% (non eccezionale, ma vanno tenute in considerazione le distanze), per una media a partita di quasi 2 tiri. È molto raro che provi la conclusione di prima intenzione, e ciò è dovuto prevalentemente al dominio territoriale incontrastato del Bayern in cui ha trascorso gli ultimi due anni: ha ricevuto la palla quasi sempre nella metà campo avversaria, potendo permettersi di toccarla più e più volte a rischio sostanzialmente azzerato. Lo stesso vale per quando si trova a dover concludere: le difese avversarie lo aspettano solitamente schierate, e nella maggior parte dei casi (9 su 14, il 64%) i suoi tiri sono scoccati da fuori area – zona in cui gli è concessa maggiore libertà palla al piede. Rispetto agli altri mancini pregevoli della Serie A (Bernardeschi, Suso, Ilicic) Douglas Costa è più esplosivo nell’uscita dal dribbling (una volta raccontò che «la rapidità mi aiuta a preparare i gol e ad evitare gli infortuni. Purtroppo succede che gli avversari arrivino in ritardo e trovino la mia gamba anziché il pallone»), e questo lo aiuta ad ampliare la porzione di porta disponibile. Il numero 10 della Fiorentina è quello che gli si avvicina di più, ma lo stile del suo dribbling pre-tiro è su un piano diverso, mentre Suso gli somiglia tecnicamente ma non ha la stessa potenza atletica del brasiliano.

 

Un altro aspetto interessante relativo alla sua unicità consiste nell’occupazione dello spazio nel corso della partita. La posizione ideale di Douglas Costa, quella in cui può garantire maggiore incisività, è quella di esterno destro per due ragioni fondamentalmente molto semplici: riesce a creare superiorità numerica più facilmente a destra che a sinistra; calcia a rientrare con più naturalezza di quanto non faccia con tiri sul primo palo (e oltretutto non è particolarmente a suo agio con il piede debole). Al Bayern ha trovato poco spazio in quella zona di campo per via della concorrenza di Robben, pertanto ha imparato a contribuire anche sul lato opposto (prevalentemente attraverso assist), ma è altamente probabile che Allegri vorrà sfruttare al massimo le sue doti sulla fascia destra del suo 4-2-3-1. La differenza sostanziale è una: da sinistra viene la maggior parte dei suoi assist, da destra ha origine la maggior parte dei gol. In ogni caso, quando la disposizione degli avversari lo permette, ossia quando ci sono porzioni di campo che gli consentono di muoversi con più libertà, Douglas Costa risulta generalmente molto mobile e tende ad allargarsi su entrambi i lati del campo, passando naturalmente per il centro.

Nel video qui sopra (contro l’Arsenal nella Champions League 2016/17) il brasiliano taglia il campo longitudinalmente da destra verso sinistra, mettendo in mostra secondariamente anche lo stretto rapporto che lo lega alla palla. È un movimento che nella sua semplicità denota una personalità imponente (nel bene e nel male), perché dimostra di non preoccuparsi del tempo che scorre. Cuadrado non ne fa mai di simili, così come non ne fanno Perisic o Candreva, Chiesa o Callejón. Gli unici che rispecchiano nel proprio gioco questa caratteristica sono Insigne nel Napoli e Perotti nella Roma, ma a differenza di Douglas Costa la loro posizione durante la partita è ben più definita. Certo, non è detto che nella Juventus gli saranno concesse le libertà che Dani Alves si prendeva in autonomia ad inizio stagione, ma è indubbio che la capacità di muoversi su più fronti in fase di possesso rappresenti un punto di forza del suo repertorio.

 

L’autogol procurato dal brasiliano apre un’ulteriore punto di discussione sulle sue caratteristiche. Nel muoversi in verticale ad una velocità considerevole (percorre dieci metri in meno di due secondi, in pochi in Serie A sono in grado di eguagliarlo) riesce a focalizzarsi contemporaneamente sul compagno che lo serve (Robben) e su quello che si appresta a servire (Lewandowski), dando prova delle proprie qualità cerebrali e della prontezza che lo contraddistingue in fase di esecuzione. Mentre corre, Douglas Costa sa che l’unica possibilità affinché la palla arrivi sui piedi del compagno è anticipare la rincorsa del difensore: dunque la colpisce di prima intenzione, causando il gol involontario di Zuber che si era lanciato nel tentativo di frapporsi tra i due giocatori del Bayern. Quella stessa velocità di pensiero nell’ultimo terzo di campo sta alla base del gioco associativo del brasiliano: si cala alla grande nella parte di assistman e non ha difficoltà nel dialogo nello stretto con compagni che qualitativamente sono al suo livello, perché pensano il calcio come lo pensa lui. Il suo atteggiamento sul campo può apparire in questo senso un po’ elitario, quasi come fosse dipendente dalla velocità («la velocità per me è tutto», disse nella stessa intervista di cui sopra è presente un primo estratto). Questo aspetto lascia presupporre che la maggiore incognita nel futuro alla Juventus sarà rappresentata proprio dal feeling che maturerà con i compagni di squadra, e di reparto in particolare: proprio per via della sua unicità Douglas Costa deve essere capito, per poter trasformare in profitto le proprie potenzialità.

 

Continuando sul doppio filo conduttore associatività-versatilità, la giocata in cui si esibisce completa il suo profilo arricchendolo in termini di visione di gioco. Abbiamo parlato di velocità e rapidità, di conclusioni e di forward-thinking, ma non delle considerevoli doti di lettura che come ogni fantasista che si rispetti Douglas Costa possiede. L’apertura all’indirizzo di Robben con due avversari alle spalle (eseguita peraltro durante un movimento in accentramento) costringe la squadra avversaria a spostarsi in blocco, creando un evidente vantaggio posizionale. Mantenendo le stesse modalità di pensiero (e la testa rigorosamente alta), il brasiliano ha offerto 27 assist in due stagioni – quasi il doppio delle reti segnate. Tra le qualità che lo contraddistinguono dai colleghi in Italia, se presa singolarmente, è sicuramente quella meno peculiare, visto e considerato che tra Insigne, Bernardeschi e Berardi sono in diversi a poter vantare una più che valida visione di gioco. Viceversa, se inserita nel contesto, contribuisce a rendere Douglas Costa un vero e proprio unicum.

Altra caratteristica particolarmente evidente nello stile di gioco dell’ex Bayern (e che lo mette in contrasto con buona parte degli esterni della Serie A), è la scarsa dedizione alla causa in fase difensiva. Whoscored lo etichetta come “molto debole” nel contributo al ripiegamento, e suggerisce una serie di dati decisamente eloquenti che soltanto in una squadra come il Bayern possono essere lontanamente giustificabili (come ad esempio lo 0,4 alla voce “intercetti”). Alla Juventus non potrà permettersi di dare continuità a questo difetto, e anzi, dovrà imparare a sacrificarsi senza perdere di lucidità negli ultimi trenta metri. Anche per questo il cambiamento maggiore che si troverà ad affrontare, quello dal punto di vista tattico, dirà moltissimo sulla sua fame di affermazione.