Iscriviti alla newsletter: scopri tutte le storie di Undici!



Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

Roger VIII

L'ottavo titolo di Wimbledon di Roger Federer, quello della maturità, quello dell'irrealizzabile che diventa possibile, quello dei record.

Di Alessandro Mastroluca

Otto è il numero magico. Roger Federer è il primo tennista maschio di tutti i tempi a vincere otto volte Wimbledon, il torneo più prestigioso e più ambito del mondo. Nel suo giardino, nella sua seconda casa, Roger piange, guardando Myla e Charlene, la prima coppia di gemelli, e gli altri due figli, Leo e Lenny, di tre anni, gemelli anche loro. Piange come quattordici anni fa, come nel giorno del primo trionfo ai Championships. «Tanti grandi campioni sono scesi su questo campo, e anche grazie a loro sono diventato un giocatore migliore», ha commentato. Migliore al punto da scatenare gli statistici, da aizzare i tifosi ansiosi di dimostrare, o di smentire, che Roger Federer sia il migliore di tutti i tempi. Quel che resta, in quest’epoca, è un campione maturo, fedele al suo sogno nella buona e nella cattiva sorte. Andava ancora a scuola quando scriveva il suo desiderio più grande, riuscire a giocare un tennis perfetto.

Contro un Cilic piegato nella mente e nel corpo da una brutta vescica e insieme dal peso di non poter essere il miglior avversario possibile, la finale è durata di fatto lo spazio di qualche game. Il croato l’anno scorso aveva spinto Federer al limite a Wimbledon, arrivando tre volte a un punto dalla vittoria, prima che lo svizzero completasse la decima vittoria in rimonta dopo aver perso i primi due set. Stavolta no. L’esibizione di Federer è apparsa fin troppo facile. L’esultanza anche un po’ sottotono per chi è appena diventato il secondo giocatore dell’era Open a vincere Wimbledon senza perdere un set dopo Bjorn Borg nel 1976. Al diciannovesimo Wimbledon ha centrato il diciannovesimo Slam. Mai nei suoi 18 trionfi, ricorda il collega ed esperto statistico Luca Brancher, aveva giocato così pochi game come in questa edizione dei Championships. E quanti game ha perso in finale? Otto, naturalmente.

TENNIS-GBR-WIMBLEDON

A quasi 36 anni Federer continua a imparare e a insegnare che si può sempre migliorare, fino a far apparire facile il suo tennis dai lampi di accecante eleganza, fino a far sembrare elementare anche un’impresa mai riuscita prima. Ma una corsa non si giudica solo dall’ultimo ostacolo. «Nella vita affronti alti e bassi e impari a navigare per queste onde. E non è sempre facile», ha detto Federer, come riporta il New York Times, nell’infinito ciclo di interviste per le tv. «Con tutto quello che ho vissuto è anzi abbastanza difficile. Ma alla fine devo solo rimanere concentrato». Il naufragare dolce nelle onde e nel mare della leggenda di oggi, nella bonaccia che segue il trionfo, è un approdo inatteso a dodici mesi di distanza dalle onde ben più alte e scure che hanno ristretto il suo orizzonte dopo lo scorso Wimbledon. Il mito del campione unbreakable, una carriera senza gravi infortuni in campo si è rotto. Il danno al ginocchio a febbraio è più pesante del previsto. Battuto in semifinale da Raonic, Federer si ferma per tutto il resto della stagione.

Ma come chi attraversa un grande mare, non pensa che a tornare. Con Pierre Paganini, il preparatore e suo vero atout, continua a seminare per poi raccogliere in campo. «Immaginate di assistere a uno spettacolo di balletto» spiega Paganini, «non vedete lo sforzo fisico, ma dietro c’è un allenamento incredibile. Se Roger arriva, col suo potenziale, a fare in modo che ci si dimentichi dell’impegno che serve per arrivarci, questo dimostra fino a che punto si sia spinto avanti». Da subito ha capito che il talento, qualunque sia la dimensione e la definizione esatta di un concetto così smerigliato e inafferrabile, da solo non basta per arrivare alla perfezione. «C’è sempre qualcos’altro da fare se quello che fai ti piace davvero», diceva nel 2012. Ha voluto come coach l’amico Ivan Ljubicic, ha riscoperto la tranquilla convinzione che non teme il giudizio, soprattutto il proprio, nel giocare il rovescio in spinta, in anticipo. Ha costruito così il trionfo all’Australian Open, che ha prodotto esultanze, celebrazioni e vibrazioni molto diverse, molto più intense. «Quella vittoria è stata totalmente inattesa», ha ammesso. «Qui, anche se mi sembrava strano, venivo considerato il favorito già prima del torneo. E questo riduce un po’ l’emozione per la vittoria».

Day Thirteen: The Championships - Wimbledon 2017

In questa stagione gattopardesca, in cui il tennis cambia, con Murray e Djokovic acciaccati e in cerca d’autore, con le nuove generazioni che timidamente bussano alle porte del paradiso restando in fondo, sembra di essere tornati indietro. In vetta ci sono di nuovo Federer e il suo più grande rivale, Rafa Nadal, che quest’anno per la prima volta in carriera è riuscito a battere per tre volte di fila. Si è saputo gestire lo svizzero, e ha saltato tutta la stagione sulla terra battuta, illuminata dal decimo leggendario Roland Garros di Rafa Nadal. Ha controllato la stagione e le singole partite, a metà fra l’orafo e l’alchimista. Ne ha vinte 31 su 33, battuto solo da Donskoy e dall’amico Tommy Haas, sempre con match point a favore. Ha vinto nove volte su nove contro un top player, non ha mai perso nei grandi tornei e ha chiuso a suo favore 17 dei 22 tiebreak giocati. Quando il gioco si fa duro, non c’è nessuno che gli stia dietro quest’anno.

Come ci riesce? L’ha spiegato, raccontava a gennaio Espn, all’amico Bill Gates, mentre ammirava il suo manoscritto di Leonardo da Vinci, il Codex Leicester, che ha pagato 30 milioni, prima di sfidarlo sul campo. «Devi essere aggressivo ma sciolto. Respira profondamente. Mantieni un focus sulla palla, simile a uno zen. Lasciati andare». Così Roger Federer è tornato a vincere due Slam in una sola stagione. Quanti anni sono passati dall’ultima volta? Otto, naturalmente.