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La storia di Contador è stata unica

Lo spagnolo si è ritirato, lasciando una carriera che ha trasceso il ciclismo per diventare epica.

Di Leonardo Piccione

Immaginavo che sarebbe stato complicato scrivere del ritiro di uno dei campioni che hanno segnato la mia giovinezza, ma non sapevo ancora bene quanto. Il fatto è che esiste un tipo di nostalgia che non è il sentimento a basso costo evocato dalla riproposizione di fatti o personaggi che ci ricordino quanto migliore fosse il passato – ammesso che poi sia vero. Quest’altra nostalgia ha a che fare con la metafisica, e ha la caratteristica peculiare di manifestarsi nel momento stesso in cui un fenomeno si realizza, o una persona si rivela. Succede allora che, anziché godere della compiutezza dell’istante, percepiamo il richiamo di qualcosa che proviene da un tempo lontanissimo, e che ci manca: idee come bellezza, perfezione, coraggio, concetti che esistono da sempre ma che a noi non appartengono mai per davvero, se non durante queste frazioni infinitesimali in cui li intravediamo, qualcuno ce li poggia sotto il naso e a noi pare di averli già conosciuti, nell’iperuranio o chissà dove altro, e ci ricordiamo di desiderarli con tutte le nostre forze.

Questo tipo di nostalgia più raffinata, assoluta si potrebbe dire, compare piuttosto raramente nei fatti di tutti i giorni, ma molto di frequente dentro il più efficiente amplificatore dell’esperienza umana: lo sport. È a questo mondo di idee pure, di qualità totali e desiderabili che hanno il potere di rimandarci – per esempio – un dritto di Roger Federer, una punizione di Leo Messi, una schiacciata di LeBron James o uno scatto di Alberto Contador. Fino a un paio di giorni fa, almeno, perché El pistolero si è appena ritirato dal ciclismo, e questo è il tentativo di passare in rassegna le prerogative delle sue che più ci mancheranno, o – meglio – di cui sentivamo la mancanza già mentre godevamo del privilegio di apprezzarle.

Le Tour 2010 - Stage Twenty


È stato bello da vedere (e ha vinto)

Scriveva David Foster Wallace che la bellezza di certi fuoriclasse dello sport è impossibile da descrivere in modo diretto, o da evocare. Bisogna arrivarci in modo obliquo, girarci attorno, ed è quello che per anni giornalisti e narratori del ciclismo hanno fatto cercando di descrivere lo stile di Contador. “Danza sui pedali” è stata di gran lunga la locuzione più utilizzata per sintetizzare l’incedere ondeggiante del madrileño, che in salita aveva la capacità di inclinare il mezzo a destra e a sinistra affinché assecondasse completamente il movimento cadenzato delle sue anche, senza per questo risultare mai scomposto, anzi producendo l’effetto estetico raro e gratificante dell’uomo impegnato a esercitare il suo corpo nell’attività per la quale è stato pensato. Nella storia del ciclismo ci sono stati corridori più agili e altri più potenti di Contador, ma in pochi hanno raggiunto il livello di leggiadria tecnica e di riconoscibilità stilistica del campione di Pinto, pressoché unanimemente considerato il miglior scalatore della sua epoca.

Questa qualifica di “migliore” discende non solo dalla bellezza, ma dalla sua fusione con l’efficacia, giacché lo stile qualifica, ma sono le vittorie a segnare il solco tra i campioni e tutti gli altri, tra protagonisti e spettatori; vincere, e vincere ripetutamente, apre quello squarcio temporale in cui gli atleti sono sospesi in una condizione di grazia che li separa dal resto della loro specie. Nel 2010, Contador galleggiava in un’altra dimensione. Lui che da ragazzino aveva tre sogni – diventare professionista, partecipare al Tour de France e vincere un Tour de France – ad appena 27 anni aveva vinto tre Tour, un Giro e una Vuelta. Aveva messo insieme un patrimonio di successi già sufficiente a garantirgli un posto nella storia del suo sport, e in molti scommettevano sul fatto che sarebbe diventato il corridore più titolato del ciclismo contemporaneo. Nessuno aveva previsto che invece sarebbe stata la seconda parte della carriera di Contador, quella meno prodiga sul versante degli allori, a definire il peso specifico della sua traiettoria sportiva, e della sua eredità.

 

Ha saputo cambiare (rimanendo se stesso)

La squalifica inflitta a Contador in seguito al controllo antidoping fallito durante il Tour de France 2010 ha una genesi estremamente controversa, e il diretto interessato si è sempre difeso con forza da ogni accusa. Ma non è questa la sede per analizzare i dettagli del coinvolgimento del madrileño nelle beghe del ciclismo di inizio millennio, e non perché si voglia assolverlo a tutti i costi, o fare di questo pezzo un’agiografia, ma perché, ribaltando a suo vantaggio le conseguenze del caso-clenbuterolo, Contador ha fatto in modo che il giudizio finale sulla sua carriera dipendesse in gran parte da quanto dimostrato dopo la squalifica, attraverso un cambio di prospettiva che ha quasi finito col ridurre la prima parte della sua vita sportiva, quella dei grandi successi, a poco più di una premessa. Questo è forse il punto centrale dell’intera questione: caso più unico che raro nel novero dei corridori sopravvissuti al traumatico cambio di epoca del ciclismo, Contador ha vissuto il suo ritorno senza l’ansia di dimostrare di essere lo stesso di prima – magari solo un po’ arrabbiato per il tempo perso e la (presunta) ingiustizia subita. Contador ha colto la sua seconda opportunità come un presidente americano coglie la rielezione, cioè allargando lo sguardo e puntando la bussola altrove, perché il primo mandato serve a governare, ma il secondo serve ad entrare nella storia.

Il secondo mandato di Contador prende forma in una serie di interviste successive al 2011 in cui il pistolero comincia a ripetere con crescente insistenza che adesso vuole correre soprattutto “per il pubblico”, non più solo per se stesso. Il nuovo Contador intuisce che nello sport – e forse nel suo più che in altri – la memoria imperitura non passa solo attraverso i risultati, ma dal modo con cui ai risultati si giunge. Nelle sue dichiarazioni post-squalifica compare un concetto che tornerà frequentemente nel corso degli ultimi anni di carriera: «Vorrei che il pubblico mi ricordasse non per tutte le volte che ho vinto, ma per tutte le volte che ci ho messo il cuore», comincia a chiedere Contador.

Le Tour 2010 - Stage Seventeen

Ci ha messo il cuore

“Metterci il cuore” nel ciclismo è talmente importante che esiste un sostantivo francese giunto fino ai nostri giorni quasi esclusivamente grazie alla sua declinazione ciclistica. Il termine panache indicava originariamente il pennacchio di piume di struzzo fissato sull’elmo dei cavalieri medievali. Serviva soprattutto come decorazione, almeno fino al 1590, quando re Enrico IV spronò le sue truppe con un celebre grido di battaglia: «Sodali! Potete perdere le vostre insegne e le bandiere, ma non perdete mai di vista il mio pennacchio: seguendolo troverete sempre la strada verso l’onore e la vittoria». Il termine è diventato col tempo sinonimo di puro spirito battagliero. Edmond Rostand, che fece perire il suo Cyrano solo dopo aver celebrato il suo immacolato pennacchio, definì le panache come «qualcosa di aggiuntivo rispetto alla grandezza, qualcosa di acrobatico e un po’ selvaggio: è l’essenza del coraggio».

Il ciclismo, uno sport in cui al termine di ogni gara si conta un solo vincitore e circa 200 sconfitti, ha sempre avuto un occhio di riguardo nei confronti del come si vince e, soprattutto, del come si perde. I narratori delle due ruote – di fatto gli inventori del ciclismo come lo conosciamo oggi – hanno elogiato sin dagli albori dello sport le azioni coraggiose, le fughe da lontano, i tentativi di attacco che permettessero al racconto di sbocciare e alla gara di biciclette di evolversi in avventura. Mostrare panache, dunque, è un concetto tanto classico quanto apprezzato, nel ciclismo. E diventare un concentrato di panache è esattamente l’obiettivo che si è posto Alberto Contador da un certo punto in poi della sua storia.

Contador è diventato un corridore profondamente “classico” quando la modernità con cui si era annunciato al mondo da giovane (un corridore completo, formidabile in salita e consistente a cronometro) è stata superata dall’avanzata di quel ciclismo empirico che ha trovato nuovi ed efficacissimi esponenti negli atleti del Team Sky, dominatori di un’epoca in cui le vittorie hanno poco di romantico e molto di programmato. In questo contesto, Contador si è imposto per contrasto. La sua pedalata è apparsa improvvisamente crepuscolare, vederlo danzare sui pedali ha preso a suscitare nostalgia, tuttavia non nostalgia degli anni in cui faceva la differenza su tutti i terreni, ma quella nostalgia assoluta cui si accennava all’inizio, nostalgia di bellezza, coraggio e avventura, nostalgia dell’essenza del ciclismo.

Lo spettacolo che Alberto Contador ha sempre cercato di offrire

Non è diventato la parodia di se stesso

Ora si potrebbe legittimamente pensare che la scelta di Contador di gettarsi con convinzione nel filone “classico” del ciclismo, e di diventare così una figura intrinsecamente nostalgica, sia stata il frutto di un ragionamento strategico, un pretesto opportunistico che gli permettesse di camuffare il suo declino atletico e di sovrascrivere un passato che in qualche modo avrebbe continuato a far discutere. Ma Contador non è stato affatto un manierista della bicicletta. Nonostante la sua deliberata appartenenza a un’altra epoca, ha continuato fino al momento del ritiro ad essere uno dei migliori interpreti delle grandi corse a tappe, trovando il modo di declinare la tradizionalità del suo ciclismo negli spazi sempre più angusti lasciati dal moderno.

La prova dell’autenticità della vocazione classica di Contador risiede proprio in questa capacità di adattamento, che è tipica degli originali ed è negata agli imitatori, e che consente di inventarsi in ogni circostanza un credibile ruolo da protagonista. Per questo il pistolero non è apparso mai la parodia di se stesso, il suo copione non si è evoluto in quello di un don Quijote su due ruote. Per quanto la percentuale di riuscita delle sue azioni sia vistosamente calata col tempo, e avversari più giovani e forti lo abbiano sempre più di frequente costretto a perdere, Contador non è diventato un perdente. Ha continuato a vincere e a fare la differenza anche dopo il suo – più o meno obbligato – cambio di prospettiva. Perché, dice lui, «è vero che mi è sempre piaciuto correre per il pubblico, ma non ho corso esclusivamente per il pubblico. Se attaccavo era perché quello era il mio modo di correre. Sapevo che c’erano scelte più produttive per vincere, ma semplicemente non facevano per me».

Partendo da queste premesse radicali, Contador è riuscito a vincere tre grandi corse a tappe nella sua seconda parte di carriera: due Vuelta (2012 e 2014) e un Giro (2015). Se quella del 2014 sarebbe stata l’unica vittoria diretta contro Froome e quella del 2015 avrebbe rappresentato la spettacolare prima parte di un’accoppiata riuscita solo a metà («Rifarei anche quella, mi è sempre piaciuto tentare cose diverse», ha spiegato ricordando il suo tentativo di doppietta Giro-Tour, il più concreto degli ultimi vent’anni), sarebbe comunque rimasta l’impresa alla Vuelta 2012 il manifesto più splendente dello spirito contadoriano.

BLACK AND WHITE VERSION Spain's Alberto Contador rides in a breakaway as supporters cheer during the 214,5 km twelfth stage of the 104th edition of the Tour de France cycling race on July 13, 2017 between Pau and Peyragudes. / AFP PHOTO / JEFF PACHOUD (Photo credit should read JEFF PACHOUD/AFP/Getty Images)

Ha realizzato imprese impossibili

La 67a Vuelta a España sembrava saldamente nelle mani di Joaquim “Purito” Rodriguez, che grazie a 3 vittorie di tappa – e ai relativi abbuoni – aveva accumulato un vantaggio di mezzo minuto su Contador e oltre due minuti su Valverde. Tuttavia nel corso della 17a tappa, una frazione di media montagna destinata sulla carta alle tipiche fughe dell’ultima settimana, Contador scattò a 55 chilometri dal traguardo, sulle tutt’altro che impossibili pendenze di Collada de La Hoz. Era un’azione talmente anticipata e imprevedibile che la tv era scollegata e i fotografi disinteressati, e non esistono documenti multimediali che la testimonino. Ci sono – come nella migliore tradizione del ciclismo – soltanto i racconti orali dei protagonisti. Contador raggiunse presto i 19 fuggitivi, tra i quali c’erano tre suoi compagni di squadra, e proseguì. Strada facendo incontrò l’aiuto dell’amico Paolo Tiralongo, mentre alle loro spalle Rodriguez e la Katusha, colti di sorpresa, si disunirono e andarono alla deriva. Contador ribaltò la classifica generale della Vuelta nel giorno meno atteso, a Fuente Dé alzò le braccia in un’esultanza liberatoria: è l’unica foto della sua vita sportiva di cui abbia appeso un ingrandimento in casa.

I media paragonarono l’impresa a un numero degno di Hinault, o addirittura di Merckx. Fuente Dé sarebbe diventato il paradigma di tutti i successivi tentativi di attacco di Contador, ormai specializzatosi in un tipo di azioni che da sempre esaltano gli appassionati di ciclismo: i suoi attacchi prendono forma da lontano, sono sorprendenti e ad altissimo rischio di fallimento. Molti osservatori hanno paragonato certe sue azioni a delle autentiche preghiere, delle Ave Maria recitate pedalando, nella speranza di qualche provvidenziale intercessione celeste. «Non sono praticante», ha detto una volta Contador. «Però porto con me una medaglietta di un angelo custode. Diciamo che gli ho sempre dato abbastanza lavoro da fare».

Contador ribalta la classifica della Vuelta con un’azione da fuoriclasse assoluto

Non sempre questo modo di correre permette al campione di raddrizzare l’andamento di corse che l’età non gli lascia più dominare, ma tutte le volte la caparbietà con cui si oppone a un più comodo destino da piazzato, gregario nobile o cacciatore di tappe gli garantisce un aumento degli ammiratori lungo le strade. In particolare, sfruttando il suo innato senso tattico, Contador si scopre eccelso nel nuovo format delle tappe di montagna corte ed intense. Con un tentativo paragonabile al capolavoro di Fuente Dé, capovolge anche la Vuelta 2016, nella tappa di Aramón Formigal, 118 chilometri. Questa volta il beneficiario dell’invenzione è Nairo Quintana, che ipoteca la vittoria finale accodandosi a Contador nell’imboscata che taglia fuori Froome dalla lotta per la maglia rossa. Al Tour 2017 tocca a Mikel Landa far compagnia al madrileño nell’attacco da lontano che caratterizza la tappa di Foix, 101 chilometri: il basco della Sky, spronato per tutta la tappa dal più esperto collega, risale fino al 5° posto in classifica generale. A fine tappa Contador si dice molto soddisfatto del rientro in classifica di Landa: «Preferisco che il Tour rimanga in famiglia», dichiara, ormai lanciato alla ricerca di uno o più eredi sportivi.

L’ultimo, forte elemento che ha riempito gli anni conclusivi del Contador ciclista è proprio la necessità di individuare qualcuno che potesse portare avanti questa sua specie di eterna battaglia a difesa dell’istinto rispetto all’avanzata della programmazione. La “famiglia” che intendeva Contador ogni volta che ha espresso il suo apprezzamento nei confronti di un corridore come Landa, o di altri come Aru, Quintana e – ultimi in ordine di tempo – Enric Mas e Miguel Angel López, è la famiglia allargata degli attaccanti, coloro che dovrebbero opporsi con tutte le loro possibilità alla schiera dei calcolatori idealmente capeggiata da Chris Froome. Ad oggi, non è ancora ben chiaro chi sia il vero erede di Contador, ammesso che esista.

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Ha saputo leggere i segni del tempo

Di fatto, il contrasto di stile e prospettive tra Contador e Froome ha generato il duello ciclistico più intenso del decennio, con i due rivali che si sono sempre rispettati, ma mai troppo amati. Nonostante con il passare degli anni la completa maturazione di Froome abbia ripetutamente frustrato le ambizioni del rivale, il quattro volte vincitore del Tour de France non ha mai nascosto di soffrire l’esuberanza tattica dell’avversario, che non di rado ha mandato in crisi il rigoroso race planning degli inglesi. «Froome probabilmente sta contando i giorni che mancano al ritiro di Contador», ha scritto Andrew Hood su Velonews durante l’ultima Vuelta. Contador, da par suo, non si è certo tirato indietro quando è stato il momento di dire la sua su potenziometri («il loro utilizzo ha reso il ciclismo uno sport sempre meno adatto ai coraggiosi») e tetto salariale («se non si introduce un freno ai budget finiremo col rendere impossibile l’avvicinamento di nuovi sponsor al ciclismo»), due tematiche legate a doppio filo all’ascesa del Team Sky.

Se Froome – nonostante la genuina eleganza dei suoi gesti – con tutta probabilità non patirà affatto la mancanza in gruppo di uno come Contador, numerosi ex-colleghi del madrileño hanno avuto parole estremamente dolci nei suoi confronti. Luís Ángel Maté ha dichiarato che partecipare all’ultima corsa di una leggenda come Contador è stato speciale per tutto il gruppo. Peter Stetina ha aggiunto che correre insieme a Contador durante la sua ultima Vuelta è stato come assistere da bordo campo alla partita d’addio di Michael Jordan, e tutti i suoi compagni di squadra, interpretando il sentire di tanti, hanno intonato nel finale di Madrid un unico coro: «¡Un año más!». Ancora più significativo, se possibile, il tributo che a Contador hanno dedicato i suoi rivali di più lunga data, Joaquim Rodriguez e Alejandro Valverde. «Lottatore spettacolare, rivale, amico… questo e molto altro. Sarai sempre una leggenda, Alberto. Grazie», ha twittato Purito. «Mi dispiace molto non farti compagnia nella tua ultima gara», ha aggiunto Valverde. «Un onore aver condiviso con te così tanti chilometri».

In una lunga intervista rilasciata a Eurosport, mezz’ora di risposte con gli occhi pieni di lacrime, Contador ha raccontato che la decisione di smettere l’ha presa durante la nona tappa dello scorso Tour de France, quando, sulle prime rampe del Mont du Chat, la sua bici e quella di Nairo Quintana si sono incastrate. Cadere in salita, mentre una tappa decisiva del Tour sta entrando nel vivo, probabilmente era un segno da cogliere, così Contador ha ritenuto di non forzare la mano e di anticipare il ritiro con qualche mese d’anticipo rispetto al previsto, per evitare che la barbarie del tempo potesse scalfirne la corazza di leggenda. In un gesto di nobile rispetto verso se stesso e verso tutti quelli che hanno comprato la loro prima bici per provare ad imitarlo – o che hanno iniziato a scrivere di ciclismo per raccontarlo – ha deciso di appendere la sua al chiodo quando ancora compagni e avversari lo ritenevano oggettivamente in grado di ribaltare una corsa nel modo e nel momento meno attesi.

Contador attacca nella tappa di Puerto de Ancares alla Vuelta 2014: Froome è battuto


Ci ha riservato un ultimo show

La Vuelta 2017 se l’è concessa come un regalo, la meritata occasione di cogliere un’ultima valanga di applausi sulle strade di casa. Presto sarebbe arrivato “tutto il resto”, come definisce lui le incombenze che il professionismo fa rimandare di qualche anno, e che riemergono quando si smette di essere campioni. La distanza con la normalità si azzererà, finalmente, e allora Contador dedicherà del tempo a rinnovare il proprio guardaroba, perché è convinto che presto aumenterà di peso, e che la prossima volta che lo vedremo in pubblico rideremo della sua forma fisica. Soprattutto, c’è la Fundación Alberto Contador, che è una scuola di ciclismo in crescita (dalla prossima stagione gestirà la squadra Continental della Trek-Segafredo) ed è anche molto altro. Uno dei progetti della fondazione si chiama “Bicis Para La Vida”, e consiste nel recupero di biciclette abbandonate: vengono raccolte in giro per la Spagna, trasportate a Pinto, riparate con la collaborazione di un’associazione di portatori di handicap e infine distribuite gratuitamente a centri di accoglienza, studentati, altre associazioni non governative.

Ma prima di dedicarsi a tutto questo c’era da godersi ogni minuto di un’ultima corsa all’attacco, ogni metro di strada con un cartello o una gigantografia, e qualcuno a un lato a urlare “Gracias, Alberto!”. Contador è partito per la sua ultima Vuelta con l’afflato lirico dell’atleta che compete per il puro gusto dello spettacolo: dopo le difficoltà del primo arrivo in salita, ad Andorra, ha attaccato in 11 delle restanti 18 tappe; qualche volta in discesa, ma soprattutto in salita, sulle pendenze dolci di Alto de Torcal come su quelle impossibili di Los Machucos. In un crescendo imprevedibile quanto coinvolgente, i suoi scatti si sono fatti più incisivi col passare dei giorni, e le sue azioni dannose per gli avversari, cosicché la trama si è evoluta in una lunga preparazione all’atto finale, quello in cui l’ultimo Contador sarebbe tornato per una settimana una versione precedente di se stesso, ancora perfettamente in grado di fare risultato, oltre che di divertire. Dopo essersi reinserito nella lotta per il podio (avrebbe terminato quinto, a 30 secondi dal terzo posto di Zakarin), ha messo nel mirino la vittoria di tappa. Tutto lasciava intendere che l’appuntamento sarebbe stato per il sabato dell’Angliru, il giorno precedente al suo ritiro dalle corse.

L’ultima impresa prima dell’addio

Prima della partenza della 20a tappa, Contador condivide su Instagram una foto che lo ritrae tutto solo nel bus della squadra, con i finestrini chiusi, il caschetto tra le mani e sul volto una concentrazione che contrasta con la rilassatezza delle tre settimane precedenti. «La última batalla!», scrive, in uno slancio mistico amplificato dal chiaro presagio della scatola di spumante pronta in basso a sinistra. In cima all’Angliru, in uno dei giorni in cui meteo e altimetria si alleano per riproporre e aggiornare i paradigmi dell’epica che fonda il ciclismo, Contador riesce a vincere la sua ultima corsa, soffrendo. Festeggia un’altra volta a modo suo e si commuove davanti ai microfoni. Qualche tornante più in basso, la tv spagnola aveva a lungo indugiato sui tifosi che lo scortavano esultanti verso il traguardo; alcuni di loro, dopo aver visto passare per l’ultima volta il loro idolo, si erano abbracciati.

Il pubblico sulle strade della Vuelta diceva grazie a Contador perché l’impatto che hanno certi campioni sulle esistenze di chi li applaude va oltre i discorsi sul palmares e sull’eredità, sui riferimenti storici e le rivalità. Riguarda piuttosto las tardes de gloria evocate dallo striscione esposto su un balcone di Suances, perché lo sport ha questa facoltà benedetta e misteriosa di trasferire la gloria dei suoi fuoriclasse, o pezzi di essa, a chi delle loro imprese è “solo” spettatore. È sempre utile richiamare in causa Foster Wallace per spiegarsi meglio, e concludere insieme a lui che «il genio non è riproducibile, però l’ispirazione è contagiosa e multiforme». È per questo che i tifosi del ciclismo nelle ultime tre settimane hanno a lungo ringraziato Alberto Contador, perché Contador per un decennio li ha fatti sperare, gli ha mostrato che si può sempre pensare a un modo per cambiare le co(r)se, e anche se il più delle volte non cambia proprio nulla, beh, qualche volta invece succede, ed è memorabile. Contador è stato un potentissimo mix di gradevolezza estetica e tensione idealistica, e ci mancherà come ci manca tutto quello che ci porta per un po’ fuori dal tempo, che apre uno squarcio di universale nelle pieghe del particolare. O che, più semplicemente, fa venire una gran voglia di saltare su una bicicletta e mettersi a danzare.

 

Immagini Getty Images